Il conflitto armato tra le forze governative e le milizie ribelli appoggiate da Ruanda e Uganda ha raggiunto picchi di crudeltà intollerabili. Nonostante la presenza della più grande missione di pace delle Nazioni Unite al mondo, la comunità internazionale non riesce ad arginare le violenze perpetrate dai militari delle opposte fazioni nei confronti di un popolo condannato ad atroci sofferenze dalla ricchezza della propria terra.
L’agonia del Congo risuona nel silenzio imbarazzato e colpevole della comunità internazionale attraverso il «grido di disperazione e di protesta» che si leva dalla Chiesa di Kinshasa. Riuniti in sessione straordinaria dal 10 al 13 novembre, i vescovi della Conferenza episcopale nazionale del Congo si sono fatti portavoce del dolore e della sofferenza, ormai quasi priva di speranza, di un popolo che da oltre dieci anni lentamente muore, schiacciato da un conflitto infinito che si nutre di inveterati odi interetnici e della insaziabile ambizione di piccole e grandi potenze, coinvolte a vario titolo in un complesso e sporco gioco per l’accaparramento delle inestimabili risorse minerarie di una terra condannata dalla sua stessa ricchezza. Una terra su cui, negli ultimi quindici anni, è stato versato il sangue di cinque milioni di persone. L’allarme dei vescovi congolesi conferma l’inaccettabile, ennesima escalation dell’annoso conflitto tra le forze governative e i ribelli del Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (Cndp), che ripreso in agosto ha raggiunto tra ottobre e novembre nuovi, inumani picchi di atrocità. «Un vero dramma umanitario che somiglia a un genocidio silenzioso nell’est del Congo avviene sotto gli occhi di tutti – ha denunciato la Conferenza episcopale del Congo – I massacri gratuiti e su grande scala delle popolazioni civili, lo sterminio mirato dei giovani, gli stupri sistematici perpetrati come arma di guerra: di nuovo una crudeltà di eccezionale virulenza si scatena contro le popolazioni locali, che non hanno mai chiesto altra cosa che una vita tranquilla e dignitosa nelle loro terre».
LE VIOLENZE SUI CIVILI - Incalzate dall’avanzata apparentemente inarrestabile dei ribelli tutsi guidati dal generale Nkunda nella provincia del Nord Kivu, giunti a metà novembre a pochi chilometri dal capoluogo Goma, da mesi ormai decine di migliaia di civili sono costretti a subire quotidianamente violenze e soprusi di crudeltà inaudita da parte sia dei guerriglieri che si oppongono al presidente Kabila, sia delle stesse truppe regolari e delle temibili milizie Mai-Mai, anch’esse vicine a Kinshasa. Eppure, nella regione dei Grandi Laghi è operativa da quasi dieci anni la Monuc, la Mission de l’Onu en RD Congo, che forte di un bilancio di circa un miliardo di dollari può dispiegare sul territorio ben 17mila caschi-blu. «La cosa più deplorevole è che questi avvenimenti avvengono purtroppo sotto gli occhi impassibili di coloro che hanno ricevuto il mandato di mantenere la pace e proteggere la popolazione civile», lamentano i vescovi congolesi di fronte a un «dramma che rischia di ipotecare il futuro della nazione» e che, dalla ripresa dei combattimenti in agosto, ha già costretto 250mila civili ad abbandonare le proprie case e i propri averi alla brama di saccheggio e all’avidità dei militari.
I CONTENDENTI - Una tragedia umanitaria dietro cui si celano indubbie responsabilità politiche da parte di una serie di attori divisi dall’etnia o dagli interessi di parte, ma accomunati da una folle e criminale propensione all’impiego della violenza e della crudeltà più disumana per il perseguimento dei propri obiettivi. Formalmente, il nuovo conflitto che sta insanguinando il Congo si presenta come uno scontro tra due contendenti principali: da una parte il presidente Joseph Kabila e l’esercito regolare, dall’altra i ribelli del Cndp comandati da Laurent Nkunda, un generale disertore che a Kinshasa considerano una
«marionetta nelle mani di Kagame», il presidente del Ruanda con il quale nel novembre 2007 Kabila ha firmato a Nairobi un accordo per il disarmo delle opposizioni armate attive nei territori di confine. Secondo il governo ruandese di Kigali, infatti, il presidente del Congo sarebbe responsabile di sostenere attivamente gli interahamwe, vale a dire quegli estremisti ruandesi di etnia hutu che, dopo aver perpetrato nel 1994 il genocidio ai danni dei tutsi e degli hutu moderati, fuggirono dal Ruanda trovando rifugio proprio in Congo.
GLI ESTREMISTI HUTU - Riuniti nel movimento delle Forze Democratiche di Liberazione del Ruanda (Fdlr), che dispone di un’ala armata di 7mila effettivi nota come Esercito di Gesù e che è stato inserito dagli Stati Uniti nella lista delle organizzazioni terroristiche mondiali, i rifugiati hutu più radicali occupano da oltre dieci anni ampie porzioni del territorio congolese a ridosso del confine con il Ruanda, da dove proseguono la lotta armata contro il governo tutsi di Kigali, che considera alcuni loro leader dei criminali di guerra e li ricerca al pari del Tribunale Criminale dell’Onu. Mentre il rappresentante del Fdlr, Ignace Murwanashyaka, vive in Germania e il suo delegato Musoni Straton è attivo a Bruxelles, il grosso delle forze hutu di stanza in Congo si è organizzato in enormi tendopoli e in villaggi dotati di scuole e centri di assistenza medica, finanziando le proprie attività con il traffico di marijuana, con altre operazioni clandestine legate allo sfruttamento minerario e, non ultimo, con crudeli azioni predatorie nei confronti dei villaggi abitati dai congolesi, le cui donne sono vittime di stupri e abusi condotti in maniera sistematica. Proprio la difesa dei congolesi di etnia tutsi dalla ferocia degli interahamwe appoggiati, o comunque tollerati da Kabila, costituisce per Nkunda la legittimazione e la stessa ragion d’essere del Cndp e quindi dell’azione armata dei ribelli nel Nord Kivu contro il governo di Kinshasa.




Ti aspettavo, Michele con quest’articolo:D Un abbraccio forte a te e al sempre coraggioso Gavin.
grazie michele