Gli Usa e il grande gioco dell’Asia

02/09/2011 - La rivoluzione della politica americana nel sub-continente indiano dagli anni ’70 ad oggi Non è possibile capire il grande gioco della politica in Asia senza conoscere la storia dei suoi maggiori protagonisti e in particolare quella del conflitto indo-pakistano, destinato

     
 

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La rivoluzione della politica americana nel sub-continente indiano dagli anni ’70 ad oggi

Non è possibile capire il grande gioco della politica in Asia senza conoscere la storia dei suoi maggiori protagonisti e in particolare quella del conflitto indo-pakistano, destinato a segnare gli equilibri del sub-continente indiano, attorno al quale si sono sviluppate e si sviluppano le strategie di potenze quali Stati Uniti e Cina.

L’INDIPENDENZA – All’indomani dell’indipendenza dalla Gran Bretagna, l’India, il Pakistan e il Bangladesh erano un’unica enorme nazione. Il lascito britannico e la lotta per l’indipendenza dettero vita già allora alla più grande democrazia del pianeta, ma una democrazia fragile, che federava una popolazione numerosissima divisa per etnie, religioni e storia, incapace di convivere, nonostante si prospettasse un assetto federale a cercare di conciliare la diversità nell’unità.  Le contraddizioni emersero velocemente e la più esplosiva era sicuramente quella che opponeva la minoranza musulmana alla maggioranza non musulmana, decisa a costruire un paese nel quale non ci sarebbe stato posto per leggi derivate dal Corano o comunque ispirate alla tradizione e alla specificità dei musulmani.

MOVIMENTI EPOCALI - Ai feroci scontri tra musulmani e indù segui la separazione tra India e Pakistan, un movimento epocale di persone che a milioni s’incrociarono sulle stesse strade, con i musulmani diretti verso il Pakistan Occidentale e quello Orientale e i non musulmani verso quella che oggi conosciamo per l’India.  Bangladesh e Pakistan formavano all’ora un paese solo, diviso dall’India che si trovava nel mezzo e governato da una giunta militare che presto acquistò il favore degli Stati Uniti, che vedevano male il rifiuto dell’India d’aderire al fronte anticomunista e di farsi protagonista del movimento dei paesi Non Allineati in quella Guerra Fredda destinata a durare fino alla fine degli anni ’80.

I MILITARI - Nel 1970 le elezioni pakistane portarono alla vittoria un movimento favorevole all’emancipazione dai governi militari che aveva il suo baricentro nella regione bengalese, la Awami League, gettando nel panico la classe dirigente del West Pakistan. Alla reazione dei militari che invalidarono le elezioni, il Bengala rispose proclamando l’indipendenza del Bangladesh dal Pakistan. Dal Pakistan il generale Yaia, dopo consultazioni con Washington nelle quali ottenne il via libera da Kissinger e Nixon (“Don’t squeeze Yaia”, documentato dagli archivi americani) inviò un corpo di spedizione di trentamila uomini per reprimere nel sangue la rivolta bengalese.  La repressione fu davvero sanguinosa, solo il primo giorno si contarono più di settemila morti nella capitale bengalese, oltre a rapporti di stupri di massa e di ogni genere di brutalità, seguendo le indicazioni dello stesso Yaia: “uccidetene tre milioni e mangeranno dalle nostre mani”. E fu uno dei peggiori e brutali genocidi della storia.

IL BANGLADESH - Oltre dieci milioni di bengalesi in fuga attraversarono in pochi giorni le frontiere con l’India in cerca di scampo, mentre il mondo dibatteva all’ONU su come affrontare la crisi e gli appelli ai militatri pakistani cadevano nel vuoto.  Di fronte all’indignazione planetaria, che dette vita anche a un famoso concerto dei Beatles per il Bangladesh, solo Stati Uniti e Cina continuarono a considerare la questione un affare interno al Pakistan, al quale gli Stati Uniti non sospesero neppure i generosi aiuti con i quali mantenevano il regime.  Dopo un infruttuoso tour delle capitali mondiali culminato in un colloquio proprio con Kissinger e Nixon, il premier indiano Indira Gandhi ritornò in patria con le idee chiare. Ad appena pochi giorni dal suo ritorno un corpo di spedizione indiano entrò in Bangladesh, costrinse alla resa i pakistani e li rimpatriò. Il tutto in appena tre mesi, prima che i bengalesi potessero dare corpo a una vendetta che appariva più che scontata.

L’INDIPENDENZA – A seguito dell’intervento indiano il governo americano contattò segretamente l’ambasciatore cinese all’ONU, proponendo che la Cina attaccasse l’India, una proposta (documentata anche questa) caduta nel vuoto. Nel 1971 il Bangladesh dichiara così la propria indipendenza staccandosi definitivamente dal Pakistan e l’India firma un trattato pace e collaborazione con l’URSS, sancendo così la disfatta politica, militare e diplomatica del Pakistan e del suo alleato statunitense.  L’umiliazione non fu senza conseguenze, tanto che il premier pakistano Alì Bhutto dichiarò di essere pronto a “mangiare erba” pur di dotare il paese dell’arma atomica, l’unica in grado di riequilibrare la plateale superiorità convenzionale dell’India sul Pakistan.

BOMBA O NON BOMBA – Nacque allora il progetto della “bomba atomica islamica”, che sarà presentata al mondo nel 1989 con i primi test atomici pakistani, condotti in risposta a quelli, analoghi condotti dall’India.  Progetto che vedrà associarsi al Pakistan, nella veste di finanziatori, tre paesi: l’Arabia Saudita, l’Iran e la Libia. Paesi poi destinati a condividere il successo dell’impresa, tanto che il programma nucleare iraniano e quello libico risulteranno gemelli di quello pakistano.  La dimostrazione si è avuta nel 2004, quando il leader libico Gheddafi vi rinunciò e consegnò agli americani i materiali in suo possesso, non mancando di rendere pubblico l’accordo e d’inguaiare così il Pakistan, che emerse allora come fonte di una vasta operazione di proliferazione nucleare.  L’accordo era sopravvissuto negli anni e attraverso il mutare della storia e delle condizioni politiche, tanto che l’Iran degli Ayatollah raccolse il testimone di un impegno siglato dal regime dello Sha di Persia e ora ne gode i frutti. Anche i vettori iraniani sono copia di quelli pakistani, a loro volta derivati di No-Dong nord-coreani in un probabile do ut des con quel regime.

ARABIA SAUDITA - L’Arabia Saudita, sponsor dei militari pakistani negli ultimi decenni, conserva per un principe saudita un posto nel board nucleare pakistano ed è opinione comune che abbia ricevuto dal Pakistan alcune testate, con le quali armare alcune decine di missili cinesi a medio raggio che possiede da anni e che altrimenti non avrebbe alcuna ragione strategica di mantenere. In anni recenti un tentativo di “ammodernamento” di questi missili tramite l’acquisto di vettori cinesi più moderni è andato a vuoto a causa dell’opposizione americana. L’Arabia Saudita si è sottratta a ogni controllo da parte dell’AIEA siglando lo Small Quantities Protocol, con il quale un paese dichiara di gestire solo modeste quantità di materiali radioattivi chiamandosi fuori da qualsiasi aspirazione nucleare. Una mossa che insieme alla benevolenza americana ha impedito qualsiasi curiostià sull’attivismo saudita attorno alle atomiche pakistane.

IL PERICOLO - Il Pakistan rimediò accusando il “padre della bomba atomica pakistana” A.Q, Kahn, poi rapidamente “perdonato” da Musharraf, come se traffici nucleari del genere potessero essere gestiti da una piccola banda all’insaputa dei servizi pakistani. I media occidentali fecero del loro meglio per sopire e dimenticare lo scandalo, tanto che ancora negli anni successivi si sono potuti leggere articoli che accusavano l’Iran di procurarsi quanto necessario al suo programma nucleare attraverso traffici con le ex-repubbliche sovietiche, anche su quotidiani come Il Corriere della Sera.

CAMBIO DI STRATEGIA – Dal 2001 è poi cambiata anche la strategia americana nel sub-continente indiano, con gli Stati Uniti che hanno cominciato a dubitare dell’alleato pakistano, utile fino a che era funzionale in chiave anti-sovietica durante l’occupazione dell’Afghanistan e improvvisamente pericoloso una volta rivelatosi protettore e finanziatore dei qaedisti, ora anti-americani. In seguito a questi rivolgimenti l’amministrazione Bush ha concluso con il governo indiano un imponente accordo di collaborazione che spazia dal nucleare alle forniture belliche, aprendo all’India il supermarket americano della armi, deponendo i pregiudizi cge furono di Kissinger nei loro confronti.  La (relativamente) nuova strategia è quella che mira ad inserire l’India nel ring of pearls, il nuovo piano americano per l’Asia, oggi in funzione di contenimento anti-cinese, anche se la Cina non sembra affatto essere in grado di rappresentare una minaccia militare lontanamente paragonabile a quella che fu dell’Unione Sovietica. Non per niente ai tentennamenti americani le amministrazioni pakistane rispondono ventilando avvicinamenti ai cinesi, materializzando negli americani il timore che questi possano avere un accesso diretto all’Oceano indiano e da lì al Medioriente.

     
 

1 Commento

  1. alexa scrive:

    molto interessante,finalmente articolo esteri ben fatto

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