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Il capodanno amaro delle famiglie italiane bloccate in Congo

«Tre, due, uno…», in Congo il conto alla rovescia per il 2014 si fa con l’amaro in bocca. Sono ancora ferme dove le hanno “parcheggiate” da settimane le 24 famiglie bloccate in attesa dell’ok sulle adozioni dei loro piccoli. DIvii tra residence ed orfanatrofi le coppie non hanno alcuna intenziane di abbandonare il proprio bambino, le cui carte avevano ricevuto un iniziale sì. Eppure il  pasticcio tra Italia e Africa rimane ancora. La prima famiglia è rientrata il 31 sera, senza il proprio minore adottato. Altre 13 coppie hanno fissato i biglietti per il 21 gennaio. Perché? Ormai anche i visti degli italiani sono scaduti o in scadenza e da Kinshasa hanno fatto intendere che non ci sarà un ulteriore rinnovo dei documenti.

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I FATTI – Tutto iniziò lo scorso autunno quando la Direction Générale de la Migration della Repubblica Democratica del Congo decise di sospendere l’emissione dei permessi di uscita dei minori congolesi per le adozioni internazionali. Perché? Inizialmente il motivo spiegato ad onlus e famiglie fu quello della  supervisione delle liste, ovvero produrre un ulteriore check sugli elenchi forniti (con dentro i nomi dei genitori già approvati). Dato il dilatarsi dei tempi il ministro per l’Integrazione Cécile Kyenge si interessò personalmente della vicenda e scese in Congo a inizio novembre. Ai primi di dicembre parlò di un accordo raggiunto in una delle visite: «In quella sede abbiamo raggiunto un accordo con il quale abbiamo stabilito che le famiglie che hanno concluso tutta la procedure potranno rientrare. E’ un percorso che ha incontrato diverse difficoltà e per portare a termine il quale siamo costantemente in contatto con il Primo ministro e i ministri dell’Interno e degli Esteri del Congo». Nonostante però le garanzie fatte i genitori attesero ancora per settimane. «I tempi non sono facilmente definibili – precisò al tempo il ministro – perché stiamo facendo un’azione di diplomazia, dialogo e mediazione con le autorità locali cercando di far capire che si tratta prima di tutto di un’azione umanitaria e che prima di tutto vanno tutelati i diritti dei bambini».

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(Photocredits LaPresse)

IL NO DEL CONGO E IL DOCUMENTO APPROVATO – Peccato che però l’opera di Kyenge non diede buoni frutti. La situazione precipitò a metà mese quando da Kinshasa arrivò una comunicazione alle ambasciate di Italia, Usa, Francia, Belgio, Canada e Gb: l’intenzione di sospendere le procedure di adozione di minori in base alla decisione decisione del 25 settembre. Non servì nemmeno l’ira del ministro degli Esteri Emma Bonino che convocò l’ambasciatore della Repubblica Democratica del Congo, Albert Tshiseleka Felha, parlandogli di accordo saltato. Tutto questo va avanti nonostante un documento ufficiale, vistato dalla Direction Gènèrale de Migration in data 1 ottobre 2013, intitolato “Lista dei dossier approvati dal Comitato Interministeriale per il Monitoraggio delle Adozioni Internazionali”: Nell’elenco compaiono i nominativi di 55 coppie autorizzate, americane, belghe, francesi e italiane. Riga per riga non manca nessuno: sono comprese anche le due famiglie italiane che fecero già rientro in Italia con i loro bambini.A denunciare la lista con l’ok fu l’associazione Ai.Bi. onlus impegnata sul posto che assiste sei delle 24 famiglie bloccate:

Quel che è certo è che – ragione o meno – la Kyenge, di ritorno dalla missione in RDC, i primi di novembre, doveva necessariamente aver preso visione del documento, e su quello avere intavolato le trattative per la risoluzione del caso. “E’ stato confermato che le pratiche di adozioni italiane che hanno ottenuto l’autorizzazione da parte del Comitato Interministeriale (circa 35) andranno tutte a buon fine” si legge sulla comunicazione pubblicata in quell’occasione sul sito ufficiale del Ministero per l’Integrazione. “E’ stato assicurato che tutte le coppie di italiani che erano bloccate a Kinshasa da un paio di mesi avrebbero ottenuto immediatamente l’autorizzazione di uscita per i loro figli, il che è effettivamente avvenuto.” Dichiarazioni trionfali, dunque; come sia andata a finire, poi, è sotto gli occhi di tutti.

Il pasticcio delle liste continua. Il ministro dell’Integrazione risponde così alle domande sul Corriere della Sera:

Ma se non esiste una lista concordata, perché le famiglie sono partite? Ha dato il via libera il suo ministero? O la Commissione delle adozioni internazionali che lei presiede?
«Da noi non è mai arrivata una comunicazione a poter partire. La lista era consultabile, ma non significava un via libera».

Uno degli enti coinvolti, l’Ai.Bi., ci ha spiegato che un elenco era affisso a Kinshasa, alla Direzione generale della migrazione: in base a quello, l’associazione ha indicato alle coppie di partire. È un equivoco? In aula lei ha detto: alcune famiglie si sono recate in Congo, indipendentemente dall’indicazione dell’ambasciata italiana. Hanno sbagliato?
«Probabilmente, un equivoco. Confermo quello che ho detto in aula, ma non vado a cercare il colpevole. Ora serve una soluzione».

LA CHIAMATA DI LETTA– E la soluzione sale di grado in grado. Il 24 dicembre il premier Enrico Letta chiamò il primo ministro della Repubblica democratica del Congo, Augustin Matata Ponyo Mapon. «Il primo ministro Matata – secondo quanto riporta la nota di Palazzo Chigi – ha ricordato come tutte le adozioni internazionali siano state temporaneamente sospese in quanto il Governo congolese ha deciso di riesaminare le procedure e di correggere le irregolarità riscontrate in alcuni casi. Il primo ministro della Repubblica democratica del Congo ha assicurato circa la volontà delle autorità di Kinshasa di procedere, con la massima considerazione e nello spirito di amicizia esistente tra i due Paesi, al riesame dei casi, in tempi rapidi e conformemente alle procedure vigenti». E poi?

DELEGAZIONE CONGOLESE IN ITALIA – Il braccio di ferro tra Italia e Congo rimane ma stavolta si prova un altro tentativo. Dopo aver inviato a Kinshasa una delegazione dei Ministeri degli Esteri e dell’Integrazione, stavolta è l’Italia a tendere una mano e ad invitare una delegazione congolese. La missione è stata annunciata dal premier sotto Natale mentre nel paese africano la situazione rimane critica. Nel mentre Francesco Mennillo del Coordinamento Nazionale Adozioni invita alla prudenza: «A causa dell’evolversi drammatico in queste ultime ore della situazione nella Repubblica Democratica del Congo ed alla luce dei risultati della visita della delegazione italiana a Kinshasa il giorno 27 dicembre u.s., il Coordinamento Nazionale Adozioni chiede agli organi di informazione, a tutela delle famiglie adottanti italiane, sia di quelle in attesa qui in Italia che di quelle attualmente in Congo, che venga attuato il silenzio stampa sulla vicenda delle adozioni lasciando alle istituzioni italiane sia la possibilità di operare con la riservatezza del caso sia il compito di informare l’opinione pubblica tramite comunicati ufficiali. Invitiamo anche le famiglie a mantenere la calma, a non intraprendere iniziative personali e ad interrompere ogni tipo di contatto con la stampa.Tanto si chiede per evitare di mettere a repentaglio le relazioni diplomatiche fra i due Paesi e di conseguenza le adozioni stesse». Qualche giorno fa Mennillo descriveva al meglio l’attuale situazione. Il sito Vita riporta:

Mennillo ha dato però anche notizie meno rassicuranti: “I congolesi si sono riservati tutto il tempo necessario per valutare i dossier, anche perché ulteriori atti di intervento non verranno graditi dalle autorità locali. L’elemento positivo è che cominceranno dai dossier italiani“, ha scritto, aggiungendo: “A fronte della richiesta congolese di lasciare il Paese, si è ottenuto per i minori che i bambini vengano ospitati in strutture scelte dagli italiani.”

ABBIAMO TUTTO IN REGOLA – «Siamo in attesa di una risposta. Vogliamo capire perché‚ hanno bloccato le adozioni. Certo, loro dicono che non tengono sotto sequestro nessuno, ma le famiglie sono obbligate a restare lì, fino a quando, appunto, non ci sarà una risposta» ha chiarito nelle scorse ore Francesca Gentili, sorella di Michela, la donna di Macerata che con il marito Andrea Minocchi si trova ora a Kinshasa aspettnado di tornare in Italia con i bambini. La coppia maceratese alloggia in una missione e può tenere con sé il piccolo Francois di due anni. Probabilmente per necessità lavorative uno dei due coniugi tornerà in patria mentre l’altro non lascerà il piccolo. «Così – ha spiegato Francesca – potranno darsi il cambio». Nel paese è partita una colletta per sostenere la coppia ormai lontana da diverso tempo. «Noi non vogliano tornare assolutamente senza la bambina. Adesso stiamo facendo delle valutazioni perché‚ confidiamo nel fatto che il nostro governo abbia ancora qualche possibilità diplomatica di riportarci con i bambini», ha invece dichiarato a Radionorba Notizie Massimo De Toma, genitore barese che con la moglie Roberta Šhanno addottato una bambina. «Quello che possiamo ribadire – ha aggiunto De Toma – è che le famiglie che sono qui non devono avere nessun controllo, in quanto sono tutte alla fine del loro iter adottivo e hanno già avuto un controllo sui documenti dalla commissione interministeriale che fu appositamente creata dal Congo per poter verificare la regolarità delle documentazioni. Noi eravamo qui soltanto per prendere un visto e uscire. Tutto questo è per noi incredibile e inaccettabile. Il post-adottivo è un controllo che il Congo ha il diritto di fare ma evidentemente non sulle nostre coppie perché‚ noi siamo ancora qui».