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La fuga di massa degli omosessuali russi che chiedono asilo politico

Nel giugno del 1961, al termine di un’esibizione a Parigi, il ballerino russo Rudolf Nureyev eluse la sorveglianza e non si presentò all’aeroporto. La sua scelta lo rese immortale nel mondo dello spettacolo, ma pagò un prezzo altissimo: per quasi trent’anni, non poté fare ritorno nel suo paese. Dieci anni più tardi, circa 13.000 ebrei lasciarono l’Unione Sovietica, cercando asilo negli altri stati. Nel 1979, i ballerini del Bolshoi Valentina Kozlova e Leonid Kozlov fecero quello che, quasi vent’anni prima, aveva fatto Nureyev: scapparono al termine di uno spettacolo a Los Angeles e ottennero asilo politico negli Stati Uniti. Oggi, racconta BuzzFeed, a scappare dalla Russia non sono gli artisti o i fedeli di un particolare credo ma un’altro gruppo di persone che fuggono da un paese che li perseguita: omosessuali, bisessuali e transgender lasciano il paese dove sono nati e cresciuti per evitare la stretta della legge «anti propaganda gay» voluta da Putin e per mettersi in salvo dall’ondata di violenza omofoba che sta imperversando in Russia.

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Photocredit: urab Dzhavakhadze / TAR-TASS /Landov

«NON POTEVO VENIRE QUI E STARMENE IN SILENZIO» – Tra loro c’è Slava Revin, un attivista di 31 anni arrivato negli Stati Uniti lo scorso luglio e che fa parte di una comunità sempre più ampia di giovani russi LGBT che dalla Russia sono volati a New York, a Washington e nelle altre metropoli statunitensi. Come gli ebrei russi e i dissidenti prima di loro, Revin e tutti gli altri hanno dato vita a una «rete» per aiutarsi gli uni con gli altri e lavorare per aiutare coloro che sono rimasti in Russia. «Non potevo venire qui e starmene in silenzio» ha raccontato il giovane a Susie Armitage di BuzzFeed, e ora Revin chiede al sindaco di Philadelphia di scindere il gemellaggio che la lega alla sua città natale, Nizhny Novgorod.

«LE PERSONE LGBT SONO I NUOVO EBREI» – Quella di lasciare ogni cosa e volare dall’altra parte del mondo non è una decisione che si prende a cuor leggero: lo assicura Yelena Goltsman, che a New York, è fondatrice e co-presidente di un’associazione russofona che si occupa di fornire assistenza a quelli come Revin. «La gente non si sveglia una mattina e decide di lasciare il proprio paese – dice la Goltsman – Le persone LGBT sono i nuovi ebrei». E Revin, ancora, spiega: «Puoi paragonarla alla Germania del 1939, quando tutti si sono dimenticati degli ebrei. Quando i riflettori sulle Olimpiadi di Sochi si saranno definitivamente spenti, ricominceranno con le intimidazioni, ricominceranno a picchiarli, gli attivisti saranno arrestati. È una questione di mesi».

 

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IL FUTURO DI CHI RESTA – E proprio come i dissidenti e i rifugiati dei decenni passati anche quelli come Revin pensano spesso a coloro che sono rimasti  a casa: grazie al web che accorcia le distanze è nato il progetto Children-404, che raccoglie le storie tutti i giovani LGBT russi tra speranze per l’avvenire e discriminazioni da parte dei propri connazionali. Per loro, Revin ha un solo consiglio: «Imparare una lingua straniera e prepararsi a partire: è meglio poter pianificare le cose come si deve… Invece che andarsene con una sola valigia come ho fatto io». Oggi, Revin sogna di poter imparare l’inglese abbastanza bene da tornare a studiare, ottenere una laurea e diventare assistente sociale: presto la comunità di omosessuali russi sarà cresciuta abbastanza da aver bisogno di aiuto.

(Photocredit copertina: Facebook/Slava Revin)