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Luigi Preiti condannato a 16 anni

Luigi Preiti è stato condannato a 16 anni di reclusione dal gup Filippo Steidl. Il 28 aprile scorso, giorno di insediamento del governo Letta, Preiti fece fuoco davanti a Palazzo Chigi ferendo due carabinieri. Uno, Giuseppe Giangrande, fu ferito in maniera grave. La notizia della condanna di Preiti è stata riportata dall’ANSA.

Sparatoria di fronte a Palazzo Chigi

LUIGI PREITI: «VORREI ESSERE AL POSTO DEL CARABINIERE FERITO» – Le agenzie riportano una frase pronunciata da Preiti prima della sentenza: «Chiedo scusa a tutti – ha detto Preiti nel corso di una dichiarazione spontanea davanti al giudice dell’udienza preliminare – Vorrei essere io al posto del carabiniere ancora in ospedale. Mi dispiace».

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LUIGI PREITI, LA SPARATORIA A PALAZZO CHIGI – Le immagini di quanto successo in piazza Colonna, proprio a pochi passi dall’ingresso di Palazzo Chigi, quel giorno, fecero immediatamente il giro di tutto il Paese: mentre all’interno il premier Enrico Letta presentava la nuova squadra di governo e i nuovi ministri prestavano giuramento alla Repubblica, fuori Luigi Preiti faceva fuoco in mezzo alla piazza, ferendo i due Carabinieri all’ingresso dell’edificio. I colpi esplosi dall’uomo furono in tutto sei e solo per un fortuito caso non si verificò una strage, visto che a quell’ora – poco prima di mezzogiorno – la piazza era piena di gente. Dei due Carabinieri feriti uno, Giuseppe Giangrande, risultò subito molto grave: ferito al collo da un proiettile che, poi, è andato a ledere le vertebre cervicali. A pochi metri dal carabiniere steso a terra, Preiti è stato fermato dalla polizia e arrestato, lì dove aveva esploso i colpi.

 

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LUIGI PREITI, PROFILO DI UN ATTENTATORE – Poche ore dopo l’attentato i media tracciarono un profilo di Luigi Preiti: di mezza età, divorziato, disoccupato, costretto a tornare a vivere dai genitori perché in ristrettezze economiche dopo il divorzio, senza mai aver sofferto di patologie psichiche, l’uomo sarebbe stato pieno di rancore verso la classe politica italiana, ritenuta colpevole della sua stessa situazione. Questo, infatti, disse agl inquirenti che lo interrogarono in carcere: sparando davanti a Palazzo Chigi voleva «ammazzare qualche politico», una sorta di gesto dimostrativo e di vendetta personale. Secondo quanto dichiarato dai suoi avvocati, Preiti avrebbe anche pianificato di suicidarsi una volta tornato in albergo. Dopo essere stato immobilizzato da un carabiniere, infatti, Luigi Preiti gli avrebbe chiesto perché non gli avesse sparato.

«Avevo pianificato tutto — racconta — Ci riflettevo da circa due settimane. Tutto era iniziato pensando che avrei dovuto dare un segnale forte per cercare di fare sentire la mia voce, la mia disperazione. La mia situazione, la separazione da mia moglie e mio figlio e il mio ritorno dai miei, in Calabria, la disoccupazione dalla quale non riesco a uscire mi hanno frustrato molto. Volevo che qualcuno si accorgesse di me, ho fatto tutto da solo. L’arma ce l’avevo, l’ho presa 4 o 5 anni fa al mercato nero di Genova»

LUIGI PREITI, LE PAROLE DAL CARCERE – «Cosa ho fatto? Non lo so». Nei giorni seguenti all’attentato, dal carcere di Rebibbia, Luigi Preiti avrebbe continuato a ripetere queste parole: «Non potevo più mantenere mio figlio, ero disperato». Al momento della sparatoria, Preiti aveva con sé una borsa beige, che conteneva soltanto alcune punte di trapano. Quando gli inquirenti gli chiesero di fornire una spiegazione per quegli oggetti, l’uomo non rispose, mentre in molti cominciarono a descriverlo come l’ennesima «vittima» della crisi economica, mentre in alcune città italiane comparivano sui muri scritte che inneggiavano a Preiti e al suo gesto.

LUIGI PREITI E GIUSEPPE GIANGRANDE – Nel frattempo l’Italia teneva il fiato sospeso per le condizioni di salute di Giuseppe Giangrande, il brigadiere dei carabinieri ferito al collo da uno dei proiettili esplosi da Preiti: l’uomo, che viveva a Prato, fu subito operato d’urgenza. A parlare davanti ai giornalisti toccò alla figlia, Martina Giangrande, già provata dalla recente perdita della madre: «Ora penso a me e a mio padre, non mi va di pensare all’attentatore – disse la ragazza – Non so se riuscirò a perdonare per quello che è successo. Non so, non credo potrò perdonare. Adesso devo pensare. Tra i due chi ha perso sono stata io». Dopo un lungo periodo in ospedale, Giangrande era stato dimesso poco prima di Natale dopo aver recuperato l’uso del collo e, parzialmente quello delle spalle delle braccia.

(Photocredit: LaPresse)

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