L’aria di Natale
25/12/2008 - Il tempo, lo spazio, persero le loro abituali dimensioni per lasciare spazio ad un nuovo senso di sicurezza. Sì, sentivo di amare quella ragazza, sentivo che la mia vita solitaria si sarebbe immersa per sempre in quel profumo restituendomi gioia
Il tempo, lo spazio, persero le loro abituali dimensioni per lasciare spazio ad un nuovo senso di sicurezza. Sì, sentivo di amare quella ragazza, sentivo che la mia vita solitaria si sarebbe immersa per sempre in quel profumo restituendomi gioia e serenità ogni volta diversa, come un Natale che ha nuovi doni, nuovi colorati pastorelli eppure
conserva la stessa aria di sempre.
Quando riaprii gli occhi vidi l’autobus percorrere veloce e traballante la strada che mi portava alla mia attuale casa. Dovevo scendere, rientrare a casa ma rimasi, tentato dal capire dove scendesse quella ragazza, dove si esaurisse quella profumata piacevole chimera. Così vidi l’autobus arrampicarsi verso la zona alta della città, svuotarsi di passeggeri festanti, felici di tornare a casa nell’abbraccio del calore domestico. Li invidiavo perché a me non restava che l’attesa di una fugace telefonata (perché fugaci erano tutte le telefonate che non durassero ore) alla mia ragazza nervosa e stanca per il lavoro.
Mi alzai con lei, poco dopo, dirigendomi all’altra uscita, deciso a scendere e prendere l’autobus nella direzione opposta. La fermata era proprio davanti ad un piccolo parco affollato di case nuove e di auto parcheggiate a fatica, dove alcuni alberi ad alto fusto avevano trovato posto tra le speculazioni edilizie e l’ambizioni di un posto vivibile. Stavo attraversando la strada con calma mentre la ragazza spariva nel dedalo delle viuzze interne; mi avviai verso la fermata quando una voce, rapida e lontana, parve chiamare il mio nome. Mi girai ma non c’erano che auto in coda e signore che tornavano dalla spesa. Nessuna pareva aver pronunciato parola. Pensai che era solo la mia solitudine, solo l’estremo desiderio di prolungare una qualche compagnia, l’interpretazione di un grido, di una chiamata ad un nome diversissimo dal mio. Ma l’illusione si ripeté e mi parve venire proprio da quel parco. Che qualcuno mi avesse riconosciuto? Non conoscevo nessuno lì né c’ero mai stato prima.
Distrattamente, con le mani in tasca, mi diressi verso l’interno. Le luci alle finestre mi raccontavano storie ignote eppure familiari di calde vigilie di Natale mentre io cercavo di proteggermi dal freddo sferzante avvolgendomi sempre di più nelle mie braccia. Mi guardavo intorno ma non vedevo nessuno affacciato, nessuno che, chiamato al posto mio, alzasse uno sguardo riconoscente, una mano ad indicare la cercata presenza. Osservavo forte, con la certezza di essermi sbagliato e la speranza di imbattermi in un volto noto quando la voce si udì più chiara, quasi spazientita, giusto alle mie spalle. Mi girai di colpo ed una finestra, al secondo piano, aperta nonostante il freddo, parve rivelare un’ombra che si era ritratta tardiva. Sorridendo allo scherzo di qualche conoscente mi avviai oltre il portoncino socchiuso, su per le scale di marmo di un corridoio pulito e ordinato.
Salii quasi di corsa fino al secondo piano fino ad un’altra porta socchiusa. Già mi aspettavo un volto familiare, un collega del lavoro o dell’università quando invece apparve la ragazza della metro, a testa bassa, con un sorriso smorzato sulle labbra. Dietro, come in processione, c’era la ragazza con il piumino giallo, dai modi veloci e decisi e ancora, ad ammirare la mia bocca aperta e la busta di latte che per la sorpresa cadeva a terra, la ragazza dell’autobus. Alla fine cominciarono a ridere, prima mordendosi le labbra per contenersi, poi coprendosi il viso con una mano infine piegandosi in due senza ritegno. Io restavo lì esterrefatto, muto, con la bocca aperta come davanti ad una apparizione sacra. Stavo per chiedere una qualche forma di spiegazione quando la porta fu aperta del tutto su un appartamento ampio e vuoto, da cui arrivava con il suo sorriso da bimba impertinente il mio amore.
Abbracciò il manichino informe che ero diventato “Ce ne hai messo di tempo per arrivare. Ti ho chiamato cinque volte” (Mai avuto buone orecchie io).
“Tu qui… loro… chi sono… questa casa…”
“Questa è la nostra nuova casa, se vuoi. Il proprietario è un vecchio amico e mi aveva detto che potevamo vederla quando volevamo. Così, insieme alle sue tre figlie e qualche confezione dei miei passati profumi, ho pensato di farti una sorpresa, approfittare della tua infinita curiosità per organizzarti un viaggetto tra quello che eri, quello che sei e quello che, se vuoi, saremo insieme”.
Oggi mi sono svegliato per la prima volta nella nuova casa e il mio pensiero è andato al più bel Natale della mia vita.
Un coro di uccellini festanti mi ha annunciato una assolata giornata di Primavera facendomi sentire come nei giorni di festa in cui da bambino non dovevo andare a scuola. Allungo il mio naso al di là del mio cuscino e respiro il suo profumo. Lei è nascosta da un piumone pesante rubatomi nella notte, da un pigiamone di orsacchiotti e radio volanti, da un getto di capelli che le coprono il viso, assorta nei rari vagiti di un sonno che non vuole finire.
La guardo e l’annuso forte.
Penso che è proprio vero, con un profumo così è come se fosse ogni giorno Natale.












Il Natale, o meglio, la “notte di Natale” trasmette sempre un senso di nostalgia!
…e la nostalgia è sempre legata ai ricordi, e quanti ricordi racchiusi in un profumo: in quella scia profumata…mi tuffo con i pensieri per poter capire di più il suo tempo nel tempo.
BUON NATALE Pietro e a tutti voi di giornalettismo.
E’ il Natale dell’amore, di chi l’ha trovato e di chi l’ha perso, è il Natale di Franco, Stella, Massimo e Martina, un Natale semplice, fatto della casa sempre sognata, di piccoli oggetti di ceramica bianca, di lampadine perché i lampadari possono pure aspettare ché ce li compriamo pian piano, è il Natale con l’albero dalle palline rivestite di filo colorato e di pacchetti finti di scatole vuote, è il primo Natale senza Franco, un uomo normale, con il profumo della semplicità, uno che quando non ti conosceva si presentava: “Ciao, io sono Franco”, perché lui era uno che ci teneva a non pretendere troppo dalla vita: un sorriso, un caffè e un bicchiere di vino per stare in compagnia. Questo è decisamente il suo Natale per ricordarci quanto poco vale qualsiasi regalo senza chi amiamo.