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In Sud Sudan si va verso il bagno di sangue

Gli americani hanno evacuato di corsa i propri connazionali all’inizio dell’anno, gli hanno anche sparato addosso, l’ONU resta con una missione di 8.000 uomini ad osservare, incapace di proteggere persino i civili che cercano rifugio a ridosso dei suoi compound o dei POC, i campi recintati a protezione dei civili. La guerra civile infuria e nessuno ha idea di come mettervi fine.

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UN MASSACRO DI CIVILI – Le ultime notizie parlano di un terribile massacro di civili nella città di Bentiu, non è ancora chiaro se a commetterlo siano stati i «ribelli» di Riek Machar o qualche milizia al seguito dei «ribelli» di Salva Kiir per addossare loro la colpa, ma come ha detto un sud-sudanese a James Copnall è diffusa opinone tra li abitanti del paese più nuovo del mondo che entrambi ne sarebbero capaci. Riek si distanziò dallo SPLA di John Garang ai tempi della guerra civile imputandogli massacri e il disprezzo dei diritti umani, ma poi le sue truppe si resero a loro volta responsabili di egregi massacri.

UOMINI DI GUERRA – Morto Garang e guadagnata l’indipendenza Salva Kiir ha preso il suo posto e Machar è diventato vicepresidente di un esecutivo espressione del partito unico di unità nazionale che aveva fornito copertura politica all’indipendenza dal Nord dopo una guerra civile ventennale. Sul finire dell’anno scorso le tensioni tra i due e le rispettive fazioni, malamente dipinte come figlie di un conflitto etnico da qualche interessato, si sono tramutate in guerra aperta, con Kiir che ha accusato Machar di un golpe che nessuno ha visto e che è passato ad aggredire lui e i suoi.

INCAPACI IN PACE – I due e le rispettive fazioni sono fatti della stessa pasta, che è quella di guerriglieri che hanno appoggiato il fucile da qualche anno dopo una guerra durata vent’anni, contro il nemico nordista, tra loro e anche al loro interno tra questa o quella tribù, tra allevatori e agricoltori o tra allevatori che consumavano stragi al seguito di furti di vacche, che in un paese privo di strade e di altre risorse per molti fanno la differenza tra la vita e la morte, perché il paese dipende da decenni dagli aiuti alimentari internazionali e dallo stesso tempo non mostra possibilità di miglioramenti, nonostante la vastità di terre e il numero relativo di abitanti. Proprio gli scontri per il bestiame hanno provocato conflitti da centinaia di morti alla volta negli ultimi anni. I due non si sono trovati molto bene nei panni degli amministratori, tanto più che Kiir ha chiuso i rubinetti del petrolio per una disputa abbastanza assurda con il Nord e con quelli anche i rubinetti di una corruzione che fin da prima della nascita del paese ha fatto evaporare ogni entrata. L’unico investimento di cui si abbia traccia è l’acquisto in barba all’embargo di un centinaio di vecchi carri armati ucraini, scoperto tragicomicamente quando la motonave Faina è stata catturata dai pirati somali e si è scoperto che erano diretti a Juba attraverso il Kenya. La farsa è continuata con il Kenya che ha detto che erano suoi anche se i documenti di viaggio dicevano diversamente e che ha finto di prenderseli una volta che i pirati somali l’hanno rilasciata in cambio di un ricco riscatto. Poi sono spuntati a Juba e ora Kiir ne può usare un po’ contro gli odiati nemici. Ovviamente nessuno ha detto niente per la violazione dell’embargo, nessuna conseguenza. La guerra comunque non va come avrebbe immaginato Kiir, lo testimonia il fatto che poche ore fa ha destituto il generale James Hoth Mai da capo dell’esercito.

L’ORRORE – Oggi i resoconti da Bentiu, capitale dello stato dell’Unity, dove c’è il petrolio e poco più, parlano di «pile di cadaveri» di persone che avevano cercato rifugio nella moschea e nella chiesa e che sono stati massacrate, tutti civili. Centinaia di corpi ovunque, anche all’interno dell’ospedale, con avvoltoi e cani che si nutrivano dei cadaveri abbandonati nelle strade. Una mattanza che sembra aver colpito tutti tranne quelli dell’etnia Nuer e che si dice sia stato commesso dagli uomini di Machar, i quali invece accusano i miliziani al seguito del governo di essere entrati in città dopo che i soldati di Kiir l’hanno lasciata e di aver perpetrato la strage per caratterizzare il conflitto come uno scontro etnico tra i Nuer massacratori e il resto del Sudan, anche se poi pare che di Nuer ne siano stati uccisi parecchi lo stesso e che il criterio sia stato quello di uccidere chi non era uscito in strada a solidarizzare con i militari, ma anche i commercianti provenienti dal Darfur, che sta in Sudan accusati non si sa perché di essere dalla parte di Kiir. Una cosa orribile, ci sono immagini terribili sui circuiti internazionali ed evocano i peggiori massacri, ma anche una preoccupante novità, visto che Bentiu negli ultimi mesi aveva cambiato più volte di mano senza traccia di massacri del genere.

L’ABOMINIO – La Casa Bianca lo ha definito un abominio, ma si tratta di un abominio ampiamente annunciato, perpetrato da personaggi sui quali gli Stati Uniti hanno investito anni di sforzi diplomatici senza che ci fosse speranza che si rivelassero all’altezza dell’arduo compito e nemmeno di cogliere i saggi consigli che da Washington e dall’ONU hanno sempre accompagnato i sussidi economici e alimentari che pure si sono spesso rivelati insufficienti a contrastare carestie e morie evitabili con poco. Anche di recente la richiesta di aiuti da parte dell’ONU è andata largamente disattesa.

NIENTE TREGUA – Le due parti non riescono a riconciliarsi e neppure a rispettare la tregua che avevano sottoscritto e la disappunto degli americani s’aggiunge quello dei cinesi, che nello schema ordito a livello internazionale dovevano comprare il petrolio sud-sudanese alimentando così le esangui casse del neonato governo. Per farlo i cinesi hanno costruito gli oleodotti e il terminal petrolifero che lo rende possibile e in partnership con BP e altre multinazionali hanno cominciato lo sfruttamento dei giacimenti, che stanno proprio a cavallo, vedi tu, del nuovo confine tra Nord e Sud, ma di più a Nord che a Sud. Negli anni della transizione verso l’indipendenza era andato tutto liscio, ma ora è di nuovo tutto a rischio, perché le truppe di Machar muovono proprio dalle zone petrolifere, che ovviamente Kiir non vuole lasciare nelle loro mani e la produzione ne risente.

IL DISASTRO UMANITARIO – Un disastro che come tante altre crisi africane arriva da lontano e che è stato visto arrivare al rallentatore da tutti i rappresentanti della comunità internazionale, dai tutori americani all’ONU, passando per l’Unione Africana e la conferenza dei paesi della regione senza che nessuno abbia potuto o voler far niente per fermare la corsa verso il bagno di sangue. Ovviamente a pagare la colpa di non avere colpa sono i cittadini sudanesi, compresi quelli della diaspora che avevano cominciato a rientrare e che sono fuggiti a gambe levate già prima dello scoppio delle violenze, una volta accertato che non c’era spazio per investimenti di denaro e competenze e che le condizioni non permettevano l’agognato ritorno in pianta stabile. E alla fuga si sono già dati oltre un milione di sudanesi, dentro e fuori i confini, costretti dalla povertà dei loro mezzi a sistemarsi in pessimi campi profughi che probabilmente li ospiteranno per anni. Non resta che attendere l’esito della guerra civile e sperare che sia rapida e il meno sanguinosa possibile, anche la storia dei due contendenti e delle loro fazioni non depone certo a favore di una ricomposizione veloce e nemmeno di un futuro dal quale possano essere esclusi altri massacri di civili. Che in Sud Sudan lottano per la sopravvivenza già in condizioni normali e che quindi saranno spinti in numero enorme alla morte dal deteriorarsi della situazione alimentare e sanitaria, che già oggi ne uccide molti di più delle pallottole. Ma quelle sono morti invisibili e quindi non rientrano nell’abominio e non finiranno nemmeno nei memoriali, continueranno a occupare appena un rigo all’anno in fondo al censimento delle morti inutili che l’umanità potrebbe evitare facilmente, solo a volerlo.