Il mercato dell’auto: tanto si spese in più che si arrivò al tracollo

02/07/2008 - L’ondata degli incentivi statali è finita e si sente: il business delle auto scende in picchiata, e nessun “santo subito”, questa volta, ha una soluzione a portata di mano CHE ACCADE - Tutti i giornali di oggi descrivono con toni

     
 

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L’ondata degli incentivi statali è finita e si sente: il business delle auto scende in picchiata, e nessun “santo subito”, questa volta, ha una soluzione a portata di mano

CHE ACCADE - Tutti i giornali di oggi descrivono con toni apocalittici il tracollo del mercato automobilistico. Il calo di vendite del mese di Giugno rispetto allo stesso mese dell’anno scorso ha confermato ulteriormente il momento di crisi che vive il paese spaventando perfino il signor “santo subito” Marchionne (che ne ha approfittato per chiedere il ritorno alla amata cassa integrazione) e con lui i risparmiatori che hanno penalizzato oltremisura il titolo FIAT in borsa
Ma il fenomeno è un po’ diverso da come è descritto (cioè come conseguenza dell’onda lunga dello scandalo dei subprime e del conseguente effetto a catena sull’industria automobilistica italiana) perché due altri fattori sono responsabili del calo di vendite: la fine degli incentivi statali e l’aumento delle richieste degli italiani. Per analizzare il primo fattore è sufficiente andare a vedere i dati di vendita degli ultimi anni. Se il trend ribassista  dei primi 6 mesi pari all’11% si confermasse si avrebbe un volume complessivo pari a circa 2.230.00 auto, lo stesso livello del 2005 (anno prima dell’ultima ondata di incentivi). Quindi il mercato, pompato dagli incentivi statali sta semplicemente ritornando a livelli fisiologici normali (senza nemmeno recuperare più di tanto l’eccesso di spesa del 2006-2007).

Ma l’elemento più interessante è valutare quanto hanno speso gli italiani per l’auto: se infatti l’inflazione non si è distaccata particolarmente dai valori medi ISTAT è cambiata la scelta di auto che gli italiani hanno fatto. La tabella mostra il valor medio del costo delle auto maggiormente acquistate: è evidente una crescita, negli ultimi 10 anni pari almeno al doppio dell’inflazione legata al fatto che gli italiani si sono orientati verso modelli più accessoriati e più grandi.
Ma anche questo trend, che in questo come in tanti campi è il maggior responsabile della differenza tra inflazione registrata dall’ISTAT e quella percepita dalla popolazione, non può continuare all’infinito in un regime di crescita di salari molto limitata.

     
 

15 Commenti

  1. Libertyfirst scrive:

    liberoliberista:

    “una inflazione controllata (per quello che si può), accompagnata ad aumenti salariali proporzionati e ad una politica di sostegno alle famiglie indebitate mediante ad esempio tassi fissi sarebbe a mio avviso da preferire”

    Mi sembra una politica basata sull’idea che i prezzi siano numeri casuali senza alcun significato economico, e che fissare i prezzi quindi non abbia alcuna conseguenza economica. Controllare l’inflazione significa stampare meno moneta, questo farà aumentare i tassi di interesse, ridurrà gli investimenti, aumenterà il peso del debito per aziende e privati, farà ridurre l’occupazione e i salari. Se contemporaneamente si vuole tenere alti i salari e provocare una recessione, come desumo da quanto scrivi, la conseguenza sarebbe far aumentare la disoccupazione oltre il necessario. Roosevelt riuscì a tenerla al 20% per un decennio, così.

    “ricordiamo che l’ inflazione è un ottimo strumento di pagamento dei debiti”

    Non scherziamo. Moralmente è una truffa, ed economicamente è una delle cose più pericolose per un’economia nel lungo termine.

    “oltre che linfa vitale per il sostegno della domanda”

    Le idee di Keynes non moriranno mai, bisognerà seppellirle vive. :-)

    “certo per i nuovi indebitamenti non varrebbe la politica di limitazione dei tassi”

    Aggiungo che adottare criteri di breve termine (modifiche contrattuali, inflazione monetaria) per affrontare problemi strutturali è una politica suicida. E nel lungo peggiorerà le cose. Se consentiamo allo stato di riscrivere i contratti tra privati ex nihilo per compensare i precedenti errori di policy, nel lungo termine non c’è più certezza del diritto, niente rule of law, ergo meno investimenti e risparmi e meno crescita e salari.

  2. LIBERO LIBERISTA scrive:

    parlavo di sostegno alle imprese ed ai privati già indebitati, ma mi rendo conto che più si interviene forzando le regole del mercato, più si trascina il problema a lungo nel termine…..

    la realtà però non potrà mai essere virtuosa (e siamo alle solite) nelle presunte democrazie in cui il consenso viene manifestato ad intervalli spesso annuali o biennali)

    le forze politiche che devono prendere decisioni economiche non possono affidarsi alla logica di lungo termine per non scomparire dalle scena politica

    si adottano per forza scelte di compromesso si cerca di dare se non la sostanza, almeno l’ illusione (che pure aiuta l’ economia) e così si va avanti sperando nella Provvidenza

    perciò io dico che ad intervalli regolari di 15-20 anni è necessaria una bella dittatura che metta le cose al loro posto….cioè…sul collo….non dovendo un dittatore temere i risultati di libere elezioni e potendo guardare ad obiettivi di lungo termine…….

  3. Secondo me, con la crescita “materiale” nell’odierna mondializzazione, particolarmente nell’emisfero occidentale, abbiamo raggiunto il massimo livello di sostenibilità naturale e oltre non è + possibile crescere.
    Proprio in questi giorni sto leggendo l’ottimo «Breve trattato sulla decrescita serena» (ordinato all’URL http://www.ibs.it/ser/serpge.asp), dell’ottimo economista francese Serge Latouche, secondo il quale, alla “decrescita serena”, per alternativa v’è solo la morte.
    Sottoscrivo questo Suo drastico pensiero.
    È un volumetto di appena 124 pagine + ben 12 pagine di una ricchissima bibliografia, e sta a significare, che questo insigne economista, non è poi tanto peregrino “Bastian contrario”.
    È giunto il tempo che tutti gli arrivati “materialmente”, anziché rammaricarsi di non poter crescere ulteriormente, oppure annoiarsi della situazione di stasi in cui si trovano, comincino a preoccuparsi di cominciare a crescere anche “spiritualmente”, dove si è trasceso ai minimi livelli mai raggiunti dal consesso umano.
    Ma come crescere spiritualmente?
    Bando alle ciance, filosofiche, religiose, comiche o satiriche.
    Si crescerà semplicemente approfondendo e diffondendo la conoscenza della mia persona sul Web, che potrà rendere non più utopiche ma praticabili le sagge teorie economiche innovative del citato economista francese Latouche.
    Ma chi sono io? Sono un inedito umilissimo “ateo cristiano” che, in quanto a spiritualità, ho superato il massimo umanamente possibile (dall’inizio del 1990 ad oggi, 18 anni). Una vetta vertiginosissima, che però vivo con la massima stupefacente disinvoltura.
    Grazie alla “follia”, beninteso: quella di erasmiana memoria. (Per saperne di più, cfr. http://inenascio.splinder.com).

  4. neo scrive:

    B ha scritto:

    “Il problema è che chi ha deciso di farsi una famiglia adesso che cosa va a raccontare ai propri figli… non si va in vacanza perchè non ci sono i soldi, non si va più a mangiare fuori neanche una pizza ogni tanto, non puoi comprare extra ai tuoi figli e fra un pò neanche l’occorrente, per fortuna che i miei sono ancora piccoli, ma quando cresceranno e aumenteranno le esigenze, come faremo???”

    Tranquillo, sopravviverai.

    Io sono 20 che vivo cosi’.

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