La guerra (tutta italiana) del grano
01/08/2008 - Il prezzo del cereale è salito alle stelle e i molini italiani accussano gli agricoltori di non volerlo vendere. La Coldiretti lo ammette ma scarica gli aumenti sulla speculazione finanziaria. Il grano è davvero diventato il cereale d’oro. In meno
Il prezzo del cereale è salito alle stelle e i molini italiani accussano gli agricoltori di non volerlo vendere. La Coldiretti lo ammette ma scarica gli aumenti sulla speculazione finanziaria.
Il grano è davvero diventato il cereale d’oro. In meno di un anno prezzo del frumento tenero è schizzato alle stelle, registrando aumenti del 130 percento. Il principale colpevole, per tutti, ha nome e cognome: si chiama speculazione finanziaria. Con il prezzo del petrolio alle stelle e la crisi dei mutui subprime, gli investitori internazionali han
no pensato bene di gettarsi sul mercato delle commodities (cereali, mais e riso). La domanda globale, infatti, aumenta a dismisura trainata dalle richieste di Cina e India. L’offerta è stata scarsa nel 2007, dato che i raccolti non sono andati benissimo. Questo anche perché molti agricoltori hanno pensato bene di coltivare mais, invece di grano, per destinarlo alla produzione dei biocarburanti. Quest’ultimo fattore è tutt’altro che secondario nello scenario attuale. Europa e Usa continuano a ribadire che i biocombustibili derivati dai prodotti cerealicoli non sono responsabili degli aumenti dei prodotti alimentari. Evidentemente non tutti la pensano allo stesso modo: in un rapporto riservato, di cui il Guardian è entrato in possesso, la Banca mondiale li mette sotto accusa: sono loro che, direttamente, hanno causato la distorsione del mercato.
LA SITUAZIONE ITALIANA - Il Belpaese non è stato immune dalle dinamiche internazionali. Secondo l’indagine che il Garante per la sorveglianza dei prezzi, Antonio Lirosi, ha presentato la scorsa settimana alla Camera dei deputati anche sul mercato italiano si sono registrati aumenti significativi. A giugno 2008, rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, gli incrementi registrati sono stati dell’89,9 percento per il grano duro e del 32,5 per quello tenero. Aumenti che si sono scaricati nella filiera: le farine di semola di grano duro nei primi mesi dell’anno sono balzate a + 150 percento. In questo scenario, un ruolo non secondario è stato svolto dalla Coldiretti. L’associazione che riunisce gli agricoltori italiani da quando a settembre 2007 sono iniziati gli aumenti ha ribadito la sua estraneità ai fatti. In tutti i comunicati stampa rilasciati ha dichiarato che il prezzo del grano dal 1985 a oggi è rimasto pressoché invariato. Discorso totalmente diverso per il pane che invece è schizzato alle stelle registrando un più 419 percento rispetto all’anno in questione. Tasto, questo, su cui la Coldiretti ha continuato a martellare incessantemente, denunciando tra l’altro che le scorte dello stesso e di pasta non basteranno per più di sette mesi.
CATEGORIE - I fornai italiani, anche se mai nominati direttamente, sono stati il bersaglio principale delle accuse dell’associazione. In meno di un anno il prezzo del pane è salito del 13,3 pe
rcento e le differenze fra il costo del grano (0,23 centesimi di euro nell’85 e 0,22 nel 2007) e quello che viene definito il principe della tavola (0,52 centesimi di euro nell’85 e 2,7 euro nel 2007) sono state riportate con grande enfasi da tutti i media. Ma in tutti questi mesi nessuno si è preso la briga di analizzare due semplici cose: che nel 1985 il prezzo del pane era calmierato, deciso cioè dal governo, e che il pane, a differenza del grano, è il prodotto di un processo di lavorazione. I dati sono talmente differenti che non possono essere comparati fra loro. Difatti lo stesso Garante, durante l’audizione alla Camera, ha sottolineato l’importanza di evitare «la rincorsa delle stime “fai da te” che, spesso, hanno un contenuto informativo non sufficiente, ove non risulti addirittura fuorviante e tale da generare aumenti dei prezzi ingiustificati». Più facile ipotizzare che gli aumenti del prezzo del pane debbano essere ricercati anche in altri fattori. Il grano, infatti, può influire in maniera diretta per una percentuale non superiore al 10 percento. A pesare sulle tasche dei fornai ci sono stati anche gli aumenti delle tariffe elettriche, l’abolizione della bioraria da parte dell’Enel (una particolare tariffa che permetteva di pagare di meno l’elettricità durante le ore notturne) e il rinnovo del Contratto nazionale di lavoro.
IL COMPORTAMENTO DEGLI AGRICOLTORI – Ora la situazione sembra essersi rovesciata: sono proprio gli agricoltori a salire sul banco degli imputati. La scorsa settimana il presidente di Italmopa (l’Associazione dei mugnai e dei pastai italiani che aderisce a Confindustria), Ivano Vacondio, ha lanciato il suo atto di accusa. «Le imprese agricole», ha dichiarato, «non vendono i raccolti di frumento sperando in una spirale rialzista dei prezzi». Per il numero uno di Italmopa, gli agricoltori preferiscono stipulare contratti con magazzini e depositi piuttosto che immettere il grano sul mercato. E Vacondio spiega anche di non condividere «l’invito proveniente non solo da Coldiretti ma anche da tutte le altre Organizzazioni professionali agricole, a livello centrale e soprattutto periferico, rivolto agli agricoltori di non vendere il prodotto».
La Coldiretti, dal canto suo, non nega le accuse. Il responsabile economico dell’associazione, Lorenzo Bazzana, sentito da Giornalettismo, lo spiega chiaro e tondo: «Se ho un bene da vendere nessuno mi costringe a venderlo domani mattina: il bene lo vendo nel momento in cui credo». Sul fatto che preferiscano tenere il grano dei silos piuttosto che venderlo, per Bazzana la colpa è da rintracciare nei molini stessi: «Non hanno voluto stipulare i contratti precedentemente. Per cui noi venderemo il grano quando lo riterremmo oppurtuno». Il responsabile economico rincara poi la dose sottolineando come: «Neanche i molini trasformano in farina tutto il grano che hanno nei propri silos: compiono esattamente la nostra stessa operazione». Ragionamento più che legittimo da parte degli agricoltori, ma che stride nettamente con quello che continuano ad affermare.
ANCORA SPECULAZIONE - In un comunicato stampa dello scorso 12 luglio, la Coldiretti sottolinea come i recenti cali delle borse sono stati accompagnati da nuovi record delle quotazioni del greggio e dei prodotti agricoli di base. E’ la stessa associazione a spiegare le ripercussione di queste manovre finanziarie: «La speculazione sulla fame sta provocato una emergenza cibo a livello globale con gravi problemi di approvvigionamento nei Paesi poveri e spinte inflattive in quelli ricchi». Diventa allora legittimo porsi una semplice domanda: ma siamo sicuri che sia tutta colpa della speculazione finanziaria?











Ma che l’Europa ha fatto saltare l’accordo per la riduzione dei dazi europei sui prodotti agricoli?