Avevo insistito troppo con Eva. Lo vedevo dalla faccia seria, poco sorridente, quasi contrariata. Non le faceva piacere che io restassi lì, ma ormai avevo mendicato un posto di emergenza e non potevo più tornare indietro. Non che lei non fosse gentile. Mi preparò da mangiare e mi accomodò il letto con gli occhi quasi chiusi. E io entrai nel sonno con un grosso peso sulla coscienza e sullo stomaco. Dopo un po’ mi svegliai e andai in bagno. Ero imbarazzato, non c’era la chiave e chiunque poteva aprire la porta.
Non avevo finito di pensarlo che sentii dei passi lenti e pesanti. La porta si aprì. D’istinto mi coprii con la tenda della doccia; un improvvisato quanto misero nascondiglio. Ma Eva aveva gli occhi chiusi, in trance,
come una sonnambula. Per non disturbarla restai nella mia scomoda posizione ad osservare la scena. Si avvicinò allo specchio come per vedere chi ci fosse e, fissata la sua immagine, con uno scatto improvviso, si tolse di dosso la vestaglia lanciandola verso la parete. Restò completamente nuda e con un sinuoso passo di danza si accovacciò vicino alla vasca. Era la prima volta che la vedevo così. Il corpo atletico, le gambe slanciate, il ventre piatto e il seno appuntito, sembrava una ragazzina. Una bambina che cercava un rifugio.
Guardai la vestaglia, che buffamente era finita sullo specchio. Ebbi un moto di terrore: sul vetro c’era la sua immagine. Ma se quella che vedevo nuda sembrava giovane e pura, nello specchio c’era la versione invecchiata, inacidita, dall’aria cattiva. Ma le sorprese non finivano lì. L’immagine si staccò e, con la vestaglia addosso, andò verso Eva. Con uno scatto le urlò: “Che fai lì come una stupida! Alzati!” Lei piangeva, un leggero singhiozzare che partiva come un lamento e arrivava a lacrime lente e silenziose. Muoveva il viso ma non lo alzava mai. L’altra pareva innervosirsi di più. “Ma smettila! Ti comporti come una bambina, sei proprio infantile!”. “E’ inutile, io non ti ascolto più. Sei cattiva!” “Cosa? Io ti proteggo dalla tua ingenuità, dall’incapacità di vivere e tu, così mi ringrazi? Vai, vai pure, ma non venire a piangere da me quando le cose andranno male. Perché le cose andranno sempre peggio” “E che mi importa? Peggio di così…”
“E invece ti dovrebbe importare! Gli anni passano, diventi vecchia e non hai ancora messo la testa a posto. Se continui ad evitare come la peste le persone per bene non ti farai mai una famiglia. Vedrai, poi, se non ti pentirai” “Sei solo cattiva e invidiosa. Mi fai vedere sempre ragazzi depressi, chiusi, ombrosi. Io invece amo la vita, le gonne a ruota che ballano e la pioggia che cade lenta tra i boschi. Tu non mi dai niente di tutto questo. Sono solo la tua schiava!” “Ma se ti faccio fare quello che vuoi! E ogni volta cadi tra le braccia di persone sbagliate, che ti usano e ti lasciano. E tu, qui, di nuovo a piangere.” “Non è vero! Non è vero! La colpa è tua che non mi fai mai andare a fondo, che mi dici ogni volta che devo lasciar perdere. Sei tu quella che non crede in me e gli altri ti seguono. E anche adesso, anche adesso che non faccio niente di male,osa ne
e pura dvane e pura dell mi vieni a scocciare!” “E certo! Quello non è per te.” “Ma mi ha dato solo qualche bacio.” “Certo, ma non ti ha detto se ti ama, se vuole stare con te. Ti ha messo solo le mani addosso. Uno così dovresti mandarlo via di corsa. E invece te lo tieni anche in casa. Sei proprio una stupida!” “Smettila. Non abbiamo fatto niente di male.” “Perché ti ho fermata! Altrimenti avresti continuato per poi venire da me a dire che eri confusa, che non sapevi se eri innamorata, che non vedevi l’ora che tornasse. I soliti guai!” “E che ci ho guadagnato? Che anche stasera sono sola con la tua brutta faccia. Ma io sono stanca di te. Non sei mia madre, non sei me stessa, ti ho cercato una sola volta perché ero in crisi e tu ti sei messa lì e non te ne vuoi andare. Ora basta. Vai via. Viaaa”
Di colpo afferrò l’asciugacapelli e lo scaraventò contro il vetro che, con un urlo, andò in mille pezzi. E nei pezzi, a terra, ancora s’intravedevano scorci deformi del viso di lei. Come nulla fosse, con un po’ di affanno, tornò in trance da dove era entrata. Uscii dal mio nascondiglio incredulo. Avevo visto Eva lottare con la sua anima e vincere, buttando via la cattiva coscienza. Entrai nella stanza di soppiatto, ma non ce n’era bisogno, perché stava di nuovo dormendo. Mi avvicinai al letto e l’osservai. Era serena, candida, nessuna traccia della lotta di pochi minuti prima. Guardandola non seppi resistere ai lineamenti dolci, alle guance che m’invitavano a sostare, alla bocca che mi offriva soffice alloggio. La baciai e fui di nuovo rapito, di nuovo sentii il tempo scorrere in un’altra dimensione, in cui c’eravamo solo noi e i nostri sensi. La sua bocca si unì docile alla mia, le mani avvolsero il mio viso in una carezza. Ma durò poco perché quando riaprì gli occhi, interrogativi e maldisposti, prese le sembianze dello specchio. Sul viso partì un’onda maligna, arricciandole il naso e serrandole le labbra che scapparono dall’abbraccio delle mie. Si alzò per divincolarsi.
Solo allora capii che, ogni notte, lei ammazzava la sua bestia ma, ogni volta, quella tornava e riprendeva il sopravvento. Ed io non ero che un episodio della lotta con se stessa, i suoi doveri e la sua educazione. Non c’era spazio per la mia pace. Presi le mie cose e uscii di casa. Fuori le prime luci dell’alba davano un’aria fresca e tranquilla al paesaggio deserto. La città non era ancora sveglia e mostrava spogli quei luoghi che presto si sarebbero riempiti di suoni e colori. Guardai il paesaggio e pensai che anche lei avrebbe guardato quelle immagini, anche lei avrebbe ascoltato la stessa brezza. Ma non sarebbe bastato ad unirci. Maledii il genere umano che non sa esprimere ciò che sente, che nasconde e reprime, invece di difendere ed esaltare. In cui, alla fine, si resta soli. E da solo cominciai un’altra lunga giornata.
























Impossibile far tacere la propria coscienza!la coscienza è la voce sincera che abbiamo dentro…una voce maligna che ci analizza…una voce spesso non ascoltata, ma è sempre lì presente come la propria ombra che ci segue sempre!
L’autoanalisi è sempre critica, e non credo tanto in essa; credo, invece, alle reazioni che possiamo suscitare negli altri.Cosa l’altro percepisce di te…sei quello che mandi, l’immagine che ti torna.
Voglio dire che con le persone con cui stabilisci dei rapporti spesso ti rimandono ciò che tu hai mandato…ancor peggio di uno specchio!
E’ la comunicabilità,meglio dire, il confontarsi…che fa capire come siamo fatti..solo così la coscienza rimane un fantasma!
Pietro, da quando scrivi in giornalettismo, questo è di sicuro il post più bello! (per il momento).
il problema è che la coscienza è spesso un nemico mentre dovrebbe essere colui (o colei) che guida. In altre parole quando la coscienza chiama uno dovrebbe rispondere e così si resta in armonia con se stessi. Anche quello che gli altri rimandano è così: io posso ritrovarmi noioso e chiedermi se non è vero e se è vero se questo mi interessa o meno. Se mi interessa allora posso cercare di cambiare e vederne i risultati.
Per quanto riguarda i post devo dire che ero molto in dubbio su questo perchè, come ho già detto, è difficile capire cosa può piacere o meno, cosa è, in senso generale, valido o meno. La coscienza mi ha detto che poteva andare e io l’ho postato….
Grazie