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«Vi spiego perché la privatizzazione delle Poste è una presa in giro»

Il Consiglio dei ministri ha avviato il piano-privatizzazioni annunciato dal Presidente del Consiglio Enrico Letta e il ministro dell’economia Fabrizio Saccomanni. Parte del governo venderà sul mercato il 40% di Poste Italiane, società guidata da Massimo Sarmi. Nei comunicati da Palazzo Chigi si legge testulmente: «Viene regolamentata l’alienazione di una quota della partecipazione non superiore al 40%». Come? Attraverso un’offerta pubblica di vendita rivolta al pubblico dei «risparmiatori in Italia, inclusi i dipendenti del Gruppo Poste Italiane, e/o a investitori istituzionali italiani e internazionali». L’utile di Poste Italiane nel 2012 ha superato il miliardo di euro. Nel decreto, per favorire la partecipazione all’offerta, sono previste forme di incentivazione per i dipendenti del Gruppo Poste Italiane. Scopo del governo è raccogliere almeno 4 miliardi di euro per ridurre il debito pubblico. Peccato però che questo nostro caro debito si attesti oggi a 2.100 miliardi. Anche se aumenta il gruppo degli entusiasti per l’operazione c’è chi rimane perplesso sulla questione. I dubbi di diversi economisti in Italia sono molteplici. Conviene privatizzare con alcuni segmenti in perdita? Stiamo facendo una operazione simile a quella dei nostri colleghi olandesi e tedeschi? Quali sono i rischi reali in caso di accesso di privati al capitale? Proviamo a capirne di più con Ugo Arrigo, docente di finanza pubblica all’Università di Milano Bicocca.

Inside A Poste Italiane SpA Post Office

(Photocredits GettyImages)

Anzitutto si tratta davvero di privatizzazione?

È una privatizzazione “fittizia”. Noi italiani abbiamo un problema: non adottiamo le parole giuste con il loro significato e spesso mettiamo etichette che non sono quelle appropriate. Sarebbe privatizzazione, vendendo anche il 40 per cento, se poi questa fosse una prima tappa di step successivi che permettano di scendere sotto il 50 per cento rendendo quindi l’azienda almeno contendibile. Non dico di privatizzare il cento per cento, come avvenne vent’anni fa per le poste olandesi, ma almeno di rendere contendibile l’azienda rendendola comparabile ai privati. Sarebbe ragionevole se fosse la prima tappa di un processo di privatizzazione. Purtroppo però non possiamo definirla tale, perché non si può andare oltre.

Perché?

Perché lo Stato non intende cedere il controllo sulla parte di raccolta del risparmio postale che alimenta la Cassa depositi e prestiti (oltre 300 miliardi in attivo ndr). Questa può anche essere una scelta ragionevole, però lo Stato avrebbe potuto scindere l’azienda nei vari segmenti e quindi privatizzare, mettere sul mercato, quei “pezzi” che sono ragionevolmente privatizzabili. Ci sono tre attività principali in Poste Italiane. La prima, l’assicurazione, in cui l’azienda opera a regime di mercato, fa profitti. C’è una società autonoma: avrebbero potuto vendere quote di quella.

Diverse persone infatti criticano la mancata divisione. A proposito di scissione in Germania PostBank venne separata da Deutsche Post e ceduta alla banca privata Deutsche Bank…

Esatto. In Inghilterra hanno privatizzato una parte della Royal Mail ma si occupava perlopiù di recapito. L’unica posta europea che aveva appunto attività bancaria consistente era la Deutsche Post, prima della cessione. C’è anche quella francese che però è totalmente pubblica. La nostra è come una sorta di “mezza banca” molto grande. Mezza perché fa raccolta ma non un reale impiego bancario. Grande perché è una realtà molto estesa, con 14 mila sportelli in tutta la rete territoriale. L’Antitrust non lo permetterebbe mai, per qualsiasi banca.

Infatti si parla anche di rischio infrazioni con l’Unione Europea. Royal Mail risolse i suoi nodi prima della privatizzazione…

In Poste Italiane ci sono un sacco di cose che sono o problematiche o non chiare. Si tratta di una matassa ingarbugliata con tanti fili intrecciati. Qualche filo non è problematico ma bisognerebbe sbrogliarlo e qualche filo, problematico, una volta sbrogliato andrebbe restaurato. Con questa operazione si mette l’intera matassa nel frigo e si butta via la chiave. Rende insomma molto più difficile intervenire in futuro. Una volta che entrano i privati questi entrano con la redditività passata dell’azienda che è alta. E si aspettano che continui. Qualunque fosse il tentativo di sbrogliare la matassa questo peggiorerebbe la redditività dell’azienda. Io privatizzo con una prospettiva di reddività alta e se poi non la mantengo? Oggi i profitti sul mercato assicurativo sono corretti. L’unico rilievo è quanto Poste Vita versa a Poste “casa madre” per l’uso degli sportelli per collocare i prodotti. Bisognerebbe sapere se il prezzo interno che Poste Vita paga per i servizi che produce a Poste Spa sono commissioni ragionevoli o no. Il servizio ha un prezzo interno, se è basso i costi di Poste Vita saranno ridotti. Oggi i profitti di Poste sono profitti intragruppo. È come se pensassimo che Poste fosse posta in una grande holding pubblica. Poste fa tanti profitti perché c’è Banco Posta che a sua volta fa profitti perché ha un contratto molto favorevole con la Cassa depositi e prestiti. In condizioni di mercato se Cassa depositi e prestiti potesse collocare i suoi prodotti presso una rete bancaria normale pagherebbe di più o meno? Non lo sappiamo, ma sono cose che andrebbero valutate. Specie se questo cliente, ovvero Cassa Deposito e Prestiti, dovesse diventare meno remunerativo. Certo la commissione alta paga anche l’esclusiva. C’è un premio per una garanzia di risultato. Poste garantisce a Cassa Depositi una raccolta di circa 260 miliardi allo Stato. Non solo, la raccolta sui conti correnti postali non viene fatta per Cassa depositi e la giacenza viene usata da Poste Italiane per contare i titoli pubblici. Lì c’è una sorta di effetto spread. Più aumentano i titoli pubblici pià aumentano i profitti di Poste che ha titoli pubblici dentro e li finanzia con raccolta conto corrente a costo zero. Ci sono molti nodi ma non c’è alcuna intenzione di dirimerli. Non solo, si creano le condizioni per non poterlo fare neanche un domani.

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Privatizzando quali sarebbero i rischi reali?

Tutti i nodi visti finora riguardano la remunerazione e quindi la profittabilità dell’azienda che non hanno conseguenze sul personale. Il nodo più grosso è il recapito (raccolta, smistamento e consegna) che ha una quota molto alta di dipendenti. È una attività storicamente in perdita e sovvenzionata in modo alto dallo Stato. Se dovessimo riorganizzarlo in modo che non perda sono prevedibili degli esuberi.

A proposito di rapporto con il personale nel progetto si parla di una partecipazione del 10 per cento del capitale con i 145 mila dipendenti. Ma le azioni sarebbero attribuite a sconto del prezzo riservato al mercato…

Una specie di pedaggio che lo Stato paga ai sindacati. Questa cosa è atipica. Di solito le aziende che privatizzano offrono delle quote riservate ai dipendenti con forme agevolate di prezzo ma con dei vincoli. Per esempio vincoli pluriennali senza possibilità di vendita e con sconti del 20 e 30 per cento. Oppure c’è l’acquisto gratuito di azioni ogni tot di azioni comprate: per esempio sono dipendente, ho dieci azioni e me ne “regalano” tre. Non solo, in questi casi i dipendenti sono obbligati a diventare azionisti. Chi mi garantisce che un giorno non possano vendere tutti insieme le loro quote?

Se proprio bisognava salvare Poste Italiane quale era allora il modello ideale, perlomeno da noi?

In Alitalia si davano azioni gratuite ai dipendenti in cambio di parti salariali non date che se concesse avrebbero pesato di più sull’azienda. Cosa si può fare ora? Vendere pezzi di azienda che possano funzionare bene ovvero la parte assicurativa oppure la rete di sportelli che potrebbe esser venduta. Il recapito non si può privatizzare perché è in perdita e ha diverse inefficienze. Si può fare una privatizzazione non verso i risparmiatori ma verso partner industriali. L’unica privatizzazione ideale per il segmento recapito sarebbe quella di far subentrare una altra azienda postale attiva in tutto il mondo che sappia far bene questo mestiere. Così come è entrata AirFrance in Alitalia dove nessuno ha gridato allo scandalo. Questo però non lo si può comunque fare. Perché? Perché metter mano in quel segmento potrebbe comportare esuberi che al mercato non piacciono. Abbiamo un eccesso di personale con un servizio che non è sempre allineato agli standard migliori.

Quindi si sta partendo con il piede sbagliato?

Con due per la verità. Non si potrebbe far di peggio. Per esempio qualche impresa europea o qualche competitor di Poste potrebbe far ricorso in Comunità europea per questo? Noi abbiamo recepito la normativa europea di liberalizzazione nel modo più favorevole possibile per le Poste Italiane. Questo servizio universale è oneroso e c’è il rischio che con la privatizzazione la sovvenzione richiesta per colmare il disavanzo del recapito cresca nel tempo. E questo alle banche creerebbe problemi di concorrenza. Oltretutto non si venga a dire che il debito pubblico si copre con i 4 miliardi dell’operazione. Negli ultimi tre anni il fabbisogno mensile medio nella pubblica amministrazione italiana viaggiava sui 5 miliardi di euro circa. Ho calcolato che lo Stato i proventi della privatizzazione li spende da un minimo di 22 ad un massimo di 28 giorni. Sarebbe meglio non privatizzare ora, dirimere qualche nodo e dato che l’azienda è in utile magari dare grossi dividendi anno per anno allo Stato. Come direbbe anche Carlo Stagnaro questa è una privatizzazione da manuale su come non bisognava fare una privatizzazione.

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