Dopo i miliardi bruciati dalle Borse, le turbolenze finanziarie sembrano rientrate. Ma la tattica delle banche centrali è sbagliata. La promessa implicita di salvataggio ha permesso agli istituti di regalare credito a chi non se lo meritava. E la maggiore regolamentazione è il rimedio sbagliato
Le Borse festeggiano ed il mercato del credito mette a segno performance da record; la speranza è che gli ultimi eventi ad UBS, Lehman e Deutsche Bank segnalino non soltanto la presa d’atto della crisi, ma anche le misure drastiche richieste per correggere le storture del sistema. Questo, insieme alle misure eccezionali prese dall’autorità monetaria, potrebbe finalmente sbloccare il mercato del credito e fornire di nuovo fiato all’economia, impedendo una recessione causata da eccessi monetari e conseguenti cattivi investimenti, bolla, crisi e razionamento del credito, del tipo descritto mirabilmente dagli economisti della Scuola Austriaca. Non si tratterebbe della fine, ma dell’inizio della fine della crisi. Sorgono a questo punto tre interrogativi.
CRISI O PULIZIA? - Il primo è se l’inizio della fine non stia arrivando troppo tardi. Il rischio è che il razionamento del credito posto in atto dalle banche per riparare i propri bilanci abbia danneggiato irreparabilmente le prospettive di crescita del settore aziendale dell’economia, l’unico relativamente in buona salute. Il secondo è se ci dobbiamo davvero augurare che la crisi sia già finita. Non è questione di essere Cassandre , ma è purtroppo vero che vi sono stati eccessi, dovuti alla relativa “infanzia” di determinate categorie di prodotti e del loro uso scriteriato. L’attuale crisi dovrebbe servire almeno a ripulire il mercato da questi cattivi investimenti e da coloro che li hanno fatti e non a salvarli a spese del bilancio pubblico; questo, per il momento, non è anc
ora completamente avvenuto.Il settore finanziario, infatti, è stato bloccato a colpi di regolamentazioni e salvataggi uno dei principali meccanismi di autoregolazione del mercato, il fallimento di coloro che sbagliano, ma paradossalmente, quando gli effetti di tale blocco si manifestano in termini di crisi ricorrenti, ci lamenta del “mancato funzionamento” del mercato, quel mercato che si è bloccato e distorto in ogni maniera. Questo ci porta dritti al terzo interrogativo, ossia se dobbiamo rallegrarci del modo in cui sia finita, sempre che sia finita, questa crisi: con un coinvolgimento tanto pesante delle autorità statali ed una prospettiva di ulteriore regolamentazione del mercato finanziario. La radice del problema non sta nella eccessiva libertà lasciata agli intermediari finanziari, ma al contrario, nell’eccessiva regolamentazione di alcuni di essi.
PROTEZIONISMO? - E’ stata infatti la protezione delle banche centrali a permettere alle banche di raccogliere denaro e prestare utilizzando pochissimo capitale proprio: la promessa implicita di salvataggio ha consentito alle banche di regalare credito agli intermediari non bancari senza dover prendere in considerazioni tutti i rischi collegati. La regolamentazione che in teoria avrebbe dovuto tenere al sicuro le banche e, di fatto, sostituire la disciplina di mercato, è stata aggirata tramite veicoli fuori bilancio. Quindi, quella degli attuali statalisti bancari è pura ipocrisia o miopia: i “colpevoli” della crisi non sono da ricercare negli intermediari finanziari non regolati, quali hedge fund o fondi di private equity, ma nelle banche, regolamentate e sottoposte a vigilanza e regolamentazione; ossia, la stessa medicina che si vorrebbe estendere ad altri, la stessa che mostra ogni volta di non funzionare e che ogni volta viene prescritta a dosi sempre più massicce. Perché, per una buona volta, non lasciamo fare al mercato, quello vero, possibilmente?

























Le argomentazioni presenti in questo articolo ben rappresentano l’orizzonte prevalente dell’odierno dibattito politico internazionale, non solo sul fronte politico economico; e forse possono in parte spiegare la situazione di complessiva stasi della modellistica di governance, ovvero la mancanza di nuovi progetti organici di governo internazionale (ma non solo).
La fine del modello fordista/keynesiano ha segnato la sperimentazione, lanciata da un ristretto numero di centri decisionali come esperimento di rinnovamento del tessuto produttivo del sistema economico, all’insegna della ristrutturazione tecnologica, della finanziarizzazione, della progressiva liberalizzazione dei mercati interni ed internazionali ha portato ad un modello neoliberista che fino a metà degli anni novanta è stato riconosciuto -nel bene o nel male- come tale.
Già dalla seconda metà degli anni ‘90 parecchi economisti, Mario Deaglio per citarne uno italiano, misero in dubbio il fatto che il sistema neoliberista potesse continuare la sua esistenza e non si stesse già invece trasformando in qualcosa di diverso. Questo trend di misconoscimento della forma neoliberista -cresciuto notevolmente fino ai giorni nostri- ha assunto diverse forme esprimendo le molteplici tesi del mondo economico e intellettuale in argomento. In modo molto grossolano si possono distinguere due reazioni prevalenti: l’affermazione neo-keynesiana della non sostenibilità del neoliberismo (Stiglitz ad esempio), l’affermazione della natura intrinsecamente contradditoria del neoliberismo (Harvey). Entrambe, al momento, non sono riuscite ad imporre alcuna loro valutazione, poichè lo scenario si ripropone simile a quello degli anni passati, con l’aggiunta di una crescente instabilità avvertita sempre più da tutti.
Una terza reazione agli evidenti insuccessi dei trent’anni di neoliberismo è stata quella, protestata più durante questo periodo che nel momento finale, tipica dei primi teorici del neoliberismo (von Hayek, von Mises, Friedman) ovvero l’idea che -nella pratica- il neoliberismo veniva attuato male, poco, senza la necessaria intensità, “sporcato” di infiltrazioni keynesiane, antifederaliste, stataliste, protezioniste, e chi più ne ha più ne metta. Il vocabolario della retorica liberista in tal senso è straordinariamente ampio.
Generalmente quest’ultima posizione, formalmente distanziata dallo status quo rappresentato dalla burocrazia dei centri politico-economici del IFM/WB/FED che furono gli organi propagatori della vulgata neoliberista, de facto rappresenta un tentativo da parte dell’odierno sistema intellettuale dominante in campo economico di perpetrare la propria legittimazione, richiamando attenzione costantemente sulla necessità di maggior spazio, maggior agibilità, maggiori poteri affinchè la mano “invisibile” del mercato possa funzionare davvero.
Non sto a sprecare troppe righe per esprimere un giudizio che ognuno può tranquillamente farsi da solo. Oggi la stragrande maggioranza degli economisti pensa alla possibilità di aprire una nuova fase politico economica guardando al futuro in modo progressista, non reiterando il passato in un presente infinito e totalitario facendo leva su “nemici pubblici” come le barriere al commercio o il protezionismo, eventi al giorno d’oggi del tutto minoritari nella loro forma tradizionale e spesso presenti in chiave non riducibile alla connotazione ideologica e peggiorativa che il termine ha sempre avuto nella letteratura liberalista. Le poche barriere oggi presenti hanno due compiti fondamentalmente. Protegge qualche governo del terzo mondo riluttante dall’esproprio organizzato del capitalismo; oppure proteggere le economie neoliberiste nei suoi caratteri economici minimi in modo che questi, in sostanza, possano continuare a tenere il timone in mano.
Protestare una ancor maggiore liberalizzazione è l’eterno vicolo cieco in cui rantola il pensiero neoliberista, che nella teoria dipinge un mondo in cui ogni tipologia di assetto sociale viene equilibrata in modo armonico dal mercato, ma nella pratica necessità di salvataggi e finanziamenti di assetti fondamentali finiti in crisi, protezioni regressive, mantenimento del clima favorevole all’attività economica anche con la sospensione delle libertà individuali, repressione del diritto di associazione, negando così ogni volta gli stessi propri assunti, che evidentemente da soli non funzionano.
L’articolo qui sopra mostra quindi bene lo stato d’animo dei vertici finanziari contro cui pretende fallacemente di scagliarsi. Se andasse ad un seminario dei tanti che l’FMI tiene in giro per le facoltà di economia americane, l’autore scoprirebbe che le sue argomentazioni sono pressochè le stesse degli stessi economisti di quella istituzione, che da sempre pubblicamente parteggiano per la deregolamentazione assoluta salvo poi -senza nessuna questione di ipocrisia o cattiva fede, il mondo si regge su ben altre categorie- dover (magari nascostamente, questo non si nega) tornare sui propri passi quando si determina l’evidenza di un sistema deregolamentato e tendente all’instabilità che necessita di una guida esso stesso.
Necessita di cordate, di stati prestatori di ultima istanza per evitare il collasso dei centri finanziari. Necessita di una territorialità egemone -non importa con quale stato/regione economica si identifichi- per pilotare i flussi di capitale, necessita di istituzioni interne che ammortizzino almeno in parte il capitale predatorio creato dalle liberalizzazioni finanziarie. Necessita di repressione dei sindacati nei paesi che vogliono attrarre capitali per crescere, necessita di governi che tengano a bada l’opinione pubblica con ogni mezzo anche dopo che una crisi di quelle paventate dell’autore ha fatto “pulizia” di centinaia di migliaia di contratti di lavoro (è la vita di persone come te lo sai?non ti vergogni ad usare termini del genere? ti ha proprio abbruttito l’economia).
Necessita di uno stato forte e neoconservatore che tuteli coattivamente i dominio di questo ordine, in ultima istanza -invece di abolirla come i primi neoliberisti come Popper osavano sperare- di una classe che detenga le redini dell’accumulazione -keynesiana o flessibile che sia- di una burocrazia che la amministri e di un ordine violento che ne protegga lo status quo.
Questa è la contraddizione del neoliberismo, affermatosi con la retorica della liberazione assoluta delle forze di mercato, maturato poi nella ovvia espressione conservativa di queste forze, che non essendo idealistiche, pensiero puro, ma persone, istituzioni, palazzi, regole, lottano per perpetrarsi con gli stessi strumenti di ogni altro ordine sociale, senza notevoli variazioni strutturali.