E’ un vero peccato che ne abbia scritto approfonditamente solo il Giornale di Paolo Berlusconi. Perché la notizia è davvero curiosa: Massimo D’Alema ha perso una causa. “Il tribunale di Torino ha respinto la
richiesta di danni (mezzo milione di euro) avanzata dai Ds e da Massimo D’Alema nei confronti del giornalista della Stampa Paolo Colonnello e del suo direttore Giulio Anselmi. A far infuriare D’Alema era stato un articolo del 6 giugno 2007, in cui Colonnello dava notizia di un dossier della Kroll, un’agenzia di investigazioni americana fra le più importanti al mondo. In quel dossier, chiamato «Project Tokio», si diceva che secondo «fonti d’intelligence in Italia» c’erano, in Brasile, conti segreti di alcuni esponenti dell’allora maggioranza di governo, «in particolare del ministro degli Esteri Massimo D’Alema»”. L’articolo di cui si parla è questo.
Intendiamoci, non che non ci fosse qualche stranezza nel dossier da cui era tratto l’articolo. C’era scritto all’epoca che “fonti di intelligence in Italia indicano che Inepar era la società che ha movimentato i fondi per l’allora primo ministro all’epoca della scalata Telecom“: una storia (leggenda?) molto radicata soprattutto nel sottobosco romano, ma priva di riscontri oggettivi, visto che, ad esempio, i famosi 47 miliardi pagati alla Unipol risultarono essere finiti tutti nelle mani di Consorte (consulenza d’oro fu, ma nient’altro insomma). Tanto che a luglio glieli hanno ridati quasi tutti, e il Gup di Milano Luigi Varanelli ne ha disposto il dissequestro con sentenza passata in giudicato. Notizia onestamente passata quasi inosservata sulla stampa italiana. Peccato. In ogni caso, D’Alema aveva detto in tv: “Colpisce è che un giornale serio come La Stampa, che ha quella proprietà, utilizzi questa spazzatura, la faccia diventare notizia e la getti nella vita politica italiana. Questo colpisce, ferisce e preoccupa”. E poi aveva detto, riferendosi alla querela in partenza: “Il conto “Quercia” adesso diventerà il conto “Ulivo” con il Partito democratico… “. Nel frattempo, in alcuni ambienti si è continuato a soffiare sul fuoco, riportando notizie sui fantomatici conti, mentre la “difesa” faceva notare le moltissime incongruenze nell’indiscrezione (“Oak fund? Che fantasia per il nome!“). Insomma, si capiva che era una bufala, e anche leggendo attentamente l’articolo di Colonnello, lo si desume. Ma quello che è interessante è il discorso che si sviluppa poi sulla nascita della storia: “Ebbene, Mancini (all’epoca dirigente del Sismi) racconta di aver ricevuto «dopo il 2003» dei dossier sui conti esteri di alcuni politici della Quercia e dell’Udc che gli sono stati consegnati da Emanuele Cipriani, investigatore fiorentino legato ad ambienti massonici (è buon amico della famiglia Gelli), nonché principale fornitore dei dossier ordinati da Telecom e animatore di un network di investigatori e uomini delle Forze dell’Ordine che arrotondano i loro stipendi trafugando informazioni dalle banche dati riservate dello Stato“. E ovviamente, come in un immenso deja vu, ritorna il tema della telefonata pubblicata dal Giornale tra Piero Fassino e Giovanni Consorte: “Fonti autorevoli sostengono che quell’intercettazione sia giunta da ambienti romani e non da via Fabio Filzi, sede della Gdf milanese. Eppure fare credere il contrario conviene a chi vuole accreditare l’idea di una vendetta politica del viceministro nei confronti dei quattro ufficiali milanesi da trasferire. Nel frattempo si consuma, lontano dai riflettori, lo scontro tra Visco e Speciale“.
Ed ecco il finale, che è importante sottolineare: “Manca infine ancora una versione, quella dell’ex capo del Sismi Niccolò Pollari, per il quale il governo Prodi, a differenza di Berlusconi, si spende fino ad entrare in conflitto aperto con la Procura di Milano opponendo sul caso Abu Omar il segreto di Stato e rivolgendosi alla Consulta per scaricare sui pm milanesi accuse da galera. E’ Pollari, stando a Marco Mancini, che ha potuto vedere bene questi dossier sui conti della Quercia e di Massimo D’Alema. E che forse potrebbe avere un’idea a quale fonte d’intelligence italiana si siano abbeverati gli spioni privati della Kroll per scrivere il loro rapporto «Tokyo»”. (Pollari, avete sentito? Pollari, non – dico per dire… – Veltroni). Proprio quel Pollari che qualche genio stratega spinse Prodi a far nominare al Consiglio di Stato e offrirgli prima (rifiutandoglielo poi) un incarico presso Palazzo Chigi. Sentite come chiude Michele Brambilla: “Invece, il giudice Maria Francesca Christillin ha ora rigettato il ricorso di Ds e D’Alema condannandoli a pagare 5.500 euro di spese processuali. Questo non vuol dire che D’Alema avesse un conto (che non ha mai avuto) in Brasile. Vuol dire che, come ha scritto il giudice, Colonnello ha semplicemente riportato la notizia di un’indagine in corso, oltretutto contestualizzandola tra i «veleni» sparsi in quel momento sulla politica. Colonnello e La Stampa avevano quindi fatto, e bene, il loro dovere. Ma è questo che a volte non si tollera. Per mesi si parlò di «fango», l’Unità diede lezioni di giornalismo a Colonnello e ci furono inviati della Stampa che, a differenza dei colleghi degli altri giornali, non poterono seguire le missioni del ministro degli Esteri sugli aerei di Stato. Così, tanto per far capire quale, tra le due«caste», abbia poi maggiori poteri di pressione”.
Ha ragione. L’atteggiamento isterico dell’allora ministro degli Esteri fu una buffonata bella e buona, da “vendettina dell’asilo”. Non da Statista, e sarebbe bello se D’Alema lo ammettesse. In ogni caso, Pollari a parte, il caso ormai è chiuso. Il Lìder Maximo, il quale ha detto la scorsa settimana ai giornali che lui non ce l’ha con Veltroni, archivia questa sconfitta così come aveva portato a casa il niet dell’Europarlamento . Forse, sarebbe ora il caso anche di smettere di fomentare le leggende metropolitane. Quelle dei 47 miliardi di tangente (non sussistono), e quelle su un clamoroso complotto di frange margheritian-veltroniane ai danni del Piccolo Padre. Non siamo più in Unione Sovietica. Sarebbe il momento di prenderne atto.
(Vignetta di Vauro)




Credo che cambiare sia possibile…non si possono fare gli stessi errori con il Paese che alla fine paga sempre!
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e non c’è più la mezza stagione, signora mia!