Appena intravide, in fondo alla lunga navata, il corteo avanzare, ebbe l’istinto di andarsene, di far saltare tutto, platealmente. Ma pensò alla vita di Gilda, del suo amore. Lei sarebbe tornata, disonorata, tra quelle uniformi che già la consideravano una fallita. Colei che, contro il loro volere, sposava un fallito, uno che solo gli sforzi della famiglia avevano rivestito di un’uniforme, della sicurezza economica, del rispetto di tutti.
Indugiò ancora, masticando amaro; vedeva di lontano la madre di lei che parlava, parlava e, come in un film muto, non capiva le parole, non captava minimamente le mille falsità che stava dicendo. Che Gilda fosse stata generata da quella nullità gli pareva incredibile. Lei era diversa, dolce, spontanea, lei non avrebbe mai voluto un matrimonio così. Ma non avevano soldi, né casa. Insieme avevano deciso di ingoiare il boccone amaro di quella giornata, di quell’unica giornata che li separava dalla libertà.
La musica attaccò e Luca cercò di ingoiare anche i pensieri con la saliva. E se non fosse stata solo quella giornata? La saliva non andava né su né giù. E se li avessero dominati sempre? Forse che lui non era un militare da sbattere in giro se solo un generale, il generale suo suocero, avesse alzato un dito? L’ombra bianca, piccola e indifesa, avanzava sorridente e speranzosa al fianco del padre, rigido nell’uniforme di generale, pesante di pranzi ufficiali e medaglie al peggior valore.
No Gilda, ci hanno in pugno, ci costringeranno a vivere nei loro circoli, tra i loro parenti, tra le loro misure di coraggio e onore. L’ombra sorrideva meccanicamente alla platea di vecchi zii e di cugini viziati. No Gilda, non ci lasceranno correre liberi nei prati lisci e verdi, nelle fughe d’estate, nei boschi del nostro amore, della creatura che hai in grembo. Niente aria di Parigi, niente mare smilitarizzato, niente corse di notte a zonzo per la città. Niente più vita Gilda mia, per noi la felicità finisce qui.



Bellissimo, come sempre.
Io continuo a sperare che, nonostante tutto, e tutti gli uomini deboli ma armati, questo sogno (anche nel piccolo piccolo) sia possibile.
Anche da adulti.
Un sorriso fanciullino
C
Molto bello davvero.. Scusate l’ignoranza, è tratto da un libro o è un brano a se stante??
@zero
è un racconto scritto da Pietro Marmo, è inedito
@comicomix
Il senso del racconto è di voler entrare nella testa di una persona che fa un gesto estremo, tragico ed irreversibile, e che spesso non è un mostro ma solo un debole in preda al cosiddetto “raptus”. Poi io al sogno ci credo, soprattutto da “adulti”…
@zero
Per me è un bel complimento pensare che siano tratti da un libro. Chissà, magari un giorno potrebbero diventarlo…
A me piace pensarla come Marcello Fois: “l’ho fatto perché per un attimo ho sentito di avere un’anima, e questa non è una cosa buona. Perché a vederci ci ho sempre visto benissimo e quello che vedevo non era affatto bello. Perché non avevo mai nulla da raccontare. E se l’avessi avuto non sapevo a chi raccontarlo. E se avessi avuto qualcuno a cui raccontarlo mi sarebbero mancate le parole”. C’è sempre un pizzico di sana tristezza nella domenica secondo Pietro, ma l’aspetto più affascinante è il finale: nel pianerottolo della tristezza umana non ci sono certezze, ma tante vite da inventare. Grazie Pietro. Alla prossima:-)