postato alle 11:39 del 26 novembre 2008 in CulturaTorna alla home

Molti si immaginano la vita di un cattolico, tanto più se conservatore, come un’ordinaria giornata al pascolo: noiosetta, un po’ oleografica e in fin dei conti governata da un che di bovino. Può darsi che in alcuni casi sia così, ma almeno a titolo personale e per questa settimana mi sento di eccepire.

IL PRIMO GIORNO – La storia comincia, come prevedibile, di lunedì. Per una felice combinazione di mobilità in eccesso e ordine mentale in difetto, mi trovo a Fiumicino senza niente da leggere. A dimostrazione che davvero lo spirito soffia dove vuole, la Feltrinelli aeroportuale mi offre in bella mostra “Conversazioni notturne a Gerusalemme”, un saggio in forma d’intervista che raccoglie le riflessioni del Cardinale Martini sul rapporto tra giovani e Chiesa. Bah, penso tra me e me, sarà il solito brodino progressista, pieno di buoni sentimenti e poco concludente. Dio pazientemente mi risparmia e procedo all’acquisto, ma già che ci sono prendo anche l’ultimo Camilleri: un comunista eversivo o due non fa differenza. In volo, per gusto dell’assurdo, dormo.

IL SECONDO GIORNO – Il martedì partecipo a un funerale ebraico, che marca l’estinzione del ramo sefardita della famiglia. Tra i parenti a pranzo emergono quattro fazioni: gli intransigenti cristiani che avrebbero preferito non assistere a quello “strano rituale”; chi è indeciso tra il ritorno alla Torah e la fuga in avanti buddhista; chi si scambia impressioni sulle differenze di abitudini; chi sta zitto, ovvero solo io. Forse complice il Traminer, mi si palesa per l’ennesima volta un problema fondante del cristianesimo (ma presente già nell’ebraismo: tiè). Qual è il giusto equilibrio tra carità, che nel Vecchio Testamento è ancora misericordia, e giustizia? In altre parole: se un familiare dice sciocchezze di segno lefevbriano e un altro di segno sincretista, qual è l’azione moralmente corretta per gli uomini di buona volontà? I manuali non hanno dubbi: amare il familiare, odiare le sciocchezze. Facile a dirsi. Dal punto di vista del contingente, la soluzione c’è: gli eccessi della tradizione si combattono con piccoli vantaggi lessicali, quelli del modernismo con piccoli vantaggi concettuali, con l’unica accortezza di farli sembrare ancora più piccoli di quanto non siano. Ma, abbassato il volume dell’oscurantismo e impicciato lo sgambettare della superficialità, mi chiedo se basti. Non si dovrebbe piuttosto avversare appassionatamente il primo, esporre al ludibrio pubblico la seconda, a costo della fatica e dell’angosica? Esiste l’integrità solo quando si è pronti a sopportare forti mal di testa pur di affermarla? Spero di no, altrimenti dovrei ammettere una certa corruzione morale. Temo tuttavia che la speranza sia mal riposta: “Conosco le tue opere, tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, ti vomiterò dalla mia bocca”. (Apocalisse 3: 15-16). Bella fine.

IL TERZO GIORNO – Mercoledì mi ritrovo all’aeroporto di Caselle, senza aver risolto nulla circa il confine tra amore e ignavia. Meglio: il confine tra titubante delicatezza e abietta viltà. Mi riprende il senso di sfinimento mentale e morale che di questi tempi sopraggiunge dopo i primi quindici minuti di veglia, e comincio a chiedermi se c’è ancora birra in frigo. Mi trascino in aereo, chiudo gli occhi, ma resto sveglia: tanto vale provare il libro del cardinale. La prima parte non ha nulla a che vedere con le note schermaglie che affollano quotidiani e settimanali: niente anticoncezionali, niente eutanasia, niente ICI che tanto adesso non paga più nessuno. Tiro un sospiro di sollievo. Si parla, invece, di come accompagnare l’uomo alla scoperta del proprio compito, del proprio destino in Terra. C’è un ottimismo straordinario, guidato dalla persuasione che quest’oggetto – un destino individuale e potenzialmente benevolo – fuor di dubbio esista. Interrogato su cosa lo turbi dei giovani, Martini risponde: “A dire il vero, ciò che mi preoccupa è la mancanza di coraggio”. Lo abbraccerei, ma andando avanti nella lettura mi sembra piuttosto che sia lui ad abbracciare e confortare me, sia quando avevo la forza di fare polemica sulla scorta dei suggerimenti della coscienza sia ora che mi è passata. È una gradita sorpresa. Arrivo a casa, e non ci penso più perché la birra alla fine non c’è e tocca andarla a comprare.

(continua)

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