Se è normale ed accettabile non passare alla storia finendo per essere dimenticati dai posteri, è triste che dopo aver dato la propria intelligenza e la vita per degli ideali si è ricordati per una frase banale (“I have a dream“)
Citata a sproposito da chiunque, per una canzone (“In the name of love” degli U2) che ha reso più popolare chi l’ha cantata che chi ha celebrato o per un premio Nobel per la Pace che, negli ultimi tempi, è stato dato anche a criminali che hanno mostrato un repentino (e a volte temporaneo) pentimento.Invece quel James Earl Ray che, come tanti mediocri con un fucile o ad una pistola ha fatto la storia dell’America, il 4 aprile di 40 anni fa non eliminò solo un visionario predicatore ma il più scomodo dei personaggi del dopoguerra americano: Martin Luther King. Nativo dello stato della Georgia, Martin divenne pastore a Montgomery in Alabama, nella comunità di cui faceva parte Rose Banks, una minuta donna di colore che fu arrestata per essersi rifiutata di non occupare uno dei tanti posti liberi, ma riservati ai bianchi, di un autobus stracarico di neri. Il reverendo King organizzò allora la prima grande azione di boicottaggio non violento negli Stati Uniti chiedendo a tutti i neri (i principali utenti e quindi contribuenti dei servizi di autobus) di andare a piedi a lavoro. Per la prima volta i neri si trovarono uniti: guidati dallo spirito cristiano e non violento del loro pastore misero in ginocchio il segregazionismo dei bianchi. Questi ultimi, di fronte alla protesta, agirono con la violenza di sempre: usarono metodi legali ed illegali, imprigionando o incendiando le case di chi, non avendo più nulla da perdere, si scoprì per la prima volta essere umano.
LA NON VIOLENZA - Ma la lotta non fu facile: la protesta dovette durare incessantemente per ben 13 mesi (e non 4 ore come certi scioperi moderni contro precariato o incidenti sul lavoro) nei quali il comitato guidato da King si prodigò in ogni modo affinché gli scioperanti, persone che guadagnavano appena il necessario per mettere insieme due pasti, potessero comunque recarsi al lavoro: per chi era vecchio o doveva fare troppa strada fu organizzato un efficiente servizio di trasporto alternativo, basato sull’uso di auto private, guidate da volontari neri che venivano ogni giorno osteggiati, combattuti e
financo arrestati dai bianchi. Alla fine la determinazione e i danni economici ebbero la meglio e la prima vera battaglia per l’uguaglianza fu vinta. Martin non si fermò sugli allori: iniziò a sostenere in prima persona e con il suo comitato ogni protesta che nacque nel sud del paese, in quegli stati in cui anche un “democratico” come Kennedy non poteva abbattere leggi palesemente ingiuste per non perdere inesorabilmente le elezioni (come i presunti laici italiani di oggi che temono di perdere voti solo a dire DICO). Così fu in prima linea contro il segregazionismo in bar e ristoranti, contro le discriminazioni nelle iscrizione alle scuole pubbliche, nell’assegnazione degli alloggi pubblici e, più importante di tutti, per un accesso regolare alla registrazione e quindi all’esercizio del diritto di voto (che formalmente era garantito a tutti ma di fatto era impossibile ai neri per una serie di cavilli segregazionisti). La sua fama crebbe in tutti gli Stati Uniti tanto da meritare il premio Nobel per la pace del 1964 e avere colloqui diretti con più di un Presidente. Questo però non gli evitò né gli attentati (fu accoltellato ad Harem, gli fu bruciata la casa) né gli arresti (non solo per le manifestazioni non autorizzate ma anche con pretesti come inesistenti eccessi di velocità). Ogni volta, nonostante i rischi, si presentava nelle situazioni più calde portando avanti una protesta che ad ogni costo doveva essere non violenta.
IL RISVEGLIO - E’ qui il cuore dell’esperienza di Martin Luther King: la sua integrità religiosa, che traeva inspirazione più da Gesù Cristo (che vedeva come il primo grande rivoluzionario che avesse lottato per l’uguaglianza di ogni uomo e la sua Chiesa come il movimento che questa giustizia doveva garantire in terra) che dall’esempio del Mahatma Gandhi (di cui conobbe l’esperienza solo dopo le prime proteste), lo portava a credere che l’amore potesse contagiare tutte le menti sulla strada della giustizia. Ma affianco a questa ideologia c’era anche una mente pratica che curava le proteste nei dettagli (fintanto nel numero di volontari necessari a sovraccaricare le carceri in
modo da continuare le proteste dopo ogni ondata di arresti), che puntava a delle battaglie che potessero unire tutti i neri ogni volta verso un obiettivo chiaro, semplice, uno per volta ma inquadrato in un disegno di liberazione e giustizia per un intero popolo. Così la religione della non violenza mirava soprattutto ai bianchi, specialmente a quelli che pur non nutrendo un particolare odio razziale, si adagiavano nella ignoranza delle vere conseguenze delle ingiuste leggi segregazionisti. L’immagine di un popolo orgoglioso e deciso, gioioso e organizzato, che chiedeva, in maniera perseverante e tranquilla, il rispetto dei diritti di ogni essere umano, contrastava con le forze di polizie che li picchiavano e li arrestavano, con i cappucci bianchi che bruciavano le loro chiese senza preoccuparsi di uccidere, come accadde in Georgia, 4 piccole bimbe. Di fronte a questo contrasto fu più facile unire i bianchi che non i neri, più facile guadagnare il consenso di tanti che finalmente si svegliavano dal torpore delle loro coscienze che tenere a bada la pur giusta rabbia di chi era vittima di tanta ingiustizia.
UNA NUOVA STAGIONE - Le più grandi vittorie dei neri avvennero proprio in quelle proteste pacifiche mentre si diffondevano altre formazioni (come le Pantere Nere di Malcom X) che con la violenza non potevano avere alcun consenso tra quei bianchi che oltre a detenere gran parte del potere erano (e lo sono ancora) la razza più popolosa degli Stati Uniti. La morte del reverendo ruppe gli ultimi argini di una svolta violenta della lotta ma il suo esempio, pur dimenticato nella chimera di un sogno sgualcito, ha formato una nuova generazione di bianchi e di neri: dopo quarant’anni si ritrovano insieme a tifare per un loro rappresentante che, dietro la pelle scura, elettrizza una America che vuole provare a tornare grande ed avere finalmente una coscienza pulita.
























dai, la sviolinata finale obamanica che cazzo c’entra?
oggi e’ un giorni di tutti… non strumentalizziamo!
altrimenti un bel post!
I HAVE A DREAM
non è una frase banale
è la presa di coscienza della nostra spiritualità
del nostro essere uomini, non dei e come tali desiderosi di qualcosa che non abbiamo ancora, ma che desideriamo e per cui combatteremo
è il mezzo con cui coloro che stanno dall’ altra parte, di fronte a noi ci fanno capire di essere anche loro simili a noi, con le stesse speranze, gli stessi sogni, le stesse debolezze che solo l’ unione tramuterà in forza determinata
[...] Mondo ma anche il grande ritornato dei blog a più mani, l’Huffington Post de’ noantri: Giornalettismo, da ieri di nuovo regolarmente aggiornato con post che in realtà sono [...]
@e. c’entra, c’entra perchè il successo di Obama si spiega anche nell’orgoglio degli americani, un orgoglio un po’ infantile magari, ma spontaneo. Questo orgoglio di una grande nazione, questa coscienza era quella che veniva risvegliata da MLK, che nobilitava una razza per loro inferiore. Ecco io penso che Obama richiami lo stesso spirito non che combatta le stesse battaglie con gli stessi ideali (ribadisco cristiani nella migliore accezione)
@juppes
Io intendevo che la frase era banale non quello che c’era dietro (compreso la presa di coscienza di un popolo a cui fai riferimento) e che purtroppo di quell’insegnamento, nella memoria collettiva, è rimasto ben poco. Tanto lo dimostra il fatto che su Repubblica l’articolo è stato citato perchè uno dei pochissimi che sulla rete si era ricordato…
L’articolo è molto buono, ma contiene alcune inesattezze. La donna che diede il via al boicottaggio dei bus di Montgomery fu Rosa Parks, non Rose Banks. Si discute ancora se il suo gesto rivoluzionario sia stato accidentale o intenzionale, ma comunque fu la scintilla che lanciò il Movimento per i Diritti Civili sulla scena politica americana.King non fu il principale organizzatore del boicottaggio, ma lo sostenne con la forza del suo carisma e la rispettabilità del suo ministero pastorale. I media si accorsero di ciò e lo trasformarono in una star, facendolo diventare la figura centrale del Movimento. Ma quest’ultimo fu il risultato dello sforzo di tante persone comuni, bianche e nere, che osarono sfidare la brutalità del sistema segregazionista. Senza di loro, King non avrebbe potuto raggiungere gli importanti traguardi degli anni ‘60, incluso il riconoscimento definitivo del diritto di voto ai neri.
La migliore sintesi storica del Movimento per i Diritti Civili è purtroppo solo in Inglese: Juan Williams, Eyes on the Prize: America’s Civil Rights Year, 1954-1965, Penguin Books, New York, 1987.
E’ un peccato che non sia mai stato tradotto in Italiano, perchè potrebbe raccontare cose utili e interessanti anche a noi abitanti del Belpaese.
@ simone: grazie del commento e delle correzioni!
Acc…chiedo scusa per l’errore sul nome della dolce donzella ritratta anche in foto.
Per quanto riguarda l’origine della protesta nell’articolo si capisce che lui era solo il pastore di Montgomery ma non fu in nessun caso l’orginatore di quel primo gesto di ribellione. Vero è che lui poi fu tra gli organizzatori del boicottaggio e del movimento che lo tenne in piedi.
Vorrei anche io però suggerire un libro bellissimo che racconta la storia di MLK ed è la sua autobiografia, curata da Clayborne Carson che racconta la sua vita attraverso una collezione dei suoi scritti. E’ uno dei libri che fanno capire cosa significa lottare per un ideale e come oggi, purtroppo, non siamo più capaci di farlo
bel pezzo….
un’inesattezza però: malcolm x non fu il fondatore delle pantere nere!
@francesco
Sono d’accordo, infatti non l’ho detto