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pubblicato il 11 dicembre 2008 alle 09:12 dallo stesso autore - torna alla home

Con un certo ritardo apprendo che Gigi Moncalvo, il “terrore della rete”, ha perso un’altra causa. Persino nella sua biografia su Wikipedia ormai si ricorda che il capostruttura di Rai Dueha querelato per diffamazione numerosi titolari e commentatori di blog ritenendo formulate in modo offensivo delle critiche moncalvofh5 Moncalvo querela per diffamazione e perde. Ma non paga al suo programma. In un caso la querela ha dato luogo ad un decreto di condanna, non definitivo perché è tuttora in corso il relativo procedimento in sede penale e civile, in un altro ad un’archiviazione per “lecita critica” . Moncalvo ha anche denunciato i responsabili della sede italiana di Google, ritenendo il motore di ricerca responsabile di omissione di preventivo controllo di veridicità su notizie e contenuti in rete”. E quindi la circostanza non rappresenterebbe in sé per sé una notizia, se non fosse per notare che le sconfitte parevano essere nell’aria, visto che l’ansia punitiva del nostro lo aveva portato a chiamare in giudizio persone che avevano scritto cose assolutamente non tacciabili di diffamazione. E anche per ricordare che in questi giorni forse si chiuderà, in un modo o nell’altro, anche quella di Butirrometro, della quale avevamo parlato a suo tempo.

Ma invece qualcosina di più c’è da aggiungerla. Dice giustamente Mantellini: “Simili comportamenti (anche in relazione a oggettivi limiti del sistema giudiziario che tende a rivalersi raramente nei confronti dei “procuratori di allarme”) sono pericolosi perche’ definiscono una distanza fra chi puo’ querelare, spesso a costi molto bassi, e chi invece e’ costretto a difendersi da un giorno all’altro senza avere alcuna conoscenza al riguardo. Anche di fronte ad accuse palesemente infondate ci sono angoscie da affrontare, incertezze che si parano davanti e spese cui far fronte che per molte persone possono essere un problema serio”. Ed è esattamente questo il punto: posto che è giusto rivalersi nei confronti di chi diffama, ed è altrettanto giusto che l’”anonimato” della rete non sia la scusa per farne una “zona franca” dove chiunque può dire qualsiasi cosa su tutti, quando si porta in giudizio qualcuno perché ha linkato un post in cui si parla di una querela (cosa accaduta, e rivendicata dal Moncalvo in questa intervista a Luca Sofri: “”Lo ha pubblicato!”. Non lo ha “pubblicato”: è un link, spiego. Se io scrivo su Nova di questa storia e cito un post querelato, mi quereli? “No, tu non ti appropri di quella frase, non favorisci la sua diffusione in eterno, contestualizzi… Ogni giorno che quelle cose restano online, per me sarà un argomento in più nelle cause per danni: prosecuzione del reato”"), evidentemente si ha una concezione forse troppo esagerata dalla realtà.

Senza contare che mentre Moncalvo è in grado di pagare tutti gli avvocati che vuole, a uno dei querelati la sua archiviazione è costata euro 3mila, e non è difficile pensare che ciò sia accaduto anche a tutti gli altri. Anche in caso di pretese palesemente infondate. In qualunque modo la si veda, l’aggressività giudiziaria può avere una funzione positiva se rende le persone più responsabili di quanto si dice, ma a lungo andare può portare semplicemente alla voglia di “mollare tutto”: chi te lo fa fare di perdere tempo e soldi così? Mantellini giustamente fa presente che sarebbe necessario un “mutuo soccorso” dei blogger, dove chiedere e ottenere assistenza legale e riuscire a non sborsare cifre spropositate in maniera inutile. E’ un’ottima idea, ma forse non basta. Nel momento in cui qualsiasi personaggio pubblico cominciasse a querelare a destra e a manca, non ci si potrebbe di certo difendere solamente con le consulenze, o essere rallegrati perché la parcella dell’avvocato ha un prezzo politico. Forse sarebbe necessario semplicemente fare qualcosina di più: quando si becca una querela da qualcuno, e poi si vince, bisognerebbe chiedere i danni in caso di archiviazione. E chiedere soldi, molti soldi, presentando con dovizia di particolari un buon numero di certificati medici che attestino l’assoluto danno derivato dall’aver sostenuto una causa giudiziaria per motivazioni palesemente infondate. Piccolo particolare: non dovrebbe farlo uno, ma dovrebbe farlo ognuno di quelli a cui succede (anche se l’istinto porterebbe a dimenticarsi una volta che è tutto finito). E’ vero che ogni personaggio pubblico ha diecimila euro da buttare e un amico avvocato, ma è anche vero che cento querelati e archiviati che chiedono 5mila euro di danni ciascuno rappresentano una discreta “massa critica” che può cominciare a far pensare anche al personaggio pubblico “ma chi me lo fa fare?”. Insomma, parlando in generale: siccome c’è gente la quale ha deciso di far valere sugli altri la forza della “legge“, allora non si capisce il motivo per cui non dovrebbe accadere il contrario. Mi quereli in maniera infondata? Ecco qua il conto, mi devi 5-10-15mila euro. La storia insegna che il detto “a brigante, brigante e mezzo” talvolta funziona da dio. Specialmente se è soltanto da quell’orecchio che taluni sembrano sentire.