di Vincenzo Ricchiuti
postato alle 10:47 del 28 Giugno 2008 in InterniTorna alla home

Arriva “una brutta corrente”, dice la segretaria di Andreotti nel film “Il Divo”. Eccola spiegata per filo e per segno in tutti i suoi maggiori esponenti, da Pomicino a Ciarrapico. Senza dimenticare Salvo Lima.

“Quelli (ndr la sinistra) vogliono le stesse cose che volemo noi. Ma loro so’ poeti, prima ce devono piagne un po’ sopra” - V.Sbardella

Nel film sulla vita, romantica e spericolata, di Giulio Andreotti, “Il Divo”, c’è la sua sempiterna segretaria da autobus che ad  un certo punto affacciata alla finestra, guardando fuori, fa. Eccola, sta arrivando. La canzone popolare? No. Una brutta corrente. Era appunto la temibile, la impressionante, la magniFica, la teribile corrente degli andreottiani d’inizio anni ‘90. Capirete che per uno come me, vent’anni, già un precoce fallito, imbottito di Rep da mane a sera (e su Rep mica scherzavano o facevano i liberal come mo’, l’odio per Craxi e la mitologia dell’andreottismo erano roba seria, erano primo, secondo e ammazzacaffè), una batteria di brutta gente, di masnadieri, di farabutti anche pittoreschi, di birbaccioni che avrei dovuto se non odiare (quello era per Craxi) ma riderci e schifare, come quella era una tempesta ormonale peggio della Fenech di quando di anni ne avevo 16 e me ne innamorai (niente sesso, solo amore).

LE FESTE DI POMICINO - Pomicino, Lima, Ciarrapico, Evangelisti e Sbardella. (A dir il vero ne faceva parte, ed una gran buona parte, anche il magistrato Vitalone e con onore, ma se quei cinque eran la schiuma, sua eccellenza Vitalone, di quel mare, era gli abissi, di quel governo, i servizi segreti. Non portava un milione di voti, risolveva un milione di guai). Torniamo alla Quinta avanti le quinte. Pomicino non mi diceva niente neanche allora: faceva le feste nelle ville all’Appia, si circondava molto spesso di hostess anticipando le Carfagna moderne (solo che lui se le prendeva di due metri); il fatto che parlasse napoletano ed avesse quattro bypass me lo ammorbidiva troppo rendendomelo quasi un simpatico; sapevo che non era tipo che scherzasse, avevo letto O’Ministro e in più sapevo chi aveva umiliato a Napoli, cioè Don Antonio Gava. Aveva la basetta lupina e portava forse il riporto. Gran puttaniere e viveur, fratello di (dicon) un grand’artista (ma Paolino sapeva recitare pure meglio). In età adulta si riciclò alla fine delle fiere e della giostra in Geronimo, scrivendo bene e chiaro come sempre. Vinti tutti i processi.

EL CIARRA - Evangelisti lo conoscevo poco e bene, tramite Giampaolo Pansa il quale lo sfruttava come souvenir di Sora, trimalcionico e volgare, per vedere dal di dentro la campagna e la Dc. Specie quando poi in spartenza Mondadori alla Rep eran serviti gli andreottiani, gli amici del Fanciullo. So che è morto, non se n’è accorto nessuno. Temo manco Pansa, passato a ben altro status in salotto. Di Ciarrapico detto El Ciarra quello che non si dimentica nei secoli dei secoli è quando tirò fuori il bloc notes, carta e penna, a Mixer da Minoli giovane. E spiegò come aveva spartito la Mondadori tra il Berluska ed il De Benedetti, spazzando fuori d’un sol colpo tutti gli anni ‘80 (ed i suoi yuppies di merda). “Quando m’hanno portato tutte ’ste carte, de previsioni, fatti e ddeche, io ho detto, butta tutto. Entrate e uscite, prego!”. Fantastico. A me resta tutt’ora molto simpatico, e seguo ogni tanto le sue vicissitudini giudiziarie o politiche con un po’ d’affetto e di palpitazione, facendo il tifo per lui. E’ colpa di Ciarrapico se poi molti alla Rep sono rimasti romanisti o convinti che la Roma, nonostante lui che li ha salvati dal Berluska stesse a destra, stia per forza a sinistra. Mai stato democristo. Chiamava Andreotti “il Principale”. M’ha sempre incuriosito come si fosse comprato Fiuggi e facendo i soldi con le zinne e i culi. Meraviglia delle meraviglie.

LIMA E PANNELLA - Salvo Lima non lo conoscevo. Voglio dire, come pensiero, di dichiarazioni. Lui non parlava mai. Ricordo quando morì, ero in facoltà. Si disse, è la fine del mondo. Non so, non si sa e non lo sa nessuno, nemmeno se i colpevoli li hanno trovati. Dopo che fu attinto, capa blanca con capello cotonato enorme e candido in un grumo di sangue e materiale del cervello (tanto che io dissi, ora Falcone e Borsellino ricostruiscono cellula per cellula i pensieri del Dottor Lima), Pannella disse e comiziò, non una prova, non uno che gli desse del mafioso che abbia mai provato questo. Fu ripreso da tutti i telegionali, specie il Tg1. Litigò con Adele Faccio per questo, dal vivo, in diretta tv, in un comizio, Marco. Sino a farla piangere.

LO SQUALO - Altra meravigliosa creatura, la più meravigliosa di tutte, lo Squalo detto Vittorio Sbardella. Nel film, lo stesso attore del Teribile. Ecco. Pomicino insomma, Evangelì che te serve, il Ciarra giusto per ancora ancora, Lima morto. Ma Sbardella proprio no. Se c’era un limite alla tolleranza democratica, al teso arco costituzionale, all’amicizia con gli amici ed al saluto della gente, questo era lui. Il parlar bene di lui. Eppure. Napoletano? No. Mafioso in Ciociarìa manco per sogno. Fascio come il premio Gorbaciov? Lo era stato, mazziere, poi autista col senatore Marchio (o Mazzo, non ricordo). Poi era stato una sera ad ubriacarsi (e questo quando la riascoltavo c’era da piangere e commuoversi). A impasticcarsi, bere di brutto. E di tutto. Uno Sbardella di mezza età, ex fascio poi rinnegato e passato democristo, forse ancora giovane. Che da morto di fame senza una lira e soggetto al bisogno, drogatissimo come un James Dean, va sotto casa del suo senatore. E spacca tutto. Minaccia tutti. Fracassa tutto. Forse vuole morire. Di sicuro, licenziato, poi vivrà bene e di molto, molto, meglio.

IL SOGNO DEL GOVERNISSIMO - Era così, Vittorio. Il più a sinistra di tutti, il più a sinistra del bigoncio. Lui e la curtura con il Sabato di Paolo Liguori, che per far lezioni di garantismo ai pischelli come me allegava in tirature varie Kafka. Fatto così, che col suo linguaggio involuto e al tempo stesso Rugantino parlava di partiti proprio quando i partiti li stavano tirando con il cappio in Parlamento. Di partiti del popolo, i tre gran partiti popolari, lui li appellava à la sovietiko, Dc-Psi-Pds, che avrebbero dovuto unirsi per fare il governissimo in nome della gente, tutta la gente di questo nostro popolo italiano. E senza delegare conto terzi a tecnici, centri studi, Aspen, massonerie cafarde o segrete, serie o allegre, banche, banchieri e caci di Cavallo. Quei gran partiti che insieme facevan el pueblo unido, tirati giù da banche, magistrati e giornalai al servizio degli Amerikani. Lui che Lima l’avevano ammazzato in alto loco e ad alto bordo per evitare che insieme facesser ad alzo zero “la scissione de li voti” da chi faceva solo voti. Insomma, Vittorio era un democratiko inguardabile ed intoccabile. Lui voleva soltanto continuare a far votare. Nella leggerissima Repubblica seconda, lui era primo, non sarebbe mai entrato nella televisione. E’ andato via, di peso, (lasciandoci qui ad Aspen) per continuare a pesare. Dove ancora si poteva.

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