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I complotti di Pearl Harbor

La mattina del 7 dicembre del 1941, circa 400 velivoli da combattimento della flotta imperiale del Giappone, decollati dalle sei portaerei che una decina di giorni prima erano salpate dai porti nipponici puntando verso gli Stati Uniti, attaccarono la base navale di Pearl Harbor, nelle Hawaii, dov’era stanziata la flotta da guerra americana. Nel giro di poche ore, approfittando della sorpresa (era domenica e gli USA non erano in guerra), i piloti giapponesi colpirono e misero fuori combattimento otto grandi navi da battaglia e varie unità minori, distrussero centinaia di velivoli a terra, bombardarono e mitragliarono infrastrutture e depositi.

L’ATTACCO – Al termine dell’attacco,  gli americani registrarono la perdita di oltre 2400 militari, gran parte dei quali rimasti uccisi dall’esplosione della corazzata Arizona, e di alcune decine di civili. Tuttavia le portaerei dell’US Navy non erano in porto al momento dell’attacco e scamparono alla distruzione. Questa circostanza fiaccò notevolmente l’efficacia militare dell’azione giapponese, in quanto proprio le portaerei erano le navi strategicamente più importanti (come lo stesso attacco aveva dimostrato) per il controllo del Pacifico. L’attacco ebbe l’inevitabile effetto di trascinare gli Stati Uniti nella II Guerra Mondiale. I motivi per cui quell’evento generò una serie di teorie complottiste sono molto simili a quelli che hanno provocato lo stesso effetto in relazione agli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001. Riesce difficile accettare che una nazione potentissima sia dal punto di vista economico che militare, con un rete di intelligence costosa e sofisticata, possa subire un attacco a sorpresa di quella portata. Da questa considerazione nasce il sospetto che l’attacco possa essere stato previsto e favorito, al fine di sfruttare la conseguente onda emotiva per indurre la popolazione ad accettare sacrifici e decisioni politiche che altrimenti non approverebbe.

I COMPLOTTI – Nel caso dell’attacco a Pearl Harbor, il movente sarebbe stato – secondo le teorie complottiste – quello di intervenire nella guerra che devastava l’Europa per imporre il predominio americano. In realtà la Storia insegna che gli attacchi a sorpresa non sono un’eccezione, ma quasi la regola. L’effetto sorpresa è un elemento determinante per la vittoria e tutti i generali cercano di ottenerlo. Proprio i giapponesi avevano l’abitudine a iniziare le guerre in questo modo, come testimonia l’attacco a Port Arthur nel 1904, contro la flotta russa. La Germania di Hitler scatenò a sorpresa la II Guerra Mondiale, travolgendo prima la Polonia e poi il Belgio (aggirando così la Linea Maginot che difendeva la Francia). E ancora la Germania, proprio pochi mesi prima di Pearl Harbor, aveva  invaso la Russia lanciando l’Operazione Barbarossa, sorprendendo i sovietici che ritenevano impossibile un attacco attraverso un confine presidiato da oltre 200 divisioni di fanteria.

ESEMPI – E per giungere a tempi più recenti, che dire dell’attacco israeliano del 1967  (la cosiddetta Guerra dei Sei Giorni) che in poche ore azzerò il potenziale bellico di Egitto, Siria e Giordania? E l’attacco egiziano – siriano contro Israele del 1973 (Guerra del Kippur)? L’invasione irachena del Kuwait nel 1990? Si pensi che in molti di questi eventi, gli attaccanti ammassarono ai confini decine, centinaia di divisioni, centinaia di migliaia di uomini, migliaia di carri armati e aerei da combattimento, senza che l’avversario avesse contezza di quanto stava per accadere. Sotto questo profilo, attacco giapponese fu decisamente più facile da nascondere. Il Giappone si trovava a migliaia di chilometri dagli Stati Uniti, la comprensione della sua lingua e della sua scrittura era decisamente ostica per gli occidentali, l’attacco fu portato da portaerei che si spostarono velocemente, nel giro di pochi giorni, muovendosi in mare aperto lontano da qualsiasi occhio indiscreto. Se gli americani avessero voluto davvero entrare in guerra, avrebbero fatto in modo di farsi trovare più preparati alla guerra. Dopo Pearl Harbor, infatti, continuarono a prendere batoste nel Pacifico e persero le Filippine. Le cose cambiarono solo dal giugno del 1942, quando vinsero la Battaglia delle Midway (più per fortuna che per abilità strategica e di certo non per superiorità numerica o qualitativa) azzerando la flotta giapponese. Quanto all’Europa, gli americani non approfittarono dell’attacco giapponese per muovere guerra contro la Germania e l’Italia. Molti lo ignorano, ma furono l’Italia e la Germania a dichiarare guerra agli Stati Uniti, l’11 dicembre del 1941.

E ANCORA – Qualsiasi teoria complottista cade, da un punto di vista logico, di fronte a questi fatti. Ma gli americani ebbero sentore che il Giappone potesse attaccarli? La risposta è sì. Ma non a Pearl Harbor. Non in quel momento. E non in quel modo. Un sondaggio Gallup effettuato prima dell’attacco mostra che il 52% degli americani considerava certa una guerra contro il Giappone.  L’impero del Sol Levante aveva avviato una politica di espansione nel Pacifico e nell’Asia Orientale, estremamente cruenta e aggressiva, specialmente nei confronti della Cina. Era inevitabile che prima o poi ciò avrebbe portato a uno scontro contro gli Stati Uniti. Tuttavia gli americani pensavano che un eventuale attacco giapponese sarebbe avvenuto alle Filippine. Fu questa la ragione per cui basarono la flotta da guerra alle Hawaii (più vicina alle Filippine) e per la stessa ragione le portaerei americane non erano in porto quel giorno. Infatti le portaerei [http://www.ibiblio.org/pha/myths/Missing_Carriers.html], che erano solo due, Enterprise e Lexington, erano state incaricate di trasportare aerei di rinforzo sulle isole di Wake e di Midway, più vicine alle Filippine. Addirittura la Enterprise stava rientrando a Pearl Harbor e quello stesso 7 dicembre sarebbe arrivata nel porto. Se i giapponesi avessero posticipato l’attacco di poche ore, avrebbero trovato e affondato la portaerei.

IDEE – E sempre a proposito delle portaerei, l’idea che gli americani avrebbero allontanato le loro navi più preziose può sembrare ragionevole oggi,  ma non lo era affatto nel 1941.  A quel tempo il valore delle portaerei era notevolmente sottostimato e le “capital ship”, ossia le navi da battaglia per eccellenza, erano le corazzate, secondo i principi espressi dalla cosiddetta Dottrina Mahan  che condizionava il pensiero navale strategico degli Stati Uniti e del Giappone.  Le portaerei erano considerate navi di scorta, mentre il ruolo primario del potere navale era demandato alle corazzate. Quindi l’idea che gli americani abbiano “sacrificato” le proprie corazzate a Pearl Harbor salvando le portaerei, è priva di senso. Queste semplici considerazioni bastano e avanzano a cassare le teorie complottiste sull’attacco a Pearl Harbor, senza necessità di chiamare in causa i falsi miti che circondano la decrittazione dei codici segreti usati dai giapponesi. Del resto, i primi a voler vederci chiaro furono proprio gli americani. Anche questo è ignorato dai più, ma sull’attacco a Pearl Harbor ci sono state ben 8 inchieste tra il 1941 e il 1945. Poi ce ne state ancora altre, l’ultima delle quali nel 1995. Nessuna di queste inchieste ha mai avallato l’ipotesi che qualcuno sapesse dell’attacco e abbia tenuto nascosta l’informazione, anche se sono state individuate leggerezze e errori (come in qualsiasi vicenda analoga). Tutti gli atti di queste inchieste sono disponibili sul Web e chiunque può rendersi conto della verità documentale. E’ improbabile che qualcuno abbia voglia di cimentarsi nella consultazione di decine di migliaia di pagine, testimonianze, rapporti, telex, memorandum, ed è proprio per questa ragione che le teorie complottiste hanno avuto gioco facile. Ma dopo più di settant’anni, è proprio il caso di rassegnarsi al fatto e al dato storico che i vertici americani non sapevano dell’imminente attacco e che qualcuno fu così idiota (ed è questo il vero mistero…) da pensare di poter vincere una guerra contro l’Inghilterra (e il suo impero coloniale), le Russia e gli Stati Uniti, contemporaneamente…