A Napoli le cose sono cambiate davvero. Non sono più i tempi della miseria, della fame, della disperata amarezza che portava la gente a dire “Qui si mangia pane e veleno”. Adesso, A Napoli, si mangia solo il veleno.

Sì, c’era una volta una Napoli che forse non c’è più. La Napoli di Miseria e Nobiltà, commedia di Eduardo Scarpetta, nella quale degli squattrinati popolani come Felice Sciosciammocca vivevano alla giornata, arrabattandosi a volte senza dignità nella miseria e nella fame, costretti a mangiare, in una famosa scena, pane e veleno.
Quella Napoli dicono che ora non c’è più, se non nelle pellicole sbiadite di vecchi film. Oggi a Napoli c’è altra gente, tanta brava e onesta. Qualcuno un po’meno. Gente che s’arrabatta in altri problemi: lo scandalo dei rifiuti che prima c’erano e poi spariscono d’incanto, i rapporti e le connivenze tra politica e camorra, quella camorra che prospera tra traffico di droga, contraffazione, scommesse clandestine, contrabbando, racket, furti, rapine, truffe, traffico d’armi e di persone, appalti e forniture. E migliaia di commercianti, bravi e onesti lavoratori intrappolati nelle estorsioni e strangolati dall’usura.
Ne ha parlato di recente in un suo rapporto Sos Impresa. In questo rapporto parla anche del pane di Napoli, ma non se ne trova quasi traccia nella stampa e nella tv nazionale. Perché ora a Napoli va tutto bene: i quotidiani e i telegiornali ce lo dicono tutti i giorni. E quindi del pane di Napoli nisciuno se ne importa, non importa a nessuno. Invece, un giornale inglese, il Guardian, ha deciso di parlarne. Sarà perché gli inglesi ci invidiano il sole e il mare, o forse perché a loro piace pensare alla Napoli di un tempo, quella stracciona di Miseria e nobiltà, quella dove si mangiava pane e veleno.
A Napoli e nei dintorni ci sono chioschi che vendono giorno e notte pane a volontà, fragrante e caldo. E’ bello girare per i quartieri e per i paesi del circondario, e mangiare questo buon pane. Ma, secondo un’ altra indagine fatta dall’assessore provinciale all’Agricoltura Francesco Borrelli, di quei chioschi e quelle panetterie circa 1.400 sono illegali, e la percentuale di pane abusivo consumata ogni giorno è pari a oltre 8.200 quintali, il 37% del totale.
Niente di male: a Napoli la gente è abituata ad arrangiarsi, tra Stato assente e politici distratti. E non importa se in queste panetterie clandestine, che hanno un giro d’affari di circa 600 milioni di euro all’anno, impiegano manodopera in nero. Per la precisione, migranti clandestini, disposti a tutto per un tozzo di pane. Niente di male, certo. In fondo, tutti dobbiamo mangiare, e se qualcuno s’arrangia un po’, che male c’è? E poi a Napoli c’è il sole, c’è il mare, il nuovo governo ha risolto tutti i problemi dei rifiuti e del resto, e o’ Governatore Bassolino continua a guidare senza macchia e senza paura la Regione. Va tutto bene: lo dicono i giornali, la tv. Tutti.
C’è solo un piccolo, trascurabile inconveniente: quel pane viene cotto bruciando vecchi mobili verniciati, gusci di noce impregnati di pesticidi, scarti di industrie chimiche, copertoni d’auto e perfino il legno delle bare riseumate. Roba in grado di avvelenare lentamente i clienti, un po’ come le discariche impregnate dai rifiuti tossici che hanno avvelenato giorno dopo giorno la città. La capitale delle panetterie illegali, scrive sempre il Guardian, è Afragola, dove ne sono in funzione un centinaio. Appena 17 sono quelle legali. E il giro delle panetterie clandestine è controllato – chi l’avrebbe detto? – dalla criminalità organizzata, dalla camorra. Ma come dicono tutti, ora a Napoli va tutto bene, non bisogna preoccuparsi: Infatti, nisciuno se ne importa.
Forse è per questo che ancora oggi è possibile, gironzolando per le vie di Napoli, nei Quartieri Spagnoli o dalle parti di Mergellina, incontrare gente come Felice Sciosciammocca e il suo amico Pasquale il fotografo. Che, ora come allora in quella vecchia commedia di Eduardo Scarpetta, cercano con amara rassegnazione un pezzo di pane, tra la vera Miseria e la falsa nobiltà. Perché ancora oggi, a Napoli, si continua a mangiare pane e veleno. Povera Napoli, povera Italia.
Buon tutto!
Napule e‘ na carta sporca e nisciuno se ne importa e ognuno aspetta a’ ciorta






















NAPULE E’
canzon di Pino Daniele il cui motivo, suonandolo col sax deriva da tu scendi dalle stelle, canto di Natale del ‘700 di A.M.dei Liguori
si tratta solo di spostare gli accenti delle note
Napoli appunto è questo : tradizione che pur nel rinnovamento non perde il nucleo centrale
è solo volontà dei Napoletani ? Amore del vecchio ? Pigrizia e indolenza ?
o è necessario adattamento a politiche che non cambiano ?
è veleno voluto od imposto ?
e se la farina utilizzata dai forni a norma venisse dalle terre contaminate ukraine o dalle piantagioni trans-geniche americane ?
“e se la farina utilizzata dai forni a norma venisse dalle terre contaminate ukraine o dalle piantagioni trans-geniche americane ?”
E dunque? Va tutto bene cosi’?
@Lassateci sta nun simme peggio e vui:
Mi spiace che si possa pensare che quest’articolo dia l’idea di essere un atto d’accusa verso Napoli: perchè è l’esatto contrario, se ci fossero equivioci: Questa è una dichiarazione d’amore. Amore che si nutre di voglia di RESISTERE contro chi Napoli la sporca. e di SCUOTERE i tantisismi che non hanno nessuna voglia di rassegnarsi.
Ah, per me, se non si fosse capito, il veleno è imposto, non voluto.
@Enrico:
Appunto: non va bene così. E io so che la stragrande maggioranza dei Napoletani pensa appunto che non va bene così.
@tutti:
Un sorriso senza sorriso
sono io che mi scuso se sono sembrato ostile all’ autore, ben conosco la sensibilità di don Carlo Cipiciani
un sorriso senza veleno
Grazie.
Un sorriso per te, per Napoli, e per tutti (tantissimi) gli italiani per bene.
Gulp… a gennaio sarò a Napoli per qualche giorno per un matrimonio (non il mio ovviamente). Cosa faccio niente pane e niente pizza?
Credo fermamente che Napoli e i napoletani siano molto diversi da come i pregiudizi e i preconcetti li descrivano. Però da sempre sopportano l’insopportabile, un pò come il resto dell’Italia. Ma vedere gente di cuore e di sostanza come loro schiacciati sotto il giogo di questa marmaglia da farwest mi addolora.
Ma anche la marmaglia è napoletana no? E allora chi vince? Non posso pensare che si annienti così una città di così grande storia e cultura.
Jamme Ja paisà
Ross
Wow! “miseria e nobiltà” una delle commedie più complesse del teatro Scarpettiano, che richiede molto impegno nel metterla in scena: ma è stato divertente impersonare Gemma!…ma nella famosissima scena erano costretti a mangiare..pane e veleno??…no Comicomix a Napoli e anche nella scena…posso assicurarti che mangiano spaghetti!!
La vera arte è napoletana!
@rossaura:
Anch’io. Un sorriso speciale alla mia “sorella di web”
@Lucia:
La famossissima scena degli spghetti la conosco bene. Il pezzo a cui mi riferisco è però un altro: un dialogo tra Felice Sciosciammocca e Pasquale il fotografo, di fronte all’ennesimo litigio tra le loro mogli anzi tra la moglie di pasquale e la convivente di Felice (i due nuclei sono costretti a convivere causa la miseria, appunto…)
O no?
Io sono un napoletano che è scappato da Napoli.Perchè? Perchè quelle cose che sono state dette sono vere,e non solo per il panema per tutto.Dalla sanità alle strade che molte di quelle in periferie non vengono asfaltate da cinuant’anni(vedi quelle dei ponti rossi)A Napoli non funziona niente.Il potere serve solo a creare delle lobbi.Quando sento Bossi dire Roma ladrona,non posso smentirlo perchè è vero.Il sud da oltre cinquant’anni ingoia solo soldi è un fiume in pieno che sfocia sempre in mare,senza creare una diga che fermi questa piena.Spesso nei mesi di luglio ed agosto vengo nella mia città per godermi veramente la pace.Perchè a Napoli nel mese di luglio ed agosto ci sono solo quei napoletani onesti e sfruttati e la città si può dire è deserta.A settembre iniziano le manifestazione di vogliamo il lavoro,vogliamo il lavoro.Perchè non fanno come ho fatto io che 38 anni fà sono andato via da Napoli perchè il lavoro non c’era.Ho due figli pienamente integrati nella vita lavorativa della città in cui vivo.Non devo dire grazie a nessuno.Fate come ho fatto io fuitvenne da Napoli