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Marlise Munoz: il caso della «morta vivente» vittima del fanatismo religioso

Il caso di Marline Munoz scuote gli Stati Uniti, un’intera famiglia soffre da mesi ostaggio di una legge assurda voluta dai fanatici cristiani, i sedicenti pro-life, che prolunga la triste agonia di una mamma morta e del feto deforme che custodisce ancora il suo corpo attaccato alle macchine.

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LA MAMMA MORTA – Il marito di Marline Munoz l’ha trovata collassata nel soggiorno della loro casa rientrando, un giorno del novembre scorso. La corsa all’ospedale è stata inutile, il 26 novembre i medici che l’avevano soccorsa ne hanno dichiarato la morte cerebrale, condizione che equivale alla morte tout court in 50 stati dell’unione. Ma i medici hanno fatto anche altro, difficilmente compatibile con il suo status di cadavere, impugnando il Texas Advance Directives Act che dà agli ospedali l’autorità di cessare le misure di sostegno alla vita a dispetto dei voleri dei familiari, quando siano ritenute inutili, ma che comprende anche l’obbligo di provare a portare a termine le gravidanze in casi nei quali ci si trovi di fronte a una donna che ha possibilità di partorire. Marline Munoz era appunto incinta di 14 settimane e, anche se era nei termini per un aborto legale e anche se la sua famiglia si è espressa per il distacco dalle macchine che fanno più o meno funzionare un corpo ormai morto, l’ospedale ha deciso di provarci, trasformando Munoz in una specie d’incubatrice vivente nella speranza che il feto raggiungesse le circa 24 settimane, età alla quale è possibile separarlo dalla madre e tentare di crescerlo fuori dall’utero.

MARLINE MUNOZ È PROPRIO MORTA – Il problema è che però Munoz  appunto morta e non tutte le funzioni di un corpo vivo possono essere imitati dai supporti vitali artificiali, ancora meno se questo ospita un cervello morto che non manda più alcun genere di segnale. Un altro problema è che nessuno ha potuto determinare quanto tempo il feto sia rimasto senza ossigeno, una circostanza che abbassa ulteriormente le possibilità di sopravvivenza in caso di gravidanze simili, già basse, visto che solo un feto su 5 sopravvive e di questi molti hanno problemi o muoiono comunque poco dopo la gravidanza.

UN CADAVERE CON UN CADAVERE DENTRO – Oggi Munoz è ancora attaccata alle macchine e il marito e i parenti continuano a chiedere che si metta fine a questa pena, provocata da una presa di posizione ideologica da parte dell’ospedale, che finora non h voluto discutere la questione della morte cerebrale della paziente invocando la sua privacy. L’avvocato dei parenti ha allora reso pubbliche le informazioni fornite alla famiglia e oltre alla morte cerebrale della madre è saltato fuori che il feto, ora di 22 settimane, è idrocefalo e presenta altre gravi malformazioni. Munoz è quindi ora una ecosistema tenuto artificialmente in vita che ospita un feto che non potrà mai avere una vita normale e che morirà comunque precocemente anche se dovesse essere estratto vivo dal corpo defunto della madre, ma i medici non si fanno marcia indietro e sembrano ancora decisi a portare a termine l’insensata gravidanza nascondendosi dietro la legge texana e sorvolando sulla morte cerebrale di una paziente che, a tutti gli effetti, non stanno tenendo in vita, limitandosi a ventilare, nutrire e idratare a forza un corpo morto che produrrà, se va bene, un feto con gravi malformazioni che a sua volta potrebbe già essere nelle condizioni della madre, la vistosa idrocefalia e l’anomalo sviluppo del cervello e del resto del corpo dicono già che comunque le sue speranze di vita anche se sopravvivesse sono ridotte e limitate a un tempo molto modesto.

LA FAMIGLIA DICE NO – Una pena ulteriore per la famiglia della donna, che per di più si deve subire un allucinante dibattito nazionale che infuria da settimane sulla vicenda. Un dibattito che vede come sempre in questi casi la destra religiosa in armi a difesa della vita, anche se nel caso non ce n’è. Su Fox News ad esempio si è visto Mike Huckabee, già candidato alle presidenziali, intervistare sul tema il fratello di Terry Schiavo e un cantante, chiaramente favorevoli alla decisione presa dai medici e impegnati a sostenere che la morte cerebrale e il coma sono più o meno la stessa cosa, ma in studio non c’era nessun medico o specialista ad obiettare che si tratti di un’assurdità che offende la scienza. Un format ripetuto all’infinito con grande esibizione di pastori cristiani e variamente devoti schierati in difesa della sacralità della vita.

NON È L’UNICA – Tra l’altro Munoz non è l’unica morta vivente di cui si discute negli Stati Uniti, c’è anche il caso di Jahi McMath , una tredicenne californiana ugualmente dichiarata morta cerebralmente, il cadavere della quale è stato consegnato ai genitori che l’hanno poi consegnata a un ospedale che fa finta di tenerla in vita finché riesce. Ma i sistemi d’assistenza artificiale non possono sostituire le funzioni del cervello è così si è saputo che il corpo di Jahi sta letteralmente disfacendosi all’interno e ora produce secrezioni sempre più purulente e dense. Fa quello che ci si aspetta da un cadavere, anche se al suo interno circolano forzatamente nutrienti, ossigeno e sangue.

COLPA DEI FANATICI – Un’evidenza che i pro-life nascondono per continuare a ribadire che loro difendono la vita, anche se non è vita né quella dei due corpi ormai privi di cervello e nemmeno quella del povero fetino che continua a crescere all’interno del cadavere di Marline Munoz.  Resta sa sperare che il ricorso della famiglia Munoz, che fin da subito si è espressa unanima per il distacco dalle macchine, sia accolto prima che i medici si decidano ad estrarre il feto dalla poveretta, per poi consegnare ai Munoz un esserino deforme destinato comunque a vivere una  vita di sofferenze, per quanto probabilmente molto breve.