di Pietro Marmo (marblestone)
postato alle 00:03 del 23 novembre 2008 in La rubricaTorna alla home

Tutto comincia, anzi finisce, in un giorno come tanti. Ho fatto tardi per andare a lavoro. Mi affretto, un po’ d’affanno, davanti ai nuovi edifici. Ampie vetrate, mi specchio, leggermente ricurvo in avanti. Osservo un bambino invecchiato che mi osserva. All’improvviso un dolore mi accorcia il respiro. Rallento. Mi fermo a sedere. Solo un attimo, sono in ritardo. Un tonfo al cuore, un dolore fittissimo che passa via, veloce com’è venuto.

Vedo arrivare gente. Corrono, forse hanno visto che mi sedevo e si sono preoccupati. Agito la mano per rassicurarli, ma paiono infuriati, mi schiaffeggiano, urlano di un’ambulanza. Sono pazzi, non capiscono che sto bene. Uno comincia addirittura a piangere. Seccato gli chiedo cosa ha, gli ripeto per la centesima volta che sto bene. Pare che non mi sente e, quando io cerco di scuoterlo, non si muove. Comincio a capire. Mi alzo da terra, leggero, senza sforzo. Vedo l‘ambulanza arrivare, la gente accorrere. Arriva una mia collega, Olga. Alza il collo per farsi largo tra gli altri e capire chi è a terra. Quando mi riconosce spalanca gli occhi, impietrita, come se qualcuno l’avesse congelata sul posto. Le trema solo il labbro. Non parla, ma sento i suoi pensieri: ripete lentamente che non è possibile, che non può essere vero. Anche io non so se è possibile fermarsi così, e guardo il mio corpo come se fosse quello di un altro, guardo alla mia vita che è andata via come ad un sogno, ad una vacanza momentanea da cui posso tornare quando voglio

Arriva altra gente. Olga va verso altri miei amici, scuotendo la testa. E ogni volta che pronuncia il mio nome gli altri si fermano, come nel gioco delle belle statuine. Uno di loro guarda gli altri, si porta le mani al volto, si tortura le labbra e le mani, e poi prende un cellulare. Dall’altra parte sento il telefono di casa squillare. Va a rispondere mia nonna. Ascolta senza parlare mentre una lacrima che non le ho mai visto scende dai suoi occhi; li richiude lentamente. Le ripetono che Alfredo sta male, che devono venire quanto prima. Pensano non abbia sentito. Invece lei ha afferrato bene le parole. Ha già capito tutto.

Nella sua mente anziana e lucida ritornano le immagini che ha sempre tenuto dentro. Quella sensazione, dopo 50 anni, è ancora sangue vivo. Il volto dei medici, grandi professori. Senza muovere un muscolo della loro maschera avevano detto che gli dispiaceva, che avevano fatto tutto il possibile. Per il suo bambino non avevano sprecato una parola in più. L’ansia dei tanti giorni in ospedale si era sciolta in un urlo disperato, rimbombato nelle loro orecchie. Ma era dovuta tornare subito al suo ruolo, avvolgendo quel corpo innocente in una coperta bianca, e uscire di nascosto per risparmiargli l’autopsia, fintamente indifferente, faticosamente tranquilla. Un velo nero era calato per sempre sulla felicità e sugli abiti. Suo nipotepercorreva ora la stessa strada del figlioletto.

I dolci occhi verdi si riaprirono stanchi di lacrime gridando ancora una volta alla crudeltà della vita, al Signore infinitamente buono e infinitamente ingiusto. Guardo mia nonna e mi sento triste. Rimpiango i suoi occhi, le storie che raccontano, tutte quelle che mi hanno raccontato da quando ero piccolo, mi mancheranno davvero. Viaggio ancora, utilizzo questo ultimo tempo per leggere altri pensieri. Mi imbatto in un gruppo di persone che raccontano, chiedono, alternano stupore e disperazione. Franca sta lì, zitta. Ricorda i giorni passati, i litigi, le risate. Le manco, pensa, le mancano dubbi e discussioni, confidenze e consolazioni. E ricorda quella sensazione segreta che mi stesse per succedere qualcosa, che non stavo più bene. Chissà se ha ragione. A volte ho sentito il mio corpo così inutile da volerlo abbandonare, libero da tutti i vincoli. Buoni o cattivi che siano. Mi alzo e lo vedo laggiù, molto lontano. Quando l’ambulanza arriva in ospedale mi aspetta un’inserviente, ancora giovane negli anni ma invecchiata nel viso. E’ una mia zia. La ricordo confessarmi che è duro andare avanti senza punti di riferimento, crescere da casalinga e ritrovarsi a quarant’anni in mezzo alla strada. Mettersi a lavorare lasciando a casa due figlie che si bisticciano per vestiti e ragazzi, e la chiamano disperate per farsi consolare.

Lei è la persona da consolare! Lei che non voleva uscire la mattina e tornare la sera. Che voleva solo aspettare il marito, insensibile e stupido, chiederle nient’altro che cena e camicie stirate. Lo aspetta ancora, nella speranza che torni in vita, dicendo che il suo cuore si era perso per un’amante e non per un infarto. Lo vede chiederle perdono, vede se stessa darglielo con gioia. E tornare a vivere in pace, quella pace che anche io ho cercato a lungo, con pazienza e comprensione. Invano. Mi muovo ancora. Devo prendere congedo dall’ultima persona. L’amico a telefono non ce la fa a mentire. Scoppia a piangere e lei lascia il telefonino. Lo osserva mentre cade, mentre lo spigolo tocca terra e si frantuma in mille pezzi. I pezzi di tutto quello che avremmo potuto essere. Che come quella plastica inanimata perdono ogni vitalità. Tutto quel rimandare la vita a momenti futuri, quando le cose si sarebbero sistemate, si frantuma come un vaso di cristallo durante un terremoto. La vedo cadere e capisco che la mia vita è stata solo un accenno, solo un tentativo mal posto e mal riuscito di assaporare la felicità. Vedo svenire e svanire anche lei.

Troppo tardi, è troppo tardi. Per capire dove è la felicità, dove è il mio posto, in questa maledetta complicata vita. Il mio cuore ha mollato da un pezzo di cercare. La chimica ci ha messo poco a finire il lavoro. Ho rinunciato a vivere per stanchezza, perché non mi riusciva, per niente. E guardo ai ricordi come ad una telenovela infinita: guardare senza toccare, girare intorno senza entrare, intrappolato in un limbo infinito senza via di uscita. Fino ad ora. Non torno più. Mi abbandonerò a questa tranquilla insensibilità. Voi, che vi affollate intorno ai tubi che mi escono dalla bocca, voi, che mi sparate nelle orecchie canzoni miracolose, voi, che credete che io non desideri altro che risvegliarmi.

Voi, vi prego, lasciatemi in pace.

COMMENTI (3)STAMPA - FALLO LEGGERE