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Dieci cose che non sapevi sulla crisi in Ucraina

Prima annunciato, poi smentito dalle forze armate del Cremlino. Il ministero della Difesa russo ha negato di aver dato l’ultimatum ai soldati ucraini in Crimea: «Per ora non c’è bisogno di mandare le truppe in Ucraina», ha spiegato. Eppure l’intera regione strategica è ormai sotto il controllo di Mosca. Sedici mila sono i militari russi in Crimea, occupata senza sparare nemmeno un colpo. Un’azione definita dall’Occidente come una «violazione dei trattati internazionali», a partire dagli accordi di Helsinki. Di fronte all’occupazione russa e all’estendersi della crisi in altre regioni ucraine – considerate le sollevazioni filo-russe sia a Odessa (a sud) che a Donetsk (nella regione mineraria del Donbass) – è stato Barack Obama a bocciare Vladimir Putin: «Mosca è dalla parte sbagliata della storia», ha attaccato il presidente americano. Tra i due colossi i rapporti sembrano essere tornati a quelli degli anni della “Guerra Fredda”: Washington ha anche annunciato il blocco dei rapporti militari e delle trattative bilaterali su scambi commerciali e investimenti. A Mosca è stato Vladimir Putin, invece, a ordinare il ritiro e il rientro alle basi delle truppe al confine, impegnate nelle esercitazioni militari nelle regioni occidentali e centrali della Federazioni, cominciate a sorpresa il 26 febbraio scorso.

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Le truppe impegnate nella maxi esercitazione ordinata da Putin avranno tempo fino al 7 marzo per rientrare nelle loro basi permanenti. «Chiedo che questo obiettivo sia attuato in modo ordinato, evitando qualsiasi violazione delle condizioni di sicurezza e senza portare alcuna arma ed equipaggiamento fuori servizio», ha spiegato il ministro della Difesa russo. Serghiei Shoigu. In Crimea, intanto, nella mattina i primi colpi d’arma da fuoco: le truppe pro-russe che avevano preso il controllo della base aerea di Belbek hanno sparato alcuni colpi di avvertimento all’arrivo dei circa trecento soldati ucraini che stanno marciando verso la base, disarmati. Sono una decina i soldati russi di guardia allo scalo aereo militare.

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Photocredit: La Repubblica

LA CRISI IN UCRAINA E LA CRIMEA OCCUPATA –  Mentre il segretario di Stato Usa John Kerry è partito per Kiev, si riunirà oggi il vertice della Nato sulla crisi in Ucraina. Il Consiglio Nato, che include gli ambasciatori di tutti i 28 alleati, si riunirà in base all’articolo 4 del Trattato, secondo cui un alleato può richiedere consultazioni di fronte alla minaccia di integrità territoriale e indipendenza politica di uno dei suoi membri. Se l’Ucraina non fa parte della Nato, a richiedere il vertice è stata la Polonia. Il motivo? Gli sviluppi’ della crisi in Ucraina «sono considerati una minaccia per i paesi alleati vicini e stanno avendo serie e dirette implicazioni per la sicurezza e la stabilita’ dell’area Euro-Atlantica», si legge in una nota della Nato. Il ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski ha annunciato il meeting su Twitter: è la quarta volta, nella storia dell’Alleanza, che il Consiglio Nato si riunisce sotto l’articolo 4. Prima dell’arrivo di Kerry nella capitale ucraina, è stato il vicepresidente americano, Joe Biden, ad avere un colloquio telefonico con il premier dell’Ucraina Arseni Iatseniuk. Lo comunica la Casa Bianca. I due leader hanno discusso gli sforzi diplomatici in corso a sostegno della stabilita’, della sovranita’ e dell’integrita’ territoriale dell’Ucraina. Biden ha parlato anche con il presidente dell’Estonia, Toomas Ilves, con il quale si è consultato sulla situazione in Ucraina e sugli sforzi internazionali per allentare la situazione e assicurare la stabilità dell’Ucraina e dell’area. C’è il timore che la crisi possa estendersi da Kiev agli altri paesi dell’area.

IL CROLLO DELLE BORSE – Da Mosca, al contrario, si continua a considerare il deposto Yanukovich come «un presidente democraticamente eletto e rimosso con la forza». Ma non solo: per giustificare le operazioni militari in Crimea, i vertici russi hanno rilanciato la volontà di difendere i cittadini russi dagli estremisti: «Continuano a rappresentare un rischio per il Paese», ha spiegato l’ambasciatore russo alle Nazioni Unite, Vitaly Churkin, sottolineando che l’ex repubblica sovietica è in preda al  «caos e all’anarchia». Dopo le possibili sanzioni minacciate contro Mosca dagli Stati Uniti, intanto la Borsa di Mosca ha terminato la sessione di ieri con un crollo del 10% e il rublo è precipitato ai livelli più bassi di sempre nei confronti di euro e dollaro. Hanno vacillato anche Wall Street e le borse europee. Dopo quello sull’ultimatum, un nuovo caso si aperto sulle presunte minacce russe in risposta alle possibili sanzioni americane: «Se gli Usa introdurranno sanzioni contro la Russia, Mosca sarà costretta a lasciare il dollaro per altre valute e creare il proprio sistema di calcolo e pagamenti», ha annunciato il consigliere economico del Cremlino Serghiei Glaziev. Ma è stato lo stesso Cremlino a prendere le distanze dalle dichiarazioni del suo consigliere economico Serghiei Glaziev. Una fonte di alto livello della presidenza ha precisato a Ria Novosti che quelle dichiarazioni non riflettono la posizione del Cremlino e rappresentano soltanto la sua opinione personale.

LE RAGIONI ECONOMICHE – La Russia non intende mollare la Crimea, considerato come l’area resti una regione strategica per la Federazione. Penisola sul Mar Nero, nel sud dell’Ucraina, è popolata in maggioranza da russi (circa il 60%). In origine russa, è stata annessa all’Ucraina nel ’54, offerta dal leader sovietico Nikita Krusciov, in occasione della celebrazione dei 300 anni dell’unione tra i due Paesi. Ma Mosca ancora oggi mantiene nella penisola la base della sua flotta del Mar Nero. Dopo la cacciata del presidente filo-russo Viktor Ianukovich e la presa del potere a Kiev da parte dell’opposizione nazionalista, in Crimea si sono così riaccese le tensioni separatiste da parte dei russofoni. Da giorni la Russia stava spostando corazzati verso il confine. Segnali che facevano temere per l’invasione russa, poi di fatto avvenuta. Così come lasciava pensare anche lo spostamento delle navi dal porto di Sebastopoli. Sedici mila militari occupano ormai la regione, senza che Putin abbia avuto bisogno di sparare alcun colpo. Per la Russia la Crimea resta una regione strategica: soprattutto per ragioni economiche, ma non solo. Per Mosca resta necessario mantenere la sua base di Sebastopoli, considerato ormai come da anni – in base ad accordi con Yanukovich – è stata ospitata la flotta russa sul Mar Nero. Il sito è strategico perché permette a Putin sia di contenere la presenza della Nato sul Mediterraneo, ma anche in ottica siriana. Oltre all’importanza del porto, necessario per Putin anche in ottica esportazioni, resta centrale nella crisi in Crimea la questione energetica, legata ai gasdotti. Quatto anni fa fu il deposto Yanukovich a firmare un nuovo accordo con il “vicino di casa” per permettere all’Ucraina di usufruire di prezzi di favore sulle importazioni di gas russo, con sconti del 30%. Ma il pase deve ancora al colosso russo Gazprom circa un miliardo e mezzo di dollari di debito. In Ucraina passano poi circa 40mila chilometri di gasdotti, che permettono al governo di Kiev di incassare quasi tre miliardi di dollari annuali per il transito di quello diretto verso l’Europa. Non è un caso che l’Ue, non autonoma dal punto di vista energetico, abbia cercato di rafforzare il proprio legame con l’Ucraina. Contesa per lungo tempo tra Occidente e Mosca e poi finita sull’orlo di una crisi che ha fatto tornare l’incubo della guerra in Europa. Un’occupazione silenziosa quella di Putin in Crimea, che ormai controlla la regione. Maidan è lontana, a Sebastopoli si spinge per ristabilire il legame con Mosca. Se la popolazione locale ha accolto con favore l’avanzata dell’esercito, la Crimea è diventata ormai un territorio russo.

DALLA CRIMEA A ODESSA E DONETSK?  – Ma la crisi potrebbe estendersi dalla Crimea verso altre regioni. Sollevazioni simili sono scoppiate anche a sud del Paese, a Odessa, e nella regione del Donbass, nella capitale Donetsk. Ha spiegato Repubblica:

«A Odessa, la più grande e antica città di mare sul suolo ucraino i “russi” con bandiere e striscioni hanno manifestato sulla scalinata immortalata dal regista sovietico Eisenstein che vi ambientò la scena clou de “La Corazzata Potiomkin”. Poi hanno circondato il Parlamento della regione, chiesto di promulgare un referendum per l’autonomia dal resto della nazione. E si sono scontrati con un centinaio di volontari venuti da Kiev per contrastarli. Botte, feriti, una polizia incerta, poi in serata il Parlamento ha deciso di rifiutare la proposta perché anticostituzionale ma i russi di Odessa non hanno intenzione di fermarsi. Diversamente le cose sono andate a Donetsk, capitale della regione mineraria del Donbass. Qui l’assalto ha incontrato meno resistenze. Il governatore filo russo, deposto due giorni fa dal Presidente ucraino a interim, Turcinov, è stato invece rieletto al suo posto a furor di popolo e la folla chiede l’indipendenza della regione»

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CRISI A KIEV: LA RUSSIA E L’ATTACCO ALLE COMUNICAZIONI – Come ha spiegato Foreign Policy, nella crisi in Ucraina tra gli obiettivi di Mosca ci sono anche le comunicazioni, dalle linee Internet a quelle telefoniche. «Mosca non è riuscita a imporre un blackout informativo, ma gli attacchi potrebbe essere un segno di come la Russia stia cercando di aumentare le sue operazioni militari contro il nuovo governo di Kiev, senza bisogno di sparare nemmeno un colpo», si legge. Ma non solo:

«Già in passato la Russia ha lanciato attacchi informatici sui suoi vicini, con l’obiettivo di ostacolare la capacità dei paesi di comunicare con i propri cittadini e con il mondo esterno. Nel 2008, durante la guerra tra Russia e Georgia, l’esercito russo aveva tentato di distruggere anche i mezzi di comunicazione. Sebbene gli sforzi in Crimea finora non siano riusciti a soffocare le linee di comunicazione della regione, gli esperti temono che agli iniziali attacchi potrebbero seguire pesanti attacchi informatici russi sulle infrastrutture di comunicazione in Ucraina, in particolare se le tensioni si estenderanno oltre la Crimea».

Così all’orizzonte c’è il rischio di un attacco russo per interrompere i servizi Internet o l’accesso ai siti web governativi ucraini.

LE MANIFESTAZIONI FILO-RUSSE – Secondo il New York Times, invece, l’estendersi delle manifestazioni filorusse anche in altre aree dell’Ucraina sarebbe permesso anche grazie alla partecipazione di “turisti” e cittadini filo-russi. Così come successo a Donetsk: «Parte delle persone che richiedono un intervento russo sono essi stessi Russi o “turisti”. Come Aleksey Chudjakov, un moscovita pro-Cremlino in viaggio a a Kharkiv». In pratica, secondo il Nyt le manifestazioni non sarebbero del tutto spontanee. Di certo, la tattica sembra sempre la stessa. Prima le manifestazioni e la propaganda, poi l’assalto ai palazzi del potere da parte dei filo-russi, per preparare l’eventuale avanzata delle forze militari. Proprio come avvenuto in Crimea.

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LE CONSEGUENZE PER L’ESPLORAZIONE SPAZIALE E SULL’ENERGIA – Secondo Nbc, invece, considerata la crisi in Ucraina e i rapporti incrinati tra Mosca e Washington, potrebbero esserci conseguenze altrettanto pesanti e inquietanti per l’esplorazione spaziale. Il motivo? Tutto è dovuto all’interdipendenza di Russia e Stati Uniti per questo tipo di attività. Si legge: «Dalla Stazione Spaziale Internazionale è stati ricordato il collegamento e gli sforzi spaziali comuni tra americani e russi. La prossima settimana, l’astronauta della NASA Mike Hopkins avrebbe dovuto tornare dalla stazione spaziale a bordo di una capsula russa, insieme a due cosmonauti russi. Un paio di settimane dopo, dovevano essere previsti altre iniziative congiunte». Adesso tutto dovrebbe saltare, considerati i rapporti tornati indietro di decenni.  Quello spaziale non è l’unico settore che ne risente. Considerata l’escalation delle tensioni in Ucraina il ministro dell’Energia russo, Alexander Novak, ha annullato il suo viaggio negli Usa per partecipare alla conferenza Ihs CeraWeek. Novak, che tra l’altro è nato in Ucraina, sarebbe dovuto intervenire oggi all’importante summit annuale sull’energia presieduto da Daniel Yergin, un premio Pulitzer. Gli sviluppi della crisi «avranno un forte impatto sulla sicurezza energetica», ha avvertito Yergin, evidenziando come il problema non riguardi solo le forniture europee, ma anche i dossier su Siria e Iran, in cui il coinvolgimento di Mosca è fondamentale.