Andreotti sopravvive a se stesso
13/01/2009 - Il divo Giulio rilascia un’intervista all’Osservatore Romano in cui si lamenta dei troppi gradi di giudizio del sistema processuale italiano. A ben guardare, è questa la cifra della sua politica Provvisoriamente”, la rubrica di Luigi Castaldi su Vaticano e dintorni.
Il divo Giulio rilascia un’intervista all’Osservatore Romano in cui si lamenta dei troppi gradi di giudizio del sistema processuale italiano. A ben guardare, è questa la cifra della sua politica
Provvisoriamente”, la rubrica di Luigi Castaldi su Vaticano e dintorni.
Mentre in primo grado fu assolto perché “il fatto non sussiste” (1999), la sentenza d’appello lo indicò come “colpevole del reato di partecipazione all’associazione per delinquere [detta Cosa Nostra], concretamente ravvisabile fino alla primavera 1980, […] ma estinto per prescrizione” (2003). Non stupisce che oggi, in un’intervista a L’Osservatore Romano (11.1.2009), lamenti che “la giustizia italiana paga i troppi gradi di appello“. Anche qui, come è sempre stato, il senatore Giulio Andreotti si identifica con entità e istanze superiori alla sua persona e in questo si fa ultimo testimone di quella Dc che si sentiva Stato prima che partito. La “sostenibile leggerezza della storia” che sta nel titolo di questa intervista, a firma di Marco Bellizzi, sembra “sostenuta” come riaffermazione piuttosto che come (pur “leggero“) carico: è il solito Andreotti, insomma, soltanto un po’ più vanitoso degli anni, com’è dei vecchi che sono riusciti a sopravvivere a se stessi.
È lo stesso Andreotti di sempre, ma il suo leggendario cinismo si stempera in un tentativo di saggezza estrema che nel caso poc’anzi detto, nel quale è chiamato a commentare lo stato della giustizia in Italia, riduce la garanzia dell’imputato a mera opportunità: “Non esiste un altro settore professionale dove c’è una possibilità d’appello“. Non ce n’è troppo da stupirsene: il cattolicesimo di Giulio Andreotti è un dipinto iperrealista delle debolezze umane che solo attraverso la dura esperienza del Male possono provarsi per aspirare a un Bene che non è di questo mondo. Un attaccamento alla vita, dunque, come mai sazio esercizio di questa dura esperienza, nella deliberata e spesso compiaciuta rinuncia ad ogni valutazione sulla moralità dei mezzi. Anche in questa intervista, a leggere diagonalmente ogni risposta, la visione delle cose di questo mondo rimanda alla loro irriformabilità: “La natura dell’uomo […] è sempre la stessa. […] Solo nell’altro mondo si potrà vedere…“.
Aldo Moro condensò la Weltanschauung andreottiana in un terribile ritratto: “Si può essere grigi, ma onesti; grigi, ma buoni; grigi, ma pieni di fervore. Ebbene, onorevole Andreotti, è proprio questo che le manca: le manca proprio il fervore umano. Le manca quell’insieme di bontà, saggezza, flessibilità, limpidità che fanno, senza riserve, i pochi democratici cristiani che ci sono al mondo. Lei non è di questi. Durerà un po’ più, un po’ meno, ma passerà senza lasciare traccia“. Non un “democratico cristiano“, ammesso che democrazia e cristianesimo insieme siano altro che un accidente della storia, ma un “cattolico della Dc“, così potremmo definirlo, questo novantenne che concede l’ennesima e inutile intervista, nella quale il consueto sarcasmo prende toni violacei: “Ringrazio Dio, perché, lungo la strada… ecco, i miei compagni di scuola non ci sono più“, e tutta la “vita mea” prende senso rispetto alla “mors tua“, insomma, il solito Andreotti, solo un po’ più vecchio del solito: “Se uno ha meritato di andare in Paradiso o no, questo lo vedremo. Il più tardi possibile…“.
Ho scritto di una “visione delle cose di questo mondo rimanda alla loro irriformabilità“, e qui Giulio Andreotti ne dà ampio conto: “In un paese geograficamente e storicamente molto vario come l’Italia avere l’uguaglianza significherebbe fermare alcuni settori completamente e questo è impossibile“; “Questo è un Paese nel quale nella vita quotidiana si chiacchiera molto di rivoluzione, sembra se ne debba fare una al giorno. Poi, per cambiare qualcosa, se non c’è un precedente…“; “Non è che sia accettabile in assoluto il principio homo homini lupus, però…“. La politica, allora, cos’è? Può aiutarci un esempio che è proprio in questa intervista: “L’embrione è vita, chi uccide l’embrione fa una cosa gravissima, la vita è la vita“. Bene, si tratta dello stesso Andreotti che sul suo diario, in data 21 gennaio 1977, annotava: “Seduta a Montecitorio per il voto sull’aborto. Passa con 310 a favore e 296 contro. Mi sono posto il problema della controfirma a questa legge (lo ha fatto anche Leone per la firma) ma se mi rifiutassi non solo apriremmo una crisi appena dopo aver cominciato a turare le falle, ma oltre a subire la legge sull’aborto la Dc perderebbe anche la presidenza e sarebbe davvero più grave“. La perdita della presidenza del governo? Più grave di “una cosa gravissima” come uccidere l’embrione. Questa è la politica, almeno per Giulio Andreotti.












Andreotti sopravvive a sé stesso, già.
Continua a reincarnarsi: come un’unghia, nel suo caso…
Kossiga ne sa.
Cos’è il Casini/Cuffaro, se non una riedizione volgarizzata e peggiorata dell’Andreotti pensiero?
Osservate ciò che è accaduto in Sicilia, dopo la “”lite”" delle “”poltrone che contano”", Berlusconi ha perso circa 800 mila voti. Se questo ha un significato, l’interpretazione non è di difficile lettura. Questa classe politica che finge di rinnovarsi nelle persone di alcuni volenterosi (più o meno sprovveduti), si appresta a perpetuarsi nel potere. La parte più “” colpita “”, sarà sicuramente quella che si definisce a se stessa “”progressista “” in quanto quella di governo non necessita fingere niente, è così e così resterà. Le parole di Fassino (ultime fassinerie in ordine cronologico che mi sono pervenute) dicono quello che tutti temevamo. Siamo bravi perchè non siamo stati sconfitti, e “”loro”", hanno subito una battuta d’arresto. (più o meno per Fassino, Caporetto, è stato un successo clamoroso)
Da un Nazifascistadelnord, non mi attendo nulla, da uno di sinistra mi sarei atteso qualcosa di decente.