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Elsa Fornero e le dimissioni in bianco

L’ex ministro Elsa Fornero scrive al Corriere della Sera una lunga lettera aperta sulle dimissioni in bianco:

Caro direttore, nel suo celebre 1984, George Orwell prospetta un futuro inquietante in cui al «Ministero della Verità» è affidato il compito di riscrivere la storia. Nella campagna elettorale in corso si affacciano talvolta simili episodi di riscrittura. Succede, per esempio, che la legge 92/2012 di riforma del mercato del lavoro, da me firmata come ministro del Lavoro dell’allora governo Monti, sia non soltanto aspramente criticata dalle stesse forze politiche che in Parlamento l’hanno approvata (il che è ovviamente legittimo, anche se poco comprensibile) ma anche spudoratamente ignorata, come se non esistesse. È il caso della riaffiorante discussione sull’articolo 18, di cui si parla come se non fosse stato (bene o male) profondamente modificato; o della Cig in deroga, di cui la legge dispone l’abolizione a partire dal 2017, per consentire la predisposizione di misure sostitutive più efficaci e meno discrezionali; o ancora della «condizionalità» dell’assegno di disoccupazione, già prevista dall’Assicurazione sociale per l’impiego (Aspi), a cui si deve soltanto (si fa per dire) dare attuazione. Emblematico è il caso, davvero incomprensibile, del nuovo disegno di legge sulle «dimissioni in bianco», pratica aberrante che alcuni datori di lavoro senza scrupoli applicano nei confronti dei lavoratori più deboli (donne e immigrati) per potersene liberare, all’occorrenza, mascherando un licenziamento vero e proprio come dimissioni spontanee. Quando divenni ministro, il problema mi fu posto con molta forza giacché ci si trovava in assenza di una norma che prevenisse il fenomeno (la legge precedente era stata abolita dal governo Berlusconi). Sembrò naturale ovviare a tale lacuna nell’ambito della riforma del lavoro, con disposizioni (art. 4, commi 16-23) che cercano sì di tutelare i lavoratori contro un’inaccettabile prevaricazione da parte di datori di lavoro disonesti, ma anche di non oberare quelli onesti (sì, esistono, anche se certa propaganda tende a escluderlo) di nuove oneri e di salvaguardarli da lavoratori poco corretti (anche loro esistono, a dispetto di opposta propaganda) che vogliono usare la mancata formalizzazione di dimissioni volontarie per ottenere vantaggi o per danneggiare l’impresa. La norma di contrasto alle dimissioni in bianco cerca pertanto di realizzare quel difficile equilibrio tra gli interessi contrapposti delle parti a cui tutta la riforma mira. Essa può essere efficace o meno, ma esiste da luglio 2012. Non ha quindi senso ignorarla e presentare un disegno di legge in modo trionfalistico come grande segno di civiltà. Questa è propaganda ideologica, non seria e trasparente democrazia. Si può certo sostenere, sulla base di dati che sarebbe bene che il ministero mettesse a disposizione (dando seguito a quel monitoraggio della riforma istituito dalla stessa legge), che la norma non funziona e che occorre migliorarla. O anche che è tutta sbagliata. Non si può però far finta che non esista. Tornando al 1984, uno dei principi del mondo preconizzato da Orwell è che «l’ignoranza è verità». Un tempo l’ignoranza della legge non era ammessa. Un segno del deterioramento della nostra vita pubblica è che ignorare l’esistenza di una legge sembra oggi un