L’agonia di Fini: perde pezzi, senatori e soldi
16/02/2011 - Con l’abbandono di Giuseppe Menardi, la frazione del Senato è a rischio sopravvivenza. E questo vorrebbe dire meno fondi e meno margine di manovra. Gianfranco Fini sta passando i suoi bravi guai, in questo momento. La sopravvivenza della sua creatura
Con l’abbandono di Giuseppe Menardi, la frazione del Senato è a rischio sopravvivenza. E questo vorrebbe dire meno fondi e meno margine di manovra.
Gianfranco Fini sta passando i suoi bravi guai, in questo momento. La sopravvivenza della sua creatura politica è appesa ad un filo: al Senato, infatti, il gruppo parlamentare
di Futuro e Libertà sembra avere le ore contate. In serata ha ufficializzato le sue dimissioni il senatore Giuseppe Menardi, che “ritorna nell’alveo della maggioranza”. “Per me”, dice, “l’esperienza di Futuro e Libertà si è esaurita”.
TROPPO POCHI – Il problema è che al Senato i senatori finiani erano il minimo indispensabile per formare un gruppo parlamentare autonomo. A Palazzo Madama servono dieci teste, infatti, per potersi dotare di una frazione indipendente dal Gruppo Misto. Parla il Regolamento del Senato.
Ciascun Gruppo dev’essere composto da almeno dieci Senatori. I Senatori che non abbiano dichiarato di voler appartenere ad un Gruppo formano il Gruppo misto.
La fuoriuscita di Menardi oggi infrange questa magia: e le parole sono pietre che attraversano il centro di Roma e finiscono nell’ufficio più alto di Montecitorio. Da
Gianfranco Fini.
‘La mia esperienza all’interno di Futuro e liberta’ al Senato e’ finita. Per me il percorso si e’ concluso domenica, con il nuovo organigramma del partito annunciato a Milano. Io torno nei confini della maggioranza parlamentare’. Lo ha dichairato il senatore Giuseppe Menardi, che conversando con i giornalisi a Palazzo Madama precisa: ‘Formalmente per adesso resto nel gruppo, anche alla luce del disbrigo di affari correnti’ che riguardano la sua qualita’ di segretario amministrativo e, politicamente anche ‘per consentire ai colleghi di fare il loro percorso, voglio consentire a tutti i tempi necessari per ritornare a quella che ritengono la loro collocazione piu’ corretta’.
Tempi logistici, dunque, e poi il gruppo parlamentare al Senato di Futuro e Libertà non esisterà più.
IL SEVERO REGOLAMENTO – Le sue sorti sono appese davvero ad un filo, perchè neanche la clausola di deroga del regolamento di Palazzo Madama rischia di salvare la creatura di Gianfranco Fini.
Il Consiglio di Presidenza può autorizzare la costituzione di Gruppi con meno di dieci iscritti, purchè rappresentino un partito o un movimento organizzato nel Paese che abbia presentato, con il medesimo contrassegno, in almeno quindici regioni, proprie liste di candidati alle elezioni per il Senato ed abbia ottenuto eletti in almeno tre regioni, e purchè ai Gruppi stessi aderiscano almeno cinque Senatori, anche se eletti con diversi contrassegni. Quando i componenti di un Gruppo regolarmente costituito si riducano nel corso della legislatura ad un numero inferiore a dieci, il Gruppo è dichiarato sciolto e i Senatori che ne facevano parte, qualora entro tre giorni dalla dichiarazione di scioglimento non aderiscano ad altri Gruppi, vengono iscritti al Gruppo misto, salva la facoltà del Consiglio di Presidenza prevista dal comma precedente.
Solo che Futuro e Libertà per l’Italia non si è mai presentato alle elezioni, e così non potrà usufruire neanche della clausola di salvaguardia che consentirebbe ad un gruppetto di cinque sparuti senatori di rimanere autonomi.
UFFICI, SEGRETARIE, COTILLONS – Niente. Se non trovano in fretta qualcuno che voglia entrare nell’area finiana, gli uomini di Fli avranno una bella gatta da pelare. Come da regolamento, infatti, confluiranno nell’indistinto gruppo misto di Palazzo Madama. Dove potranno, si, organizzare una sottofrazione. Ma non godranno più delle immense agevolazioni che sono concesse ad un gruppo parlamentare. Prima di tutto, uffici, fondi e segreterie. Era il Giornale, un po’ di tempo fa, a fare un po’ demagogicamente i conti in tasca ai gruppi dei politici.
La bolletta per i gruppi parlamentari, leggasi partiti, resta salata. Dai dati dell’ultimo bilancio della Camera, i gruppi parlamentari quest’anno si succhiano 35 milioni di euro tondi tondi. E al Senato? Uno pensa che siccome quelli di palazzo Madama sono la metà, il conto sarà la metà o giù di lì. Macché: nel 2010 i gruppi del Senato si mangiano 38 milioni di euro. Tre milioni in più dei cugini di Montecitorio. Totale Parlamento: 73 milioni di euro. Altra curiosità: a Palazzo Madama nella scorsa legislatura (2006-2008) c’erano 11 gruppi parlamentari mentre oggi soltanto sei. Eppure la spesa non solo non s’è quasi dimezzata ma è addirittura aumentata.
Nero su bianco tutte le agevolazioni che il Parlamento concede ai suoi gruppi e che, se il gruppo scompare, lo seguono nell’oblio.
Di fatto sono soldi che servono per tenere in piedi uffici, personale di segreteria, uffici stampa, uffici legislativi, rimborsi spese. Insomma, linfa per mantenere il Palazzo e i partiti nel Palazzo.
Il malloppo viene diviso a seconda del peso dei gruppi (più onorevoli uguale più quattrini) ed è in continuo cambiamento, visto il via vai dei parlamentari da un gruppo a un altro. (…) In verità per viaggiare bene nel Palazzo il singolo gruppo necessita di un sacco di benzina: l’ufficio stampa prepara la rassegna quotidiana mirata al partito ma si occupa anche di far pervenire la voce dei parlamentari alle agenzia di stampa. Cioè all’esterno. Spesso è lo stesso ufficio stampa che, previa consultazione dell’onorevole Pinco Pallino, prepara la dichiarazione ufficiale di quest’ultimo, poi girata alle agenzie. E poi c’è l’ufficio legislativo che prepara schede istruttorie di settimana in settimana, evidenziando i provvedimenti che andranno in Aula o in Commissione. Sono gli uomini macchina dei partiti, quelli che lavorano nell’ombra, che scartabellano calendari, commi, disegni di legge e decreti. Segnalano ai parlamentari le leggi da approvare o bocciare, preparano gli emendamenti da presentare, nonché gli atti di sindacato ispettivo quali mozioni parlamentari, interpellanze, interrogazioni. Sono delle vere e proprie balie di partito dei deputati e dei senatori.
Tutte comodità molto utili per gestire il lavoro politico quotidiano che, se Pasquale Viespoli, capogruppo al Senato, travolto in queste ore dal disastro sul voto del Milleproroghe – tre senatori su dieci lo hanno seguito nel no – e personalmente scontento per l’andazzo che sta prendendo il suo partito – si è dimesso, ieri, per polemica con la deriva Bocchinian-Granatiana del movimento, ma i senatori lo hanno reinsediato – non riuscirà a recuperare in qualche modo, condannerà Futuro e Libertà a Palazzo Madama a fare i turni per l’utilizzo delle strutture con i tanti condòmini del gruppo Misto.













CARO GIANFRANCO CHI LA FA L ASPETTI, VEDRAI CHE DOPO LA BUFERA DI SILVIO ,CHE HA DEL SURREALE,ARRIVERA ANCHE QUELLA DELLA TUA CASA DI MONTECARLO CHE NON LO E. AVEVI PROMESSO E NON HAI MANTENUTO, LO AVEVI FATTO COL GOVERNO E CON LE DIMISSIONI, ORAMAI CHI VUOI CHE SI FIDI DI TE, FORSE SOLTANTO TUO COGNATO.HA RAGIONE SGARBI POLITICO INNAMORATO POLITICO TR……..TO.
Repetita iuvant! Fini dietro gli occhiali il nulla! E’ stato l’eterno secondo, secondo ad Almirante, secondo a Berlusconi, secondo a Gaucci!Solo dei mongoloidi potevano puntare le proprie carte su un mediocre fortunato simile. Ha rinnegato tutto e tutti, prima Mussolini, poi il fascismo, poi il MSI, poi AN, poi Berlusconi…poi il cognato al quale aveva regalato l’appartamento di Montecarlo.Ribadisco sono seduto in riva al fiume, in dolce attesa, prestissimo vedrò il suo cadavere passare…chi ha tradito, tradirà aveva ragione, il vecchio Ciarrapico!”Sinistri” (compresa Repubblica) non conoscendolo lo avete preso sul serio, ma non capite che uno come Fini è preferibile avercelo come nemico che come alleato, fa meno danni, illusi!
il bunga bunga dei tullianos è fini to; Gianfranco porta la tua ex di gaucci a raccogliere arance a rosarno e a guadagnarsi il pane come facciamo noi: lavorando!