Il nuovo Governo punta sulla digitalizzazione delle PA, ma tutti i siti istituzionali cadono rovinosamente a pezzi. L’ultimo, in ordine di tempo, è Italia.gov. Chiuso senza spiegazione alcuna nemmeno a chi ci lavorava. Figurarsi ai cittadini.
Bisogna ammetterlo: il problema del digital divide è ormai uno dei nodi gordiani della classe politica italiana. Soprattutto per quanto riguarda la parte istituzionale. Mentre i blog e siti dei vari deputati/onorevoli/candidati funzionano sufficientemente, eccezion fatta per Prodi e qualche altro sparuto esempio, lo stesso non si può dire dei siti e portali dedicati ai servizi al cittadino o alla promozione del
prodotto-Italia all’estero. In poche parole, mentre con i propri soldi i politici sono in grado di far nascere e dare in gestione prodotti web quantomeno funzionanti nel tempo, con i soldi dei contribuenti non si riesce proprio a fare. Eppure, non se ne spendono pochi. Intanto, all’inizio della nuova legislatura, Brunetta ha dichiarato di voler digitalizzare completamente la pubblica amministrazione, dopo che Berlusconi aveva più volte utilizzato il tema in campagna elettorale. Visti i risultati, forse sarebbe andata meglio se nessuno ci avesse messo mano.
LA MATTANZA – Prendiamo ad esempio il mega portale Italia.gov. E’ di questi giorni la sua chiusura, senza preavviso alcuno, annunciata da un laconico comunicato in home page. Presentato con tutti i crismi nel 2002 da Stanca, ministro per l’Innovazione e le Tecnologie, il sito doveva essere “una piazza virtuale nella quale incontrare una amministrazione amica, più semplice da comprendere e da raggiungere”. La piazzetta è costata quasi dieci milioni di euro (9.900.020,00 per la precisione), cioè qualcosa come novemila euro al giorno, ma alla sua apertura i giudizi non furono certamente positivi: Italia.gov era accusato di essere un mero contenitore di links, senza nessun vero servizio offerto se non il poter parlare con un operatore. Una realtà dunque ben lontana da quella ipotizzata da
Stanca, che si presentava più che altro come il solito spreco di denaro pubblico. La storia, però, non finisce qui: all’epoca l’appalto del sito, della durata di tre anni, fu concesso ad un Raggruppamento Temporaneo di Impresa (R.T.I.) tra EDS Italia SpA, Elsag SpA, Engineering SpA e Giunti Interactive Labs s.r.l. Il contratto era in scadenza e pare fosse stato prorogato. Poi, dieci giorni, il CNIPA, Centro Nazionale di Innovazizone per la Pubblica Amministrazione ha annunciato la sospensione temporanea del servizio “per motivi tecinici ed amministrativi”, enza ulteriori spiegazioni se non quelle, generali, fornite anche sul portale. L’annuncio recita sospeso, e si resta in atttesa di una (eventuale) riattivazione del servizio. Da un lato, si può pensare che almeno un altro buco nero di soldi pubblici è sparito. Ma è impossibile non constatare con rammarico come la pubblica amministrazione sia ben lontana da digitalizzarsi, non già completamente ma anche solo parzialmente, con successo. E se davvero il piano di Brunetta prevede un massiccio utilizzo delle nuove tecnologie per le pratiche di PA, sarebbe bene pensare ad una rivoluzione totale del sistema, per evitare di lasciare in giro sul web nuove carcasse di lusso che invece di semplificare la vita del cittadino, al massimo ne alleggeriscono le tasche.
NON SOLI, MA MAL ACCOMPAGNATI - L’altro esempio di progetto web abortito tragicamente fu Italia.it, meglio
conosciuto con la locuzione “scandalo italiano”: un godzilla del web costato 58 milioni di euro che è attualmente chiuso. La storia è riassunta qui e sostanzialmente testimonia la totale incompetenza di chi avrebbe dovuto gestire un progetto web di promozione dell’Italia all’estero e si è trovato con un prodotto “lento, zeppo di errori ed omissioni, tecnicamente mal fatto e non rispetta pienamente la legge Stanca sull’accessibilità ai disabili”. Con in più, oltre al danno anche la beffa, un video di Rutelli che si esibisce in un uso quantomeno imbarazzante della lingua inglese. Insomma, un disastro completo pagato interamente dalla collettività, che ancora tiene banco grazie all’interessamento di Michela Vittoria Brambilla, sottosegretario con delega al turismo alla Presidenza del Consiglio del nuovo governo Berlusconi. Interessamento, tuttora molto blando, che però non è supportato dalla minima cognizione di causa. E si teme un Italia.it versione due che, rispetto al disastro precedente, avrà di diverso solo il nome dei “colpevoli“.




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Questo succede quando si pensa di fare mega-portaloni senza un’idea precisa di “a cosa servono”.
Altri siti funzionano bene e sono utili invece, penso a quello dell’Agenzia delle Entrate per esempio…
Vero Just, ma aggiungerei che queste cose succedono quando a fare web ci si mettono persone (i politici) che il web non lo conoscono. Italia.it era una brochure, la più costosa del mondo, ma niente di più; un sito che, a parte il flash, sembrava uscire dal 1997.
Pliiiiiiiis, visit auar cantri, ma pliiiiiiis dont forgette auar faigahh, pliiiiiiiis… G*andissimo.
Per cinquecento euro (escluso dominio) lo faccio io.
C’è grossa ccrisi!
guardate, è tornato magicamente online!
chissà se adesso mi riassumono