di Alessandro Bernardini
postato alle 12:08 del 25 giugno 2008 in EsteriTorna alla home

L’esperienza di chi si chiede che senso abbia aiutare un popolo che ha un problema politico così importante. La storia di chi nonostante tutto ha deciso di rimanere in medioriente, di chi ha visto cosa c’è dietro le parole, le immagini, i servizi televisivi. Guardando la realtà senza idealismi.

Roma Ramallah, lunedì 23 giugno 2008 - “Per anni ho cercato di trovare il senso: che senso ha lavorare per portare aiuti umanitari ad un paese il cui problema è essenzialmente politico? Ho pensato spesso di aver sbagliato mestiere. Ma soprattutto, che mestiere è il mio?
Al computer il suo viso, fra luce bassa e pixel ballerini, sembra stanco. Parla e non smette mai di muovere le mani. Sembra quasi che voglia far uscire i pensieri dallo schermo, renderli solidi. ”Vivere qui ha significato molto per me. E’ stato difficile convivere col concetto d’ingiustizia, svincolarmi dai particolarismi ideologici e guardare la realtà, prendendo atto del fatto che è intollerabile”. Davanti a me c’è Giulia. Avevamo da tempo questo “appuntamento on-line”. Finalmente riusciamo ad incontrarci, consapevoli della distanza e dei filtri che s’instaurano quando non si è faccia a faccia. Giulia vive a Ramallah (Cisgiordania) e lavora con la cooperazione italiana dal febbraio 2005. Ha iniziato con l’Ong Movimondo e oggi lavora per il Centro Internazionale Crocevia, due organizzazioni che da anni sviluppano progetti di cooperazione internazionale in Medioriente.

INTERFERENZE ESTERNE - Sono travolto dalla sua velocità. D’esecuzione, di comprensione, di ragionamento. Si accende una sigaretta. Il fumo che sputa fuori sembra la logica conseguenza di un incendio che le brucia dentro: “C’è un’occupazione militare ormai normalizzata che impedisce ad un popolo la piena realizzazione delle sue potenzialità, di sbagliare autonomamente, di scegliere rappresentanti politici inadeguati (…) di gestire “normalmente” il dissenso e la critica interna, di affrontare le questioni di genere senza condizionamenti esterni, di promuovere la tradizione o condannarla, di guardare alla modernità o rifuggirne, e c’è la complicità della comunità politica internazionale che ipocritamente rovescia fondi nelle casse del governo di questo popolo, se questo governo accetta di stare ai patti”.
Giulia non risparmia neanche se stessa e il suo lavoro: ”Se abbiamo il coraggio di guardarci allo specchio e parlarci onestamente, possiamo veramente affermare con coscienza che il nostro ruolo qui è fondamentale? Siamo sinceri nel dire che la nostra funzione di rappresentanti della società civile che si muovono come osservatori consapevoli è pienamente realizzata?

SCEGLIERE I PROPRI LEADER - “E allora?” – chiedo – “Che si fa? Meglio andare via?
Si ferma e prende un lungo respiro come prologo ad una sincera e interessante analisi della situazione: “Forse si, nella speranza che l’occupante si assuma le responsabilità che gli spettano secondo il diritto internazionale. Se è stato così spesso calpestato e sgualcito, cosa fa pensare che sarebbe diverso ora? E allora no, restiamo qui, e lavoriamo eticamente, finché questo resta possibile, fino alle prossime elezioni “democratiche” in cui i palestinesi sceglieranno candidati che non ci piacciono… e perché non ci piacciono? Perché non sono democratici! Lungi da me entrare nel merito del perché non mi piace Hamas in questa sede. Semplicemente non spetta ai nostri di leaders politici, decidere se Hamas vada o non vada bene per i palestinesi. E, sinceramente m’interessa ben poco cosa Hamas al governo avrebbe potuto significare per le donne palestinesi, o per la laicità dello stato. Questi problemi ce li abbiamo belli grossi a casa nostra ed è lì che forse dovrei guardare ed agire. Non mi sento abbastanza cittadina del mondo da sentirmi in diritto di venir qua a raccontare la mia verità. Immagino che molte delle donne palestinesi che conosco abbiano tremato di orrore e rabbia la mattina dopo le elezioni politiche del 2006. Ma questo orrore e questa rabbia spetta a loro, non a me”. Rimango qualche secondo in silenzio cercando di rielaborare la frase. Quando lo faccio mi colpisce ancora di più. A questo punto le mie domande non hanno molto più senso e mi limito ad assentire mugugnando: “I palestinesi sono stanchi, stanchi dell’occupazione così come del malgoverno dei loro rappresentanti, e forse stanchi anche di noi che li osserviamo con pena e compassione” - e ancora – “Penso che la soluzione dei due stati non sia semplicemente più realizzabile sul piano del reale. Credo che 400.000 coloni tra Cisgiordania e Gerusalemme siano davvero troppo costosi per poter essere rimossi, e che di fatto in ogni caso manchi la volontà politica di farlo”.

RESISTERE PER VINCERE - “Una sistematica appropriazione della terra.”– la interrompo. Poi riprende: “Israele ha fatto quanto di più tragico potesse essere fatto: ha cancellato le radici, e quando anche gli ultimi vecchi che erano bambini nel ‘48 moriranno, non ci saranno neanche più racconti. E questo secondo me è più grave delle incursioni militari. Quindi, su questo, la Palestina ha perso, e perso tutto”.
E che cosa resta allora?” Ferma per la prima volta le mani. “Cosa resta? Resta e resiste chi si alza la mattina e apre il negozio anche se nessuno entrerà. Resistono gli impiegati di banca che arrivano la mattina e si lucidano le scarpe dopo aver attraversato il check point fangoso. Resiste chi continua a costruire le case per i propri figli, chi continua ad aprire la propria porta a dei totali sconosciuti ed a trattarli come gli ospiti più preziosi, resistono gli insegnanti del mio progetto che si alzano la mattina alle 4 per arrivare a Ramallah da Jenin per il corso di formazione nel loro giorno di riposo. E quando sento e vedo queste cose penso che invece i palestinesi, nonostante tutto, vincono ogni giorno”.

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