|

«Come sono diventato un cyborg»

Il numero sempre maggiori di dispositivi elettronici che possono essere collegati al corpo umano e interagire con esso, avanza diversi problemi etici e legali insieme allo sviluppo tecnologico, uno scrittore britannico spiega quello che ha scoperto entrando nel mondo degli assistiti da queste protesi.

cyborg 2

UN’ESPERIENZA INATTESA – Frank Swain aveva un problema con l’udito e il rimedio che la moderna scienza media gli ha proposto è una protesi, nella forma di minuscoli apparecchietti elettronici, che ha ovviato alla sua incipiente sordità. L’idea di possedere sensi sostituiti, se non potenziati, da un dispositivo elettronico ha posto a Swain alcuni questioni che non immaginava.

HACKING IMPOSSIBILE – In fin dei conti le protesi di questo genere sono apparecchi per l’ascolto, perché quindi non personalizzare le loro prestazioni come accade normalmente per i riproduttori sonori normalmente in commercio, che vantano range di prestazioni molto varie e infinite personalità di modificare fin nei dettagli la loro resa sonora. Swain ha presto scoperto che la sua fantasia sul super-udito non è ammessa e che la possibilità di hackerare questi dispositivi è fortemente limitata da precisi limiti legali imposti dai produttori e dai detentori dei brevetti.

IL CONTROLLO RISERVATO AGLI ESPERTI – L’idea di Swain d’intervenire su quel tipo di prodotti, che credeva nella sua piena disponibilità, si è così scontrata con l’interesse al profitto dei produttori, che non gli permettono legalmente di trasformare quei minuscoli altoparlanti in ricevitori per programmi provenienti da uno smartphone o da un’altra fonte. Il che forse non è un male visto che il loro livello di sensibilità dev’essere fissato da un audiologo a scanso di danni fisici, ma Swain si è sentito come uno che non possiede le proprie orecchie, la resa delle quali è prefissata dal produttore senza appello.

IL RECINTO PROPRIETARIO – Le sue protesi possono solo comportarsi in maniera prefissata e non possono essere modificate, ma non è solo perché sono destinate a una platea di una certa età sospetta di tecnofobia, si tratta soprattutto del tentativo già visto di creare ambienti proprietari all’interno dei quali chiudere i clienti, in modo da mungerli più e meglio.

PROBLEMI RILEVANTI E POCO NOTI – La situazione non è uguale in tutti i paesi, ma nel settore è abbastanza evidente che alla proprietà non corrisponde la sovranità su questo genere di dispositivi, di solito firmando il consenso per l’impianto di una protesi il malato/cliente cede il diritto di controllare autonomamente lo stesso. Il che pone problemi etici e pratici non nuovi, quanto rilevanti, visto che si parla di dispositivi che se non sono supporti vitali di solito risolvono invalidità di una certa rilevanza, a differenza di altri dispositivi infatti questi sono quanto mai necessari e rinunciarvi non può essere un’alternativa praticabile.