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Le leggi anti-blog sono bipartisan?

BANNER = IMPRESA? – L’articolo 8 si rivolge direttamente a internet: al primo comma si ricorda che l’iscrizione al ROC comporta l’applicazione delle leggi sulla stampa, mentre al secondo, individua il “responsabile della pubblicazione”, ovvero colui che ne autorizza la pubblicazione. Più controverso è il terzo comma dell’art. 8, che esclude dall’obbligo di registrazione tutti i siti “personali o ad uso collettivo” che non costituiscono “organizzazione imprenditoriale del lavoro”. Ora, su questo concetto di “organizzazione imprenditoriale del lavoro” si stanno scatenando le interpretazioni e le discussioni giuridiche e riteniamo che sarà il fulcro centrale sul quale andrà giocata anche questa partita della nostra povera democrazia, in difesa dell’art. 21 della nostra Costituzione che difende la libertà di opinione e di manifestazione del pensiero (oltre che la libertà di stampa, al comma 2). Ci si chiede, infatti: se un blog che ha un banner pubblicitario diventa assimilabile ad un’impresa? Se così fosse, questi blogger per l’Agenzia delle Entrate dovrebbero iscriversi al ROC e, qualora non lo facessero, diventerebbero “stampa clandestina” assoggettabile alle norme che reprimono i reati di stampa.

TROPPO ALLARMISMO – Antonio Di Pietro sul suo blog ha definito il disegno di legge “pura censura” ed ha già promesso battaglia parlamentare e assistenza legale ai blogger che verranno perseguiti per tali violazioni. Luca Spinelli, sulla rivista “Punto Informatico”, lo ha definito il “DdL anti-blog”. Secondo Spinelli, il blog di Beppe Grillo (e come lui altre centinaia di ignari blogger), avendo una redazione, dei banner pubblicitari e vendendo prodotti, svolgerebbe attività di impresa, avrebbe quindi l’obbligo di iscriversi al ROC e sarebbe soggetto alle varie pene previste per i reati a mezzo stampa. L’apposizione di banner sarebbe, infatti, secondo questa interpretazione, un’attività pubblicitaria continuativa che genera lucro ed introiti e quindi configurerebbe un’impresa. Un altro giurista, Daniele Minotti, sul suo blog, invece, fa un’analisi interpretativa piuttosto diversa da quella di Spinelli. Minotti ritiene che se un blogger non ha un’organizzazione imprenditoriale (come succede nella stragrande maggioranza dei casi) non sarebbe tenuto all’iscrizione al ROC (che sarebbe sostitutiva della registrazione della testata presso il Tribunale, prevista dall’art. 5 della legge 8 febbraio 1948, n. 47). In questo caso, quindi, il blogger non solo non deve iscriversi al ROC, ma sarebbe esentato anche dal registrarsi in Tribunale (anche se il ddl Levi non chiarisce se tale registrazione scomparirà del tutto o meno e quindi mancherebbe un coordinamento tra le due leggi). Viene fatto l’esempio del proprietario di un edificio che consente (a pagamento) l’affissione di un cartellone pubblicitario sulla facciata. Secondo Minotti, in questo caso, non si può parlare di un imprenditore. E noi condividiamo questa tesi di Minotti non allarmista. I blogger che hanno banner (peraltro talvolta messi dai proprietari delle piattaforme che sono gli unici a beneficiare degli introiti) non traggono nemmeno profitto dalle pubblicità esposte sul proprio blog e quindi non possono essere considerati degli imprenditori perché non “organizzano” proprio nulla, tanto meno lo fanno “per professione”, visto che l’attività lavorativa che svolgono è altra sia fuori che dentro il blog.

CONFUSIONE – La discussione, insomma, verte soprattutto sul concetto di impresa. L’art. 2082 del nostro Codice civile non definisce l’impresa ma “l’imprenditore” (“chi esercita professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni e servizi”). L’azienda, invece, viene definita dall’art. 2555 c.c. come “il complesso di beni organizzati dall’imprenditore per l’esercizio dell’impresa”. Insomma, l’attività economica dovrebbe essere diretta: 1) allo scambio di beni e servizi; 2) esercitata professionalmente; 3) organizzata. In conclusione, un blog non sembrerebbe avere – a nostro avviso – queste caratteristiche. Spinelli, infine, replica a Minotti sostenendo che, secondo l’Agenzia delle Entrate, il blog, quando genera introiti, sarebbe frutto di un’organizzazione imprenditoriale del lavoro. Vero è che, quando una legge non è chiara, genera sempre dubbi interpretativi che diventano pericolosi quando non si riesce a distinguere tra un prodotto editoriale cartaceo ed un altro on line come un blog. Se ognuno è già responsabile di quello che dice che bisogno c’è di fare una legge che regola e duplica norme penali già esistenti? Il peggio è che se a reprimere e tappare le bocche fosse un regime fascista non ci stupiremmo, ma se a farlo è un deputato del Partito Democratico diventa anche imbarazzante. E “mentre andiamo in stampa” (come si dice), sul sito del Partito Democratico, appare questa nota di Riki Levi. Ci avrà letti nel pensiero?

Foto #3 di 4v4lon42 e #4 di lorenzodamelio.

5 commenti a Le leggi anti-blog sono bipartisan?

  1. Gateo

    Bipartisan una cippa, direi, vista la collocazione di Levi.
    Se poi ci aggiungiamo che anche il caso Ruta e’ diretta conseguenza di un provvedimento della sinistra del 2001, direi che gli antiblog stan tutti da quella parte la’.

  2. Gateo, hai ragione, però, Levi almeno si è accorto che stava prendendo una cantonata ed ha avuto il coraggio di tirare il freno a mano e fare dietrofront. ;)

  3. I legislatori dovrebbero tener conto che nella maggior parte dei caso il Blog altro non è che un sito personale, una pagina di diario dove si scrive qualcosa che si vuol condividere…

    http://www.francescogreco.splinder.com

  4. Francesco, sì, i legislatori e anche i giudici…:(

  5. Ricordiamoci che l’amico Riccardo Levi era proprio convinto a mettere dei controlli ai blog. Ed era il portavoce del governo Prodi.

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