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pubblicato il 12 dicembre 2008 alle 14:32 dallo stesso autore - torna alla home

La memorabile trasmissione dedita a casi giudiziari e misteri irrisolti, andata in onda dal 1986 al ‘92, si è “incrociata” in qualche modo anche con il caso di Emanuela Orlandi. Purtroppo si tratta di un’occasione mancata, vediamo perché.

La sera del 27 ottobre 1987, va in onda alla solita ora Telefono Giallo, programma televisivo di Raitre condotto in diretta dal bravo giornalista Corrado Augias e aperto a interventi telefonici dei telespettatori. La 3100389533 f8b613c9f2 Oldies but goldies: TelefonoGiallo e il codice 158puntata questa volta è dedicata al «giallo» Orlandi-Gregori. Sono presenti in studio l’avvocato Gennaro Egidio e il commissario Nicola Cavaliere, capo della Squadra Mobile della polizia di Roma e futuro vicecomandante della polizia italiana. Atmosfera di grande suspense, degna del thriller in scena con successo da ormai più di quattro anni. Augias ricorda col suo tono secco e professionale, vagamente tendente al misterioso, che chi avesse domande o segnalazioni da fare deve telefonare all’8262. Poco dopo mezzanotte arriva la chiamata di un uomo che con accento in apparenza straniero chiede all’operatore del centralino di parlare con l’avvocato, non prima di avere pronunciato queste parole: «Dica all’avvocato “Codice 158». L’attesa dura due o tre minuti, e infine la linea cade senza che la chiamata possa essere trasferita nello studio televisivo.

Fallisce così, per banali disguidi tecnici, un «coup de théâtre» destinato, nelle intenzioni degli ideatori, a far nuovamente «esplodere» il caso Orlandi a oltre quattro anni dalla scomparsa della giovane: se la telefonata fosse stata «girata» in studio, l’ennesimo messaggio dell’«Americano» sarebbe stato diffuso in diretta sulla rete televisiva pubblica, e avrebbe costituito – oltre a un grande brivido per milioni di italiani e a un’enorme pubblicità per Augias e la sua trasmissione – l’estrema irridente sfida agli inquirenti, e in definitiva allo Stato. Il carabiniere in ascolto al centralino, non appena sente dire «158» fa scattare il «blocco della chiamata» e i tecnici ne accertano la provenienza dal numero 5629815 di Ostia Lido, utenza intestata a Roberto Magnani. I magistrati ordineranno fin dal giorno dopo la messa sotto controllo di quel numero e3100389539 2bc14347c6 Oldies but goldies: TelefonoGiallo e il codice 158 del 5626650, intestato a Studio K srl Centro Elaborazione Dati Aziendali, che fa capo alla moglie di Magnani, signora Silvestri. L’«Americano», dopo quattro anni di scorribande, è finalmente in trappola? Sì! Cioè, no, forse… Quasi. O meglio: no. Accadono infatti una serie di cose una più incredibile e sospetta delle altre. Vediamo quali.

Primo fatto – Magnani viene interrogato e messo alle strette ammette: «Sì, è vero, ho telefonato io. Ho chiamato l’8262 da casa mia». Perché l’ha fatto? «Mah, volevo qualche chiarimento sulla vicenda Orlandi dall’avvocato Egidio o dal commissario Cavaliere, ma la linea è caduta e così non ho richiamato». Secondo fatto – Una perizia fonica collegiale confronta la chiamata che cita il codice 158 con le telefonate effettuate nel 1983 dal cosiddetto «Americano» e fa una scoperta sbalorditiva: si tratta della stessa voce. Cioè della stessa persona. Finalmente ci siamo: Magnani è incastrato, l’«Americano» è lui. Sì! Cioè, no. Ecco, c’è un problema. Vediamo quale: Terzo fatto – La perizia di confronto tra la voce dell’«Americano» e quella di Magnani intercettata al telefono di casa sua non viene fatta. E perché? Guarda caso, gli orologi del carabiniere e dei tecnici della Sip che hanno effettuato il blocco della chiamata a Telefono Giallo non coincidono: quello del primo segnava le ore 00:09, quello dei secondi invece 00:17. Nell’Italia patria del diritto e degli azzeccagarbugli, oltre che delle mille trame, ciò equivale a dire che l’esatta identificazione dell’utenza dalla quale era stata effettuata la chiamata «Codice 158» non è certa. Che non coincidano è ovvio, il carabiniere nell’attivare il blocco aveva rilevato l’ora dal proprio orologio, poi aveva immediatamente richiesto, tramite collaboratori, l’intervento dei tecnici Sip e questi avevano rintracciato la chiamata alle ore 00:17. È ovvio che sia passato un po’ di tempo tra il pulsante premuto dal carabiniere e il «bingo!» dei tecnici Sip. Era una cosa che avrebbe previsto anche un cretino, questo ritardo, eppure non ci ha pensato nessuno.

Ma a parte questo, si impone una domanda: perché non ordinare una perizia di raffronto tra la voce «telefonica» di Magnani e quella delle telefonate effettuate dall’«Americano»? Un altro dato sbalorditivo e molto italiano è che le varie persone coinvolte nel blocco della chiamata e nell’identificazione del numero chiamante non hanno saputo far altro che giustificare lo sfalsamento di otto minuti con una litania di «non so che dire… non so spiegarmi…». L’occasione mancata di Telefono Giallo è stata certamente condotta o da peracottari o da mascalzoni, o da un po’ e un po’. Ma la grancassa sull’intera vicenda è stata suonata insistendo su un assunto fasullo. Fasullo, eppure ancora oggi ritenuto vero e quindi buono per alimentare il mistero del caso Orlandi, il favoleggiare su quella puntata di Telefono Giallo e sull’utilità di quel tipo di trasmissioni. L’assunto, che nel 2002 ha tratto in inganno anche me, è che il famoso «Codice 158» non era mai stato reso pubblico, motivo per cui chi s’è fatto vivo in Rai citandolo così sfacciatamente non poteva essere altri che l’«Americano» o uno della sua banda. Il problema però è che il codice in questione era meno segreto del segreto di Pulcinella: in Vaticano lo conoscevano almeno tutte le suore centraliniste 3100389541 32655f2b43 Oldies but goldies: TelefonoGiallo e il codice 158– come abbiamo già visto – era stato citato in due comunicati diffusi dall’Ansa! Per l’esattezza, il 27 settembre e il 13 novembre ‘83. L’alimentazione del «mistero» a base di frottole rifilate dalla tv di Stato registrerà altre prelibatezze.

Dopo la scivolata di Telefono Giallo di Augias vedremo le frottole della puntata del 4 dicembre 2002 del programma Novecento di Pippo Baudo e la disinvoltura di molte puntate di Chi l’ha visto? di Federica Sciarelli, diventata la bocca della verità del caso Orlandi ormai usato in stile Lascia o raddoppia? Nel settembre 2005 qualcuno telefona a Chi l’ha visto? per annunciare che la buonanima di Enrico De Pedis, in arte «Renatino», boss della banda della Magliana ucciso a revolverate, ha avuto da morto un trattamento riservato a papi e cardinali o almeno vescovi: le sue ossa infatti riposano niente di meno che in una cripta della basilica di Sant’Apollinare, proprio la chiesa affianco alla scuola di musica di Emanuela Orlandi. Uno scoop! Che rianima gagliardamente il «mistero», ovviamente. Ma che razza di scoop è se la faccenda della sepoltura in Sant’Apollinare è già stata rivelata ben otto anni prima dal quotidiano «Il Messaggero», per l’esattezza il 9 luglio 1997 a firma della giornalista Antonella Stocco? E nel ‘97 erano già due anni che il magistrato responsabile delle indagini sulla banda della Magliana, Andrea De Gasperis, indagava sulla faccenda. Come se non bastasse, l’articolo suscitò le proteste del sindacato della polizia e una interrogazione parlamentare della Lega Nord, sempre pronta a saltar su per sbandierare le sporcizia di «Roma ladrona» e a quell’epoca anche dei «vescovoni», come li chiamava con disprezzo Umberto Bossi prima di inchinarsi anche lui a baciare la pantofola.

(tratto dal libro “Emanuela Orlandi: la verità”)

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