Tutto comincia, anzi finisce, in un giorno come tanti. Ho fatto tardi per andare a lavoro. Mi affretto, un po’ d’affanno, davanti ai nuovi edifici. Ampie vetrate, mi specchio, leggermente ricurvo in avanti. Osservo un bambino invecchiato che mi osserva. All’improvviso un dolore mi accorcia il respiro. Rallento. Mi fermo a sedere. Solo un attimo, sono in ritardo. Un tonfo al cuore, un dolore fittissimo che passa via, veloce com’è
venuto.
Vedo arrivare gente. Corrono, forse hanno visto che mi sedevo e si sono preoccupati. Agito la mano per rassicurarli, ma paiono infuriati, mi schiaffeggiano, urlano di un’ambulanza. Sono pazzi, non capiscono che sto bene. Uno comincia addirittura a piangere. Seccato gli chiedo cosa ha, gli ripeto per la centesima volta che sto bene. Pare che non mi sente e, quando io cerco di scuoterlo, non si muove. Comincio a capire. Mi alzo da terra, leggero, senza sforzo. Vedo l‘ambulanza arrivare, la gente accorrere. Arriva una mia collega, Olga. Alza il collo per farsi largo tra gli altri e capire chi è a terra. Quando mi riconosce spalanca gli occhi, impietrita, come se qualcuno l’avesse congelata sul posto. Le trema solo il labbro. Non parla, ma sento i suoi pensieri: ripete lentamente che non è possibile, che non può essere vero. Anche io non so se è possibile fermarsi così, e guardo il mio corpo come se fosse quello di un altro, guardo alla mia vita che è andata via come ad un sogno, ad una vacanza momentanea da cui posso tornare quando voglio
Arriva altra gente. Olga va verso altri miei amici, scuotendo la testa. E ogni volta che pronuncia il mio nome gli altri si fermano, come nel gioco delle belle statuine. Uno di loro guarda gli altri, si porta le mani al volto, si tortura le labbra e le mani, e poi prende un cellulare. Dall’altra parte sento il telefono di casa squillare. Va a rispondere mia nonna. Ascolta senza parlare mentre una lacrima che non le ho mai visto scende dai suoi occhi; li richiude lentamente. Le ripetono che Alfredo sta male, che devono venire quanto prima. Pensano non abbia sentito. Invece lei ha afferrato bene le parole. Ha già capito tutto.
Nella sua mente anziana e lucida ritornano le immagini che ha sempre tenuto dentro. Quella sensazione, dopo 50 anni, è ancora sangue vivo. Il volto dei medici, grandi professori. Senza muovere un muscolo della loro maschera avevano detto che gli dispiaceva, che avevano fatto tutto il possibile. Per il suo bambino non avevano sprecato una parola in più. L’ansia dei tanti giorni in ospedale si era sciolta in un urlo disperato, rimbombato nelle loro orecchie. Ma era dovuta tornare subito al suo ruolo, avvolgendo quel corpo innocente in una coperta bianca, e uscire di nascosto per risparmiargli l’autopsia, fintamente indifferente, faticosamente tranquilla. Un velo nero era calato per sempre sulla felicità e sugli abiti. Suo nipotepercorreva ora la stessa strada del figlioletto.




Lo trovo molto bello e intenso…
Lisa
Gran bel post Pietro!
…e come ha detto Lisa è “molto bello e intenso”…intenso perchè è ricco di spunti interessanti!! Una frase in particolar modo mi ha colpita particolarmente: “Per capire dove è la felicità, dove è il mio posto, in questa maledetta complicata vita.”
…e dov’è…e cos’èd la felicità???…da qui potrebbero scaturire numerosissime risposte!
…siamo tutti alla ricerca della felicità…nessuno è esente da quest’attrazione, nemmeno colui che guarda con scetticismo la vita!dal mio punto di vista ritengo che “la felicità sia la perfezione”prerogativa esclusiva per annullare ogni sofferenza.
Ma resta, comunque, da sciogliere un dilemma:”l’uomo e la sofferenza” ovvero…l’uomo e la malattia…malattia che per ognuno di noi può avere un significato diverso! malattia = limite: ecco il nostro limite!ma c’è un detto che dice “finchè c’è vita c’è speranza” e la speranza non si arrende neppure di fronte alla morte, ai limiti,all’ingiustizia, al male!ogni situazione anche se negativa non ci impedisce di ricominciare a sperare!…ed è questa la forza dell’uomo: la forza che ci fa vivere sempre e comunque!
Cito una poesia di Totò sulla felicità:
Felicità!
Vurria sapè ched’è chesta parola,
vurria sapè che vvò significà.
Sarrà gnuranza ‘a mia, mancanza ‘e scola,
ma chi ll’ha ‘ntiso maje annummenà.
@lisa72 grazie
@lucia
La via di uscita del titolo è proprio questa sorta di lasciarsi andare/morire e rinunciare a tutto per non riuscire a trovarla questa felicità.
Ma poi, fra qualche settimana, riprenderò questa storia…
Volevo aggiungere che ogni personaggio di ogni mio racconto è ovviamente di fantasia (nel caso dell’io narrante in particolare per fortuna) ma la storia qui di mia nonna è vera. A lei che non c’è da qualche anno è dedicato questo racconto