La trappola dell’Italia: troppo debito e bassa crescita
23/05/2011 - Il rapporto 2011 dell’Ocse conferma i problemi strutturali del nostro sistema Paese L’Ocse ha pubblicato pochi giorni fa il suo rapporto annuale sullo stato delle economie dei suoi paesi membri, tra i quali c’è anche l‘Italia. Un’analisi molto prestigiosa ed
Il rapporto 2011 dell’Ocse conferma i problemi strutturali del nostro sistema Paese
L’Ocse ha pubblicato pochi giorni fa il suo rapporto annuale sullo stato delle economie dei suoi paesi membri, tra i quali c’è anche l‘Italia. Un’analisi molto prestigiosa ed autorevole, che conferma alcuni problemi storici del nostro Paese: l’elevato debito pubblico, la bassa crescita, l’esigenza di ridurre il deficit per sostenere investimenti capaci di stimolare la ripresa. Ne parliamo con il professore Renzo Orsi, docente di Economia dell’Università di Bologna.
FUNZIONI DELL’OCSE – L’Ocse è un’organizzazione internazionale economica, nata nel primo dopoguerra, che unisce 34 paesi europei, americani, asiatici e africani. I paesi membri sono caratterizzati da alcuni tratti comuni: economie sviluppate, sistema democratico, libero mercato. Questo organismo ha un ruolo di assemblea consultiva per confrontare le esperienze politiche dei diversi paesi. Tra i suoi scopi c’è l’identificazione di pratiche commerciali condivise e il coordinamento tra economie locali e internazionali. Gli studi che l’Ocse produce annualmente fanno il punto della situazione economica di un paese, evidenziandone debolezze e punti di forza e dando consigli operativi per riequilibrare il mercato, anche attraverso comparazioni economiche, definizione di misure da implementare, coordinamento e cooperazione. Attività di routine dell’Ocse è dunque fare rapporti descrittivi per ogni paese. E’ fonte autorevole e molto citata in quanto ente terzo e indipendente, utile per i governi e per gli studiosi, insomma un riferimento importante. Un osservatore profano potrebbe essere indotto a pensare che un organismo di questo genere possa influenzare i giochi di potere tra le varie economie nazionali. In realtà la questione non si pone in quanto l’Ocse agisce su stati membri che hanno mercati simili. Inoltre, questa organizzazione non ha un tale potere politico da condizionare mercati internazionali e governi, essendo di tipo esclusivamente consultivo. Infine, l’azione di controllo incrociato tra vari enti sovranazionali garantisce la trasparenza e il rigore.
DEBITO PUBBLICO -Uno dei punti principali su cui si sofferma l’Ocse nel suo ultimo rapporto è il problema del debito pubblico, il nostro è tra i più elevati d’Europa. Il problema dei debiti sovrani, cioè la quantità di debito in mano agli investitori, sta preoccupando i mercati finanziari.
Attualmente, i debiti sovrani sono diventati rischiosi, perché è più alta la possibilità di default (insolvenza). Oggi sono una categoria a rischio elevato, cosa che non è mai avvenuta in passato. Quando uno stato va in crisi, come è avvenuto in Grecia e prima ancora in Argentina, rischia di diventare insolvibile. Il rischio sussiste perché i prestiti sono sottoscritti da banche. Infatti i Bot, cioè i titoli di stato, vengono comprati sia dai privati, che incaricano le banche di farlo, sia dalle banche stesse che sono obbligate ad averne una certa quantità. Nella situazione attuale i mercati internazionali sono diventati più sensibili al rischio dei debiti sovrani. Per avere la misura di quanto un paese sia a rischio default, si calcolano gli spread tra i rendimenti di titoli uguali ma in paesi diversi. Per esempio la Grecia viene misurata con paesi forti come la Germania.
Per l’Italia lo spread si attesta intorno all’1.- 1.5% , valore ancora accettabile. Il rischio default ha interessato paesi con economie piccole, come Grecia, Portogallo e Irlanda, ma anche economie più grandi come la Spagna. L’Unione Europea aiuta e sovvenziona questi paesi, in due modi: tramite fondi e suggerendo politiche per risanare i bilanci sul lungo periodo. Per questo motivo ha predisposto un tetto massimo per il rapporto debito PIL, che ammonta al 60%. Ma l’Italia è attualmente al 118%.
RAPPORTO OCSE SULL’ITALIA – -L’Ocse suggerisce pertanto di adottare urgentemente misure rivolte a raggiungere un equilibrio di bilancio. Si deve ridurre il deficit annuo sul PIL, che va riportato al 3% riducendo la spesa o aumentando le tasse. Tremonti si è impegnato a farlo entro il 2012.
Essendo un paese che cresce poco, le politiche di bilancio in Italia si sono orientate sulla riduzione delle spese. Da un lato sono stati congelati i salari pubblici e dall’altro diminuiti i trasferimenti alle Regioni, con un risparmio che si attesta intorno ai 6 miliardi. L’Ocse suggerisce di seguire questa strada con continuità, riducendo ulteriormente le spese e aumentando le imposte al fine di eliminare alcune nicchie fiscali o tasse molto ridotte per i redditi alti. Infatti, l’Italia tassa i redditi finanziari per il 12% mentre altri paesi raggiungono il 20-25% di imposta. Altro aspetto da riformare sarebbe l’imposta sui grandi patrimoni: al di sopra di un livello elevato di ricchezza si dovrebbero aumentare le tasse, in modo che i grandi ricchi contribuiscano in misura proporzionale al risanamento del paese. Ridurre il debito andrebbe a vantaggio di tutta la comunità, perché fa risparmiare sugli interessi del debito e riequilibra la finanza pubblica. I soldi risparmiati potrebbero essere reinvestiti in operazioni socialmente utili, migliorando la qualità della vita.
PRIVATIZZAZIONE – Non è detto che debba essere lo Stato a gestire i servizi su tutto il territorio nazionale, né che sia in grado di farlo bene. L’idea sarebbe appaltare alcuni servizi pubblici ad enti privati e al contempo istituire delle autorità di vigilanza, come è avvenuto nelle telecomunicazioni. Settori che si prestano molto bene a questo modello sono i trasporti e l’energia elettrica. Tale soluzione è pensata per alleggerire l’impegno dello stato e consentire l’abbassamento delle tariffe.
Per quanto riguarda invece altri settori fondamentali e più delicati, come la sanità e l’istruzione, si pensa che la privatizzazione non sia auspicabile. Nel caso dell’acqua la situazione è particolare. Innanzitutto ci sono realtà molto diverse a seconda dei territori. L’idea di dare in concessione ai privati le reti, ma con un’autorità di controllo, è più difficile da attuare. Inoltre, l’acqua è percepita come un bene della natura che la gente vorrebbe avere a un prezzo accettabile, senza percepirlo come una cosa che fornisce profitto a qualcuno. La sua natura di bene primario comporta anche un aspetto culturale e ideologico. Dal punto di vista strettamente istituzionale nulla vieta di sviluppare un mercato competitivo nel settore dell’acqua, ma di fatto questa cosa è impossibile. Le strutture sono meno efficienti, più complesse e meno controllabili, e necessitano di interventi continui di manutenzione: in questo caso un privato che volesse guadagnarci lo farebbe a discapito dell’utente.
IL DECRETO SVILUPPO DI SACCONI – Questo decreto recepisce molto poco delle direttive Ocse. Riguarda in larga parte la disciplina degli appalti per semplificare le gare, renderli più veloci, promuovere il federalismo.
Sono poche le misure volte allo sviluppo vero e proprio: è stato rifinanziato un fondo di garanzia per aiutare le piccole e medie imprese e quelle artigiane a riprendersi dalla crisi. Si sono prese misure nuove sull’acqua, con l’istituzione dell’Agenzia Nazionale Vigilanza Risorse Idriche, similmente al sistema delle telecomunicazioni, dell’energia, della televisione. Si tratterà di un organo di controllo per la regolamentazione delle tariffe, lo sviluppo di misure per l’efficienza del servizio e la tutela dell’utente. Belle parole, ma tradurle nei fatti è dura, soprattutto per l’impatto negativo di simili provvedimenti sull’opinione pubblica. Un’altra misura contenuta nel decreto servirà a sostenere l’investimento in ricerca da parte delle imprese. Verranno attribuiti dei benefit fiscali, sia se realizzano ricerche in proprio sia se commissionano a centri di ricerca universitari o pubblici. Tutte queste misure sono comunque modeste, manca un piano generale di riforma. Il decreto Sacconi, insomma, si occupa molto di norme e poco di soldi, insiste sulla regolamentazione ma non mette in campo risorse, anche perché da questo punto di vista lo Stato è in difficoltà.
RIFORMA UNIVERSITARIA – Lo studio Ocse sottolinea l’urgenza di adeguarsi a un sistema europeo e internazionale per quanto riguarda l’istruzione universitaria. Suggerisce di finanziare e stimolare la ricerca, adottando metodi di reclutamento basati sul merito e sulla qualità dei progetti, non legati ad automatismi. Ad esempio i docenti vanno vagliati tramite processi di selezione basati sul merito e così anche i progressi di carriera. Si può dire che la riforma Gelmini vada in questa direzione. Ma ancora siamo ad uno stadio teorico, mancano i decreti attuativi da cui dipenderà la validità o meno del provvedimento. In generale, l’Ocse richiede forme di governance più snelle ed efficienti e la promozione della qualità di ricerca. In questo modo si produrranno laureati più qualificati a beneficio di tutto il sistema.
COME IMPLEMENTARE I CONSIGLI DELL’OCSE- I suggerimenti dell’Ocse sono chiari, per nulla ambigui. Tuttavia, esiste distanza tra le misure in senso astratto e il loro riscontro pratico.
Tagliando le spese, ad esempio, si rischia di peggiorare la qualità dei servizi offerti. Far ricadere sul fruitore una parte dei costi di un servizio di qualità rischia di essere controproducente, perché toglie reddito alle famiglie senza grande capacità di spesa. Questo porterebbe a ridurre i consumi e comprimere l’economia interna. Ovviamente tutta l’attività economica ne sarebbe rallentata. L’Italia ha un buon tasso di esportazioni, che però non basterebbe a sopperire a un mercato interno debole anche a causa della crescente concorrenza sui mercati esteri. Il problema è che il governo ha tagliato in modo lineare, senza differenziare o tener conto delle diverse realtà: nord e sud, regioni virtuose con politiche efficienti o regioni che sprecano, dovrebbero essere oggetto di trattamenti diversi. Le politiche di risparmio andrebbero promosse e incentivate. Insomma, la linea del risparmio è giusta, tra indicazioni e attuazione c’è uno spazio molto ampio, che include anche la questione politica di gestione del consenso, la capacità di comunicare i tagli al pubblico facendoli accettare come necessari e infine utili al paese.













Troppo debito bassa crescita..ma andrà sempre in peggio per l’Italia dove le nostre industrie vengono vendute CONTINUAMENTE alle multinazionali straniere ! In Italia
1) NON abbiamo materie prime
2) l’energia costa alle stelle..
3) il costo di noi lavoratori a confronto di altri è rilevante
4) chi qui in Italia lavora o deve aprire industrie o altro da pagare ci sono troppe tasse.
5) bisogna mantenere Ministeri autoblu politici certi Statali, Comunità Montane, uffici pubblici, piccoli Comuni etc.etc. sulle nostre spalle e questi si mangiano interi capitali…
Pertanto il debito continuerà e si moltiplicherà sempre più! E per i pochi che lavorano ormai siamo quasi tutti ridotti a CONTRATTI INTERINALI PRECARI e precarizzazione vuol dire NON sicurezza pertanto nulla si compera o spende per auto ristoranti vestiario etc. e tutto va allo sfacelo ma almeno si RENDA I POLITICI PRECARI di avere creato questa situazine pare SENZA più fine ! E i pochi proventi pure spesi per guerre altrui…almeno si vendino le industrie Italiane di armi all’estero perchè producendo armi l’Italia così BELLIGERA in ogni parte del mondo! Compartecipando a morti e feriti!
Sergio Morando.
aggiungerei:
- importiamo più di quello che esportiamo
- importiamo anche ciò che potremmo produrre
- ci vendiamo (mettiamo in borsa a forza e poi facciamo scalare o uscire dalle imprese familiari) imprese da oligopolio o da mercato del lusso (grave! perchè importi il prodotto dall’estero e per giunta ciò si riperquote su tutte le collegate, inoltre il mercato del lusso non è influenzato dalle recessioni: un ricco che compra ci sarà sempre… ma tu le fai acquistare agli stranieri)
- non investiamo in ricerca (quindi la dobbiamo comprare dagli altri, le idee costano e non ti danno mai le più nuove o efficaci e alla fine sei obsoleto comunque… non possiamo vendere idee e i nostri prodotti invecchiano e restano invenduti)
- cementifichiamo il paese (ciò annienterà il turismo… se vado una volta in una città storica vorrei vederla per ciò che era … non nascosta nel cemento… vale anche per le spiagge: meno naturali sono, più la gente va altrove)
- favoriamo gli amichetti in appalti (inutili) che non comportano un arricchimento per le imprese minori che usano, sfruttano e non pagano (un immobile sotto sequestro è un’immobile non venduto, qualcuno non sarà pagato…di solito gli ultimi della scala… e il loro potere d’acquisto si riduce)
- favoriamo la finanza (banche) anzichè l’industria o l’artigianato o i servizi (grave!). La finanza specula sul denaro, si arricchisce anche se un’impresa chiude (magari di più), può vivere anche di solo estero (non le interessa se qui va tutto a rotoli), le basta che il nostro cambio resti alto (l’europa e la disoccupazione per lei vanno benissimo, perchè alzano il potere d’acquisto… quindi può prestare meglio e comprare meglio), può migrare ovunque in caso di problemi (peggio!!)
- non abbiamo nessuna apertura al nuovo … ci tramandiamo il passato..
(basta vedere cinema, internet, informatica, elettrodomestici, ecc….
es: il cinema – che fa davvero pena come idee e come stile di rappresentazione – non si aggiorna mai, produce sempre la stessa pappa familiare o sociale e sopratttutto si lamenta per la mancanza di fondi. Solo che all’estero fanno film anche perchè consentono la pubblicità nel film…. Noi, no! ..Forse perchè il signore della pubblicità non vuole in quanto il settore gli appartiene? O_o)