Interni

Il diavolo in cantina

22 dicembre 2008

La storia di un agghiacciante crimine perpetrato a Torino dieci anni fa: quando la realtà supera anche la più terribile delle fantasie.

“Cronaca Nera” ogni settimana si occuperà di ricordare quei casi che in passato hanno tenuto banco sui giornali e tra la gente perché efferati, misteriosi o pieni di scandali e storie scabrose. E, magari, di vedere cosa si è scoperto di più, oggi.

Lo spettacolo che la signora vide quella mattina fu agghiacciante. O meglio, agghiacciante era ciò che c’era, non quello che la signora aveva visto. Perché così, di primo acchito, la donna pensò si trattasse di qualche pelle di animale. Tutt’al più a una carcassa, dato l’odore nauseabondo. Risalì le scale che dalla cantina del palazzo arrivavano fino al suo appartamento e chiamò il marito. Lui sì, si trovò di fronte a una scena agghiacciante. Un tronco era mutilato dalle gambe. Un braccio, ancora fumante, poco distante dal busto. Organi e viscere sparsi alla rinfusa sul pavimento. Una lunga striscia di pelle, staccata dalla schiena, adagiata a zig zag. No, non era una carcassa di animale. Era un corpo. Il corpo di una donna. O, almeno, quello che ne rimaneva. Ma, no, in effetti, la cosa non era del tutto esatta. Era un corpo umano, questo era sicuro, ma di un uomo, non c’era dubbio, i carabinieri giunti sul posto lo avevano capito immediatamente. Come avevano capito immediatamente che il crimine che si trovavano di fronte era stato brutale. Bestiale. “Il diavolo è sceso nelle cantine di via Maria Ausiliatrice”, disse un maresciallo. Forse il diavolo no, ma almeno un demone questo era sicuro. Perché solo a un demone sarebbe passata la macabra idea in testa di riempire lo stomaco della vittima con dei panni e mettere i genitali o, perlomeno, quello che restava dei genitali, ormai ridotti a una polpa giallastra, dentro un sacchetto di plastica. Non c’era dubbio: o il diavolo, o un demone. Appurato questo, ora bisognava concentrarsi su tutto il resto.

COS’ERA SUCCESSO - A che ora era morta la vittima? Quale la causa del decesso? E, soprattutto, chi era? A queste domande bastò poco per rispondere. La morte risaliva a pochi giorni prima, il fresco della cantina aveva conservato bene i resti, ma sicuramente non era morto la sera precedente il ritrovamento. Anche scoprire la causa della morte non fu difficile: asfissia meccanica. La vittima o era stata strangolata o strozzata. Mentre le manovre utilizzate dal demone o dal diavolo, chiunque fosse dei due, per rimuovere gli organi mostravano sì una certa manualità, ma niente di speciale. Più un macellaio che un chirurgo quindi. L’ipotesi del diavolo andava scemando. Più probabile fosse stato un demone a fare il tutto. La cosa più impressionante però fu il tempo. L’omicida non aveva concluso subito la sua opera. Prima aveva ucciso la vittima. Poi, con calma, dopo magari un giorno, aveva deciso di farlo a pezzi. E ancora dopo di dargli fuoco. Molta, molta calma quindi. Di certo non doveva essere cercato lontano questo demone: quante persone potevano avere accesso ripetuto alla cantina di un condominio? Se avesse fatto tutto in una sola volta sarebbe potuto essere chiunque, ma così. No, pochi dubbi: il demone andava cercato fra i condomini di via Maria Ausiliatrice. Prima però c’era da risolvere un altro punto oscuro: chi era la vittima? La risposta arrivò dopo pochi giorni: Vito Milani, quarant’anni, girovago, omosessuale, dedito alla prostituzione.

I PRIMI SOSPETTI - Ora, bisognava trovare la risposta più difficile: chi lo aveva ucciso? Come nel più classico degli articoli di giornale, i primi sospetti si addensano su una coppia di albanesi che vivono nel palazzo. Chi altri altrimenti? Non è sempre l’altro, il diverso, il mostro, il demone? Per questo si decise di metterli da subito sotto torchio. Maylinda Zenely e Lule Enrik, questo il nome della coppia, in effetti sono il prototipo dei sospetti. Lei fa la prostituta, lui niente. Un niente particolarmente evocativo. Tutto lo stabile li sente litigare. Frequentemente. Abitualmente. Poi c’è un testimone in particolare, tale Giuseppe Gillone, che dichiara che proprio: “Durante la notte ho sentito un rumore provocato dall’ascensore, utilizzato da gente che va al quarto piano, dove abitano ragazzi e ragazze albanesi”. Alea iacta est, il dado è tratto. I due, interrogati, si contraddicono, cambiano la loro versione, coprono il proprietario di casa. I demoni, a questo punto, potrebbero avere nome e cognome.

3 commenti a Il diavolo in cantina

  1. Una storia terrificante ambientata nella Torino horror di Dario Argento: potrebbe prenderne spunto per un’altro film!…viste le modalità della scena crimine… :)

  2. ho saltato “del”! capita…

  3. Penelope

    terrificante, ma ricorderei al narratore che “le carcasse di animali” sono anch’esse dei corpi senza vita. Attenzione con le parole e i loro significati: anche con questi si crea una determinata forma mentis – in questo caso decisamente antropocentrica (che ha veramente fracassato li cujionses, detta alla francese).

    A proposito, mi permetto di darvi un suggerimento per questa rubbrica molto interessante: delitto della scogliera, Porto Torres. Dopo 20 anni una svolta nelle indagini.
    Sarebbe pure carino farei dei raffronti tra il modo di allora di trattare la cronaca con quello odierno. (Sentito Sandro Bondi? ;D)
    Sono sicura che con i vostri potenti mezzi potete fare scintille in tal senso.

    Piuttosto, non ho compreso una cosa. Se io ho una notizia interessante ma estremamente locale (ovvero che non riguarda una grande città come roma, milano, genova et similia) mi devo attaccare al tram o tento la fortuna?
    Sapete, è una cosa che mi ha scagazzato annozero e mi devo vendicare. :D

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