La ragazza dei sogni

11/01/2009 - Ci sono palazzi a Milano, a Roma o a Napoli, che quasi te lo aspetti il cartello del fuori servizio. Lo capisci dal rivestimento esterno, dalle piastrelle enormi o i balconi che sovrastano fregi e portoni con stemmi antichi. Cominci

     
 

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Ci sono palazzi a Milano, a Roma o a Napoli, che quasi te lo aspetti il cartello del fuori servizio. Lo capisci dal rivestimento esterno, dalle piastrelle enormi o i balconi che sovrastano fregi e portoni con stemmi antichi. Cominci ad immaginarti gli ascensori nell’androne delle scale, quelli che permettono anche ai piani alti, a quelle soffitte diventate attici, di farsi abitare da persone più anziane, da persone senza servitù, da persone che possono scendere senza fare tanti gradini. Me lo aspettavo anche quando entrai nella porticina intagliata in un portone austero e pulito, in un androne silenzioso con le cassette delle lettere intatte e funzionanti. Non mi dispiacque trovare il cartello che mi suggeriva, calorosamente, di fare a piedi le scale fino al 4° piano. Sentivo che il momento era importante e un po’ di tempo mi avrebbe aiutato nella concentrazione.

Portai il mio ingombrante fardello con calma e via via che leggevo le targhette dorate degli abitanti del palazzo sentivo il leggero click dei coprispionci che si alzavano e abbassavano al mio passaggio. Ripercorrevo mentalmente i passi che mi avevano portato verso quell’appartamento come un astronauta che, prima della discesa finale verso la Luna, ripensa ai sogni da ragazzo, ai primi voli, ai primi addestramenti fino alle azioni finali che deve compiere per portare a termine la missione.

Tutto era cominciato due mesi prima quando, in una sera di settembre, avevo terminato di leggere un libro di Poe: “Due indagini per l’ispettore Dupin”. Quel libro era capace di eccitare la mia mente e di darle l’illusione, la speranza o meglio l’incosciente certezza, che tutto ciò che si vuole si può realizzare, con intelligenza, pazienza e perseveranza. Così, dando un’occhiata distratta ad una pubblicità in tv avevo visto una modella dal corpo patinato, una statua greca, una bellezza sovraumana. Questo corpo ammiccava ai possibili compratori con uno sguardo dolce, profondo, in cui due occhi neri parevano poter racchiudere, proteggere e al tempo stesso regalare la bellezza del mondo. Pochi secondi, erano bastati pochi secondi per scatenare la mia fantasia e i miei desideri.

Con quella rara sensazione che si ha quando volontà, ragione e sentimenti sembrano un tutt’uno indissolubile, decisi di cercarla, su internet, a partire dal nome del prodotto. Da quello passai all’agenzia pubblicitaria, a quella di casting, ad un indirizzo e-mail. Mi finsi il segretario di un armatore genovese che, dovendo presentare i suoi prodotti ad un gruppo di facoltosi arabi, aveva bisogno di modelle dai capelli e dagli occhi scuri. Feci l’esempio della ragazza della pubblicità (nota anche nel mondo arabo come indicato nel sito internet), e insistetti perché si provvedesse subito, senza badare al prezzo.

Due settimane e conoscevo il nome della ragazza, Manuela, nazionalità, argentina, e un appuntamento per il contatto preliminare. Mi procurai un alloggio a Milano, o meglio nella cintura, in un quartiere che in un solo mese passò dall’afoso al gelido, passando per il piovoso e nebbioso. In quel periodo la mia unica attività fu piantonare la sede dell’agenzia, identificare e poi seguire la donna dei miei sogni. Non fu facile o almeno non tanto facile come immaginavo. Rinunciai subito ai taxi perché quando chiedevo di seguire un’auto mi dicevano che non volevano guai, che non facevano i poliziotti e, fermandosi dopo pochi metri, mi aprivano la portiera per indicarmi la fine della corsa. Meglio la metropolitana. Quando lei la prendeva, quando riuscivo ad entrare nel suo stesso vagone e scendere alla sua fermata. Quando riuscivo a seguirla nei cento cunicoli senza farmi notare e non perderla appena riaffiorava in superficie. Ma quasi mai andava bene. A volte andava da amici, a volte in un altro ufficio, a volte a mangiare o in palestra. Dopo tre settimane riuscii finalmente a capire dove viveva. Da lì tutto fu più facile. Gli appostamenti li facevo per capire i suoi orari e di quelli che andavano a trovarla. Senza dimenticare il portiere, ovviamente, che non si doveva insospettire, e, al momento topico, mi doveva bloccare o offrirsi di fare la consegna. Quando mi presentai nel palazzo nella sua ora di riposo, aspettando che uscisse qualcuno per aprire il portone, quando raggiunsi il suo appartamentino, in cui la targhetta dott. Minchetti non faceva discriminare un ammiratore da un compagno o da un semplice datore di lavoro, sapevo già che era sola, che non sarebbe scesa prima di un paio di ore e che, a giudicare dal passo tranquillo e dal viso gioviale con cui era entrata nel palazzo, non era arrabbiata. Era ora di preparare bene il costume di scena. Calcolando la visuale dello spioncino incorniciai sul lato destro il mazzo di rose rosse (di provenienza argentina, guarda che combinazione) e sul sinistro il mio viso leggermente sudato (per le scale) con il berretto a rovescio a mostrare la pubblicità di una fantomatica “Superflora consegne a domicilio”. Bussai con dolcezza e mi preparai a cogliere il benché minimo segno, il più impercettibile movimento dei lineamenti che mi rivelasse la sua reazione, i suoi pensieri, i suoi sentimenti.

Ma avevo fatto i conti senza l’oste. Appena aprì la porta la sua immagine mi bloccò ogni riflessione. I capelli scuri erano raccolti in un asciugamano bianco, profumato della recente doccia, che incorniciava un viso ovale abbronzato. Le tirava gli zigomi all’insù quasi a non voler limitare degli occhi neri immensi, luccicanti, profondi ed interrogatori. Una maglietta bianca, infilata in fretta dopo lo squillo, le copriva il seno abbondante e la pancia quasi fino all’ombellico. Un pantaloncino rosa sembrava contenere a stento i fianchi tondi e delle gambe elastiche pronte a scattare di nuovo, verso un luogo lontano dalla mia vista. Fu questa paura che mi fece ritrovare le parole che uscirono false, stentate, con una voce bassa e roca: “Buon giorno signorina, ci sono questi fiori per lei”. La gioia incontenibile della sua vista fu superata solo dallo stupore dei suoi occhi, dal leggero incresparsi della fronte che celava lo sforzo di capire chi avesse potuto mandare quelle rose. Pensai che aveva un compagno zoticone che non le mandava mai fiori o, speranza delle mie speranze, che non avesse compagni.
“Grazie. Chi li manda?” e si protese verso di me a prendere il pesante fardello. Io che ero pronto a donarle tutta la flora terrestre le dovetti rifiutare questo piccolo esemplare.

“Mi dispiace ma non c’è scritto. Ho però ricevuto indicazioni di preparare io stesso il recipiente per le rose, con la giusta miscela di acqua e di un prodotto per la conservazione di cui le lascio una confezione per i successivi trattamenti. Se lei è impegnata adesso” dissi lasciando scorrere il mio sguardo sui suoi capelli bagnati “posso venire in un secondo momento, quando meglio le aggrada”. “No si figuri, c’è anche l’ascensore rotto e ha fatto tutti questi piani a piedi. Si accomodi”.

L’appartamento era molto bello, arredato tutto in bianco e nero. Mi indicò un portafiori su un tavolino trasparente a lato di un divano bianco a tre posti. Riposi con cura e professionalità le rose e vi spruzzai una miscela apposita (fatta di acqua gassata in una bottiglietta spray che conteneva in gioventù dopobarba) di cui lasciai il resto sul tavolino. Lei tornò dopo poco, con i capelli sciolti e, fermatasi a guardare le splendide rose, fece scivolare un elastico tra le mani prima di legarvi i capelli in una coda che ben presto cominciò a danzare con i suoi passi. Era il momento di passare alla fase finale dell’approccio. “Queste rose vengono dall’Argentina. Lo sa che si dice che una rosa conserva il sospiro di chi l’ha baciata. Se si avvicinano le labbra si può sentire ogni volta quel calore”.

Qualcosa certo balenò nella sua mente se si avvicinò a quei fiori senza staccare lo sguardo dai miei dicendo: “In Argentina si dicono tante cose”. Sapevo che non avrei retto il suo sguardo, sapevo che non sarei riuscito a recitarle nessuna delle poesie argentine che avevo ripassato nella mente nell’ultimo mese. Ma ero sicuro che ci avrei provato, che quella sarebbe stata la mia unica possibilità. Invece, chiudendo leggermente gli occhi per trovare l’espressione giusta e le parole iniziali della più sospirata delle poesie, non notai il cambiamento della sua espressione, il suo ritrarsi terrorizzata, la sua bocca che si spalancava per urlare, le sue gambe che puntavano i piedi a terra con forza. Mi mancò solo un attimo ma riaprendo vidi il vaso che cadeva dalle sue mani, il tavolino di vetro scivolare in mille pezzi e la sua ombra che fuggiva verso la cucina. Solo dopo il fragore dei vetri notai che un piccolo mostro mi osservava, solo quando mi misi alla sua caccia capii che un grillo era saltato su dai fiori e l’aveva spaventata.

Mi ci volle un po’ per far fuggire dalla finestra la bestiola, ancor di più far riprendere Manuela dallo spavento e dalla risata in cui era stata risucchiata vedendomi, a quattro zampe, armato di un giornale e una rosa tra i denti, cercare l’animale sotto il letto e nel bagno. Ma, come i vetri, anche il ghiaccio si era rotto e passammo il resto della serata a parlare di tutto, dagli improbabili travestimenti alle poesie argentine impossibili da ricordare. E dopo quella, altre ne vennero.

Ora Manuela non fa più la modella. Dirige la sua vecchia società di casting. La mattina, prima che si svegli, mi ci vuole un po’ per capire che non è solo un sogno, e guardo a lungo il suo viso nascosto dai capelli lunghi e arruffati, le braccia aggrappate al suo cuscino e alle coperte che mi ha rubato nella notte, il corpo che riempie tutto il letto lasciando un angolo che occupo discretamente, come Eta Beta. A volte, in questo strano dormiveglia, mi pare di vedere qualcosa che si muove lento sulla finestra. Qualcosa che mi guarda, mi saluta con le zampine e, prima di saltare via, mi fa un occhiolino.

     
 

3 Commenti

  1. Lucia scrive:

    “Solo dopo il fragore dei vetri notai che un piccolo mostro mi osservava, solo quando mi misi alla sua caccia capii che un grillo era saltato su dai fiori e l’aveva spaventata.”

    Quel mostriciattolo verde,un vero e proprio “grillo per la testa”, quei pensieri”ossessivi” che balenano nella mente dell’innamorato del post;
    …sentirsi pedinate, spiate da un presunto innamorato è irritante, e personalmente non ritengo che possa trattarsi di un “amore razionale”: è amore, ma è un amore turbato, malato, ossessivo e morboso!
    Cito un sonetto di Shakespeare sull’amore malato che comunque nonostante gli sforzi va apprezzato:
    “Come febbre è il mio amore: anela sempre
    a ciò che nutre e prolunga il malessere,
    cibandosi di ciò che serba il male,
    per compiacere il malsano appetito.

    La mia ragione, medico al mio amore,
    furente ch’io non seguo i suoi precetti,
    m’ha lasciato: ora scopro, disperato,
    che il desiderio è morte, proibito.

    Non mi curo, se non lo fa ragione,
    e farnetico sempre esagitato:
    pensieri sono e discorsi d’un folle,

    vani, confusi, lontani dal vero:
    bella ho giurato te, pensato splendida,
    te come inferno, come notte nera.”

    Bel post! ;)

  2. marblestone scrive:

    Lucia,
    il sonetto è bellissimo ed è un sacrilegio accostarlo al mio misero racconto…che però è di una ossessione molto più allegra e meno malata…
    Grazie come sempre dei tuoi commenti

  3. Lucia scrive:

    Pietro, le frasi tipo:”Pochi secondi, erano bastati pochi secondi per scatenare la mia fantasia e i miei desideri.” “In quel periodo la mia unica attività fu piantonare la sede dell’agenzia,” “identificare e poi seguire la donna dei miei sogni.” “Rinunciai subito ai taxi perché quando chiedevo di seguire un’auto mi dicevano che non volevano guai,” “Gli appostamenti li facevo per capire i suoi orari e di quelli che andavano a trovarla.” “sapevo già che era sola, che non sarebbe scesa prima di un paio di ore”…riflettono un’ossessività non poi tanto allegrotta..un pò maniacale!…ma rimane pur sempre una mia opinione personale. :)

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