Ricucci e D’Alema, un’infinita telenovela

12 dicembre 2008

Quando rassegnarsi è davvero dura. A pagina quattro del Riformista dell’altroieri faceva bella mostra di sé un simpatico corsivo dedicato al Compagno Stefano Ricucci: “Ora non minaccia più la libertà di stampa“, si titolava provocatoriamente. E il testo andava nel dettaglio: “Ieri la montagna ha davvero partorito il topolino, avendo il tribunale di Roma accolto la richiesta di patteggiamento di Stefano Ricucci che, grazie all’indulto, non trascorrerà altri giorni in carcere. La vicenda è stata lunga e complessa, con gran lavorìo di giudici avvocati e consulenti tra perizie, sequestri, confische, misure interdittive e risarcimenti. Ma la sanzione esemplare che avrebbe dovuto inchiodare il raider romano al suo peccato di ubris (l’essersi bruscamente affacciato, senza bussare e fare anticamera, sulla soglia del salotto di via Solferino) non c’è stata, tanto più se si pensa che i risvolti penali della tentata e fallita scalata alla Rcs sono solo uno dei capi di imputazione. Chissà se chi puntava su un esito più cruento, che avesse valore di ammaestramento per gli epigoni del ricuccismo come insorgenza del coté anarcoprovinciale del capitalismo italiano, ripenserà al procurato allarme del 2005, quando in una sola, mitizzata estata sembrava che si stessero giocando i destini del pluralismo, della libertà di stampa e della trasparenza del mercato“. 

Ora, va bene la libertà di parola per carità (anche se a volte viene da dar ragione ad Alberto Sordi nel “Borghese piccolo piccolo“, quando affermava “peccato che ce ne sia troppa!“); ma il senso del ridicolo dovrebbe perlomeno porre un freno anche all’ansia revisionista più spicciola del quotidiano dalemiano per ispirazione politica e oggi di proprietà degli Angelucci. Perché ce ne vuole, di fantasia malata, per riuscire a far passare quella che rimane un’implicita ammissione di colpa (il patteggiamento) con condanna a tre anni per una generale ridimensionata delle “imprese” del raider di Zagarolo, quello che al telefono con il suo avvocato che gli proponeva un accomodamento con un avversario un po’ penalizzante rispondeva “Sete tutti bravi, voi avvocati, a fa’ i froci cor culo dell’altri“. E’ vero, per carità, che nell’estate 2005 la guerra di alcuni azionisti (non tutti: Romiti non vedeva l’ora di vendere, per dirne uno) nei confronti di Ricucci, che rastrellava in Borsa azioni della Rizzoli Corriere della Sera, ha assunto toni tanto magniloquenti quanto ridicoli. Ma è anche vero che se davvero Ricucci avesse avuto il denaro necessario a portarsi a casa Rcs, nessuno sarebbe riuscito a fermarlo; e che se il patto di sindacato tra gli azionisti della casa editrice avesse retto, non ci sarebbe stato spazio per nessun tentativo di scalata. Certo, non è la prima volta che si chiamano in causa i cosiddetti “poteri forti” per spiegare la rise & fall dell’ex odontotecnico dei Castelli: già in una lunghissima intervista rilasciata al Sole 24 Ore qualche tempo fa  Ricucci aveva confessato che il suo errore più grande – oltre a qualche “sbaglio” o leggerezza nei rapporti con il fisco – è stato “l’aver cercato di entrare a far parte del salotto buono senza essere invitato”: per questo “qualcuno gliel’ha fatta pagare“.

Per carità, ogni imputato ha diritto ad avere opinioni fantasiose sui suoi capi d’imputazione. E’ umano, troppo umano. Ma da parte dei media, perlomeno la semplice lettura dei capi d’imputazione dovrebbe invitare alla cautela: corruzione aggravata, appropriazione indebita, aggiotaggio, manipolazione del mercato, occultamento di scritture contabili e false fatturazioni. Per intenderci: Ricucci è quel signore che rilasciava un’intervista nella quale si diceva pronto a comprare azioni Rcs, e nel pomeriggio inviava alla Consob un comunicato nel quale diceva di aver venduto “per fare trading“. Ovvero, per sfruttare il balzo del prezzo causato dalle sue stesse dichiarazioni della mattina. Certo, nel frattempo c’era chi, come l’insigne statista Massimo D’Alema, era convinto che il capitalismo italiano fosse malato (vero) e che per guarirlo ci fosse bisogno di gente come Ricucci (agghiacciante). Ma la storia delle scalate, e della politica che allora tifava esplicitamente per una parte o per l’altra, dovrebbe suggerire un po’ di cautela. Certo, si comprende il lamento delle prefiche che oggi ancora portano il lutto: se quelle di Ricucci alla fine erano soltanto sciocchezzuole ingigantite, anche la responsabilità politica di chi come Nicola Latorre ci scherzava al cellulare. Del resto, dalle parti di D’Alema si è sinceramente convinti che fu la ben nota vicenda dei furbetti del quartierino a togliere la leadership dell’allora nascente Partito Democratico al Lìader Maximo, e ancora un pochettino si rosica. Ma dopo un po’ stufa, questa telenovela infinita. E definire gli immobiliaristi della splendida estate del 2005 un “coté anarcoprovinciale del capitalismo italiano” non è soltanto naif; è semplicemente ridicolo. 

(vignetta di Artefatti)

2 commenti a Ricucci e D’Alema, un’infinita telenovela

  1. Alessà, il mio commento è : Amen

  2. io userei il passato remoto di masticare: masticazzi.

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