Interni

C’è «chi grida al regime che non c’è»

2 dicembre 2008

È paradossale che un regime consenta agli oppositori di chiamarlo «regime»? Io credo che non sia affatto paradossale. Se gli oppositori sono innocui, può perfino tornare utile: quale miglior prova che il regime non sia affatto tale?

In questo modo, peraltro, l’innocuità degli oppositori si accentua, perché la loro denuncia diventa – appunto – paradossale, e gli oppositori stessi diventano un paradosso, almeno per chi non vuole o non sa vedere che il regime c’è. Già da qualche tempo, stati e governi che nella sostanza sono antidemocratici e autoritari hanno la premura di darsi una maschera passabilmente decente per chi non voglia o non sappia vedere dietro. Nell’accezione del termine che qui è presa in considerazione, «regime» sta per «stato o governo autoritario» (Devoto-Oli): se un regime ritiene necessario celare la sua natura autoritaria (o se un cinico calcolo lo induce a ritenere che non sia indispensabile mostrarla), non può tornargli utile consentire ciò che, poi, potrà mostrare come paradosso? Ecco perché io penso che il miglior alleato del regime – consapevole o no – sia proprio chi consideri paradossale che un regime consenta agli oppositori di chiamarlo «regime»: in questo modo egli si fa complice della sua natura autoritaria, ne diventa in qualche modo uno strumento.

LA MASCHERA DEL POPULISMO – Ma forse si può dire anche in un altro modo: chi confonde la maschera di un regime con la sua vera faccia – consapevolmente o no – lo rafforza e in qualche modo lo legittima. Può porsi un’obiezione, mi rendo conto. Prendiamola da un articolo dal titolo assai significativo – «C’è chi grida al regime che non c’è» – apparso su Il Mattino di venerdì 28 novembre, a firma di Massimo Adinolfi: “Non vi sono molti esempi storici di regimi non democratici di cui si possa discutere pubblicamente il carattere non democratico“. È un’obiezione forte solo sul piano meramente teorico, perché la storia della seconda metà del Novecento si è incaricata di mostrarci che le oligarchie a capo di stati e di governi autoritari sono capaci di darsi maschere dai tratti democratici, e di non aver sempre bisogno di rendere innocui gli oppositori eliminandoli fisicamente. Può bastare avere in mano gli strumenti per emarginarli, e nulla emargina di più che essere additato come paradosso vivente. “Non vi sono molti esempi storici, ecc.” (e però non mancano), perché il populismo ha storia recente. È proprio il populismo che consente a un regime di non preoccuparsi troppo del fatto che qualcuno lo definisca «regime», perché il populismo è la maschera dai tratti più democratici che uno stato o un governo autoritario ed antidemocratico possa indossare. Il populismo – scrivono Duncan McDonnell e Daniele Albertazzi (“Twenty-First Century Populism“) – ha il fine di reclutare il massimo consenso del «popolo» (“concepito come virtuoso e omogeneo“, e del quale il regime si arroga la prerogativa di un mandato altera il senso di ciò che in democrazia si chiama «sovranità»). Il populismo rende innocui i suoi oppositori dipingendoli come “nemici che attentano ai diritti, ai valori, ai beni, all’identità e alla possibilità di esprimersi del popolo sovrano“.

13 commenti a C’è «chi grida al regime che non c’è»

  1. ADIPOLPO ADIPOLPI

    de adipolpi ne son tanti, son milioni de milioni…quello intellighente ne è solo uno….sono io naturalmente, sono er capo delli jovani, del blogghe songo el Re, del partito a trappoco er segretario

    complimenti a Malvino

  2. AG

    Analisi condivisibilissima.

    Inoltre la garanzia di un sistema democratica è una informazione libera e critica, non il largo consenso passivo. Quello c’era anche negli anni 20 e ci si dimentica che l’abolizione delle elezioni non fu il fatto iniziale da cui partì la dittatura, ma quello finale in quanto le elezioni, in presenza appunto del largo consenso passivo a favore del fascismo, erano diventate semplicemente inutili.

  3. E come no? Per riassumere diciamo che a noi in Italia manca proprio la “democrazia compiuta”, il Regno dei Cieli delle beghine dell’escatologia laico-repubblicana.

  4. Pignolo

    Ottimo. Una lunga, colta, arzigololata sequela di sofismi per dire che sì, c’è un regime. Ma la chicca è quella sui giornali: “C’è bisogno di chiuderli? Non li si può avviare al fallimento, visto che nessun giornale può mantenersi in vita con le sole entrate delle vendite?”, Con tanto di pagina di “denuncia” del Manifesto (che si sposa benissimo col pezzo, peraltro). Fantastico che un sedicente liberale ritenga che se un prodotto, un qualunque prodotto, non può stare sul mercato, abbia il sacrosanto diritto di essere sostenuto dal denaro pubblico. Così, quando il governo butta al cesso i soldi della gente per la nuova Alitalia, gli si dà addosso: denuncia stavolta davvero sacrosanta. Ma se taglia – speriamo, ma non ne sono cosi sicuro . i fondi al Manifesto o a Liberazione (o al tanto, e non a torto, odiato Foglio) ecco la prva del regime: vuole zittire le voci scomode. Casta’, hai voglia a ghirigori dialettici e di forma: questa è scuola Micromega, Travaglio, Unità ecc… Forse giusto un po’ più raffinata.

  5. AG

    Per essere davvero Pignoli in Italia si tollera una posizione oligopolistica del mercato pubblicitario lasciando all’editoria le briciole della mensa delle ricche TV.
    Se questo è mercato caro il mio liberale alle vongole…

  6. Pignolo

    E questo che c’entra col “diritto” ai fondi pubblici per la stampa, che tra l’altro- ti ricordo – esistono da ben prima dell’oligopolio televisivo? In Italia il mercato non esiste da nessuna parte: solo che un conto è dire automaticamte sì alla (ventilata) sparizione di una delle tante discrasie. Un altro giustificare la propria opposizione col benaltrismo che, come si è detto, in questo settore può pescare su un bacino immenso di esempi. Sarò pure un liberale alle vongole, ma mi apre di vedere intorno solo cozze di Porto marghera…

  7. AG

    Benissimo, visto che anche me piace essere Pignolo iniziamo a liberalizzare il mercato delle televisioni, che mi pare un problema un filino più grosso dei contributi all’editoria.
    Poi, tolte di mezzo le posizione di rendita, avanti coi più bravi a vendere e vendersi senza aiuti e aiutini di stato e Iva agevolate.
    In caso contrario sentir il Pdl parlare di mercato è come il bue che dà del cornuto all’asino.

  8. Pignolo

    Fai finta di non capire, vedo: io non sono il Pdl. Ma togliere i contributi all’editoria è giusto, fine (per chi si definisce liberale). Tra l’altro, hai citato l’oligopolio tv, glissando sul fatto che i contributi all’editoria esistono da prima, e però secondo te andrebbero eliminati dopo…

  9. Pignolo

    Mi sono scordat, ci vuole un addendum: il discorso “sentire il Pdl…” non è pignolo, è pretestuoso. O una cosa è giusta, o non lo è. Quando Bersani voleva ampliare l’offerta di taxi io ho detto: è giusto, bravo Bersani. Non è che mi sono messo a fare quello che fai tu, per puro ancorché inutile puntiglio: eh ma le coop? Lo faceva il Pdl, io no.

  10. “Arzigogolata sequela di sofismi”? Un pignolo la smonterebbe, un cretino si limita a definirla tale.

  11. Pignolo

    Quelli sono, Malvi’. Un cretino magari non lo smonta. Un borioso idiota, invece, se non può cancellare i commenti, insulta.

  12. Calvin

    La tesi è che la possibilità di denunciare l’esistenza di un regime non è condizione sufficiente per negare che vi sia un regime, no? Fair enough, del resto nemmeno che un oggetto cada per terra dimostra l’esistenza della gravità. Magari non era nell’obiettivo dello scritto, ma visto che devo rientrare in Italia per le vacanze volevo capire se il regime in Italia c’è o no (devo rifare i documenti, non per altro).

  13. arsub

    Mi limito a constatare che l’allarme sul rischio regime prolifera in misura direttamente proporzionale al grado di sfacelo che regna a sinistra (tutta la sinistra). Siamo messi male, molto male.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>