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La Bce e la maledizione del caroeuro

La Banca centrale europea sta lanciando più messaggi possibili contro il rafforzamento dell’euro. Sui mercati valutari la moneta comune si è assestata su livelli sempre più difficilmente sostenibili per le economie che stanno uscendo con notevoli difficoltà da anni di recessione. Gli interventi verbali non sembrano però poter influire su rapporti di cambio determinati dalle condizioni macroeconomiche dell’eurozona.

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LA BCE E IL CARO EURO – Mario Draghi ha preso di nuovo posizione contro il rafforzamento dell’euro. Un ulteriore apprezzamento della moneta spingerà la Bce ad intervenire, ha annunciato il suo presidente durante un incontro al Fondo monetario internazionale. Una presa di posizione molto netta, e benedetta da Christine Lagarde. Nonostante il Fmi si sia sempre contrapposto alle guerre valutaria, i vertici dell’organizzazioni internazionale hanno dato il loro appoggio alla Bce vista la gravità della situazione nell’eurozona. Hans Redeker di Morgan Stanley rimarca a Der Spiegel come il Fondo monetario internazionale  abbia dato il via libera a Francoforte per indebolire l’euro, diventato in questi mesi il più rilevante problema dell’unione monetaria. Se a metà del 2012, quando l’eurocrisi era ritornata a quasi il massimo della sua intensità, la valuta comune era quotata sul dollaro a 1,20, ora invece si è assestata a 1,40. Un rapporto di cambio che è troppo sfavorevole per i paesi che, finita la recessione, stanno cercando di ritrovare competitività dopo anni di difficoltà economiche.

CAROEURO E CRISI – L’economista di Morgan Stanley Hans Redeker ha calcolato nei mesi scorsi quale sia la quotazione dell’euro che si adatta ai singoli stati membri dell’unione monetaria, così da non penalizzare la loro competitività. Il parametro di riferimento era il costo unitario del lavoro, e dava i seguenti risultati. Una quotazione dell’euro a 1,38 sul dollaro era troppo cara dell’8% per la Spagna, dell’11% per la Francia, del 15% per l’Italia e del 26% per la Grecia. Per la Germania invece l’attuale andamento dell’euro è fin troppo favorevole, visto che una quotazione adatta alla competitività tedesca sarebbe 1,52 sul dollaro. Solo sopra questa quotazione l’export tedesco inizierebbe a soffrire l’apprezzamento della moneta unica, una valutazione condivisa da Volker Treier, responsabile dell’associazione che riunisce le Camera di Commercio tedesche.  L’apprezzamento dell’euro, rimarca l’economista di Morgan Stanley, pone seri rischi in termini di deflazione, con una spirale negativa di investimenti più bassi e salari in diminuzione.

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BCE E ITALIA – Per Hans Redeker la Banca centrale europea dovrebbe orientarsi all’Italia, l’anello attualmente più debole dell’eurozona, per orientarsi all’azione. L’economista di Morgan Stanley rimarca che senza un’azione decisa della Bce, la catena dell’unione monetaria rischia di rompersi. Secondo il Wall Street Journal l’attenzione dell’Eurotower per l’apprezzamento dell’euro è assai comprensibile. Dall’estate del 2014 la valuta comune ha avuto una crescita del suo valore sul dollaro pari al 14%, mentre il tasso di inflazione è sceso dal 2,4 allo 0,5%. Secondo la Bce il rischio deflazione è al momento assente dall’eurozona, visto che l’attuale fase di disinflazione sarebbe provocata da speciali fattori che non dovrebbero determinare una discesa generalizzata dei prezzi. L’apprezzamento dell’euro però non aiuta chi sostiene questa tesi, e il quotidiano finanziario rimarca come la crescita della moneta unica sia stata determinata anche dalle cure imposte dalle istituzioni comunitarie ai paesi in eurocrisi, ed in generale all’intera unione monetaria.

EURO E SURPLUS COMMERCIALE – Il Wall Street Journal rimarca come finora gli interventi verbali della Bce non abbiano prodotto effetti, e la causa è determinata secondo il quotidiano finanziario dal corposo surplus nella bilancia commerciale accumulato dall’eurozona in questi ultimi due anni. Fino al 2012 la bilancia dei pagamenti dell’unione monetaria si trovava in equilibrio. Nel punto più alto dell’eurocrisi, nell’estate del 2012, prima dell’intervento della Bce con la promessa di Draghi di prendere qualsiasi misura per salvare la moneta comune, si è verificato però un netto cambiamento. La domanda interna è collassata, e i governi europei hanno iniziato a seguire il modello tedesco, fatto di crescita generata dall’export. Nel 2013 l’eurozona ha quindi ottenuto un surplus commerciale di quasi 3 punti percentuali sul Pil, che secondo le statistiche del Fmi rimarrà tale fino al 2020. Come sottolinea il Wsj, un simile surplus nella bilancia commerciale determinano un apprezzamento della moneta. Senza una maxi immissione di liquidità che rafforzi le importazioni e diminuisca l’avanzo commerciale, la Bce non potrà raggiungere il suo obiettivo di diminuire l’unione monetaria secondo il quotidiano finanziario.