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Cosa ci fa Enrico Letta tra gli sceicchi?

La missione del premier Enrico Letta presso gli Emirati Arabi Uniti è stata l’occasione sì per siglare alcune intese commerciali, ma soprattutto per fare l’ennesimo giro di propaganda sulla crisi che è finita, sulle imponenti privatizzazioni del suo governo e sui salvifici investimenti dall’estero.

ENRICO LETTA NEGLI EMIRATI ARABI UNITI – Chiariamo subito una cosa, ottimo che il governo coadiuvi le nostre imprese sui mercati esteri. Le intese commerciali siglate se serviranno ad aumentare la nostra quota di export presso quei paesi sono non solo benvenute, ma essenziali. L’Italia, per sua natura di paese senza risorse naturali, può sopravvivere solo vendendo i beni che produce: l’illusione di trasformare l’economia in un unico terziario avanzato si è rivelata per l’appunto quello che era, riflessione che peraltro sta avanzando pure presso tante altre economie mature, a partire da quella USA.  Proprio per questo motivo bisogna fare un po’ di chiarezza sull’ennesimo luogo comune spacciato in continuazione dai nostri politici di ogni credo e religione: i capitali esteri.

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I CAPITALI ESTERI – Per chi ama paragonare lo Stato ad una impresa non sarà difficile capire che gli investitori esteri hanno la funzione del socio di capitale, con gli stessi vantaggi e svantaggi. Ti porta mezzi finanziari freschi e con una durata temporale nel medio-lungo, ma richiede di avere un ritorno dal suo investimento di norma superiore al costo del debito finanziario. Che il capitale di rischio debba essere remunerato in misura maggiore del capitale prestato, proprio perché di rischio, è Finanza 101. Quindi un investitore straniero che compri o fondi un’azienda qui in Italia lo fa perché si aspetta che essa gli renda maggiormente che le altre opzioni di investimento a sua disposizione e, particolare da non sottovalutare, questi utili di norma se li riporta nel suo paese di origine a meno che non ci siano altre vantaggiose opportunità di investimento nel nostro.

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NESSUN BENEFATTORE – Come potete ben capire quindi non c’è nulla di particolarmente salvifico, nessuno è un benefattore, e le decisioni sono prese sulla base delle aspettative di rendimento. Quindi certo, le riforme strutturali, la tassazione, la semplificazione burocratica, i tempi della giustizia civile, eccetera, sono particolari importanti, ma entrano in un gioco dove si parte per prima cosa dal rendimento dell’investimento. Compro un’azienda? Quanto mi costa? Quanto vende? Quale è il margine di guadagno? E appena queste condizioni mutano, perché magari i sussidi statali terminano o perché la domanda interna di quel paese crolla e non si vende più, allora gli investitori come son venuti, se ne vanno o riducono la loro presenza. È il problema della Turchia e di tanti altri paesi emergenti in questi giorni: hanno attirato investimenti nonostante problemi strutturali grandissimi, perché assicuravano ottimi rendimenti, spesso influenzati proprio dal flusso di denaro che continuava ad arrivare. La domanda interna saliva, le aziende vendevano, ottimi guadagni, finché poi il debito inizia a diventare troppo, qualcuno inizia a scappare per primo, la FED forse alza i tassi ed inizia la fuga.

LA BENEFICENZA NON ESISTE – Nessuno quindi si piglia aziende decotte per farci un favore, le prendono solo se il prezzo è talmente vantaggioso che anche un margine ridotto è sufficiente a garantire un guadagno adeguato, oppure perché ci sono asset, tangibili o intangibili, come ad esempio marchi famosi, che possono avere un valore superiore. Guardate che fila di investitori c’è oggi fuori dalle nostre banche in difficoltà. Il vuoto pneumatico. Mentre se invece si volesse vendere ENI, che è un’azienda sana che macina utili, ovvio che farebbe gola a molti. Uguale discorsi per altre ricette salvifiche come la vendita di caserme o altri immobili statali. Già si fa fatica a vendere le case già costruite che la crisi ha fatto scendere del 20% i prezzi, immaginate quanti sono disposti ad immobilizzare dei capitali in immobili da riedificare o ristrutturare per poi, forse, riuscire a rivenderli fra anni e anni e chissà a quale prezzo. Magari a quasi regalarglieli qualcuno potrebbe anche scommetterci qualcosa, ma pensare di fare cassa in questa maniera è a dir poco ingenuo.

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IL PIANO DI PRIVATIZZAZIONI – E arriviamo a Letta: “Per la prima volta dopo 15 anni in Italia c’è un grande piano di privatizzazioni di circa 12 miliardi di valore.” “…è il momento giusto, perché i mercati sono pronti, noi diciamo ai paesi del Golfo che ci sono buone opportunità per privatizzazioni sane: mettiamo sul mercato grandi gruppi come Fincantieri, Poste, Sace. E’ un grande passaggio, per noi è l’occasione per tagliare il debito ma anche per attirare investimenti”. Parlare di riduzione dello stock del debito per 12 miliardi è francamente ridicolo, è lo 0,5%. Allo stesso tempo vendere degli asset per finanziare la spesa corrente è un segnale di essere alla canna del gas per qualsiasi analista rischi del globo terracqueo. Presentarsi con “la crisi è finita” e “abbiamo 12 miliardi di aziende da vendere” è come dire di stare bene e poi andare al banco dei pegni per cercare di aver due soldi dando in cambio le lenzuola, manco l’argenteria.  È quindi molto probabile che queste parole siano più rivolte al “mercato interno” che veramente agli sceicchi degli Emirati, ma la dura reazione di Confindustria ha fatto capire che persino loro, altri grandi dispensatori di luoghi comuni, ne hanno abbastanza.

Vignetta di copertina da Spirito Critico (autore: Edoardo Baraldi): link 1 e 2