di Luca Conforti
postato alle 12:00 del 24 Giugno 2008 in La rubricaTorna alla home

Stiamo per festeggiare un anno da quando la crisi dei subprime ha fatto precipitare gli indici di borsa di tutto il mondo e ancora oggi gli operatori - analisti, fondi comuni, hedge funds, fondi pensioni - si fanno le stesse domande di dieci mesi fa: “La parte peggiore della crisi è passata? Inizia la risalita?”.

I mercati, per usare un gergo da professionisti, “lanciano segnali contrastanti”. In Europa i principali gestori suggeriscono di comprare azioni a Wall Street, sfruttando la forza dell’euro e la prossima ripresa dell’economia statunitense. Di contro a New York il consiglio ai risparmiatori americani è l’esatto opposto: comprate azioni europee e inglesi, sono scese tanto, assicurano dividendi più alti e in definitiva l’economia europea è più solida di quella americana. Wall StreetL’effetto sarebbe persino comico se non ci fossero in ballo patrimonio e i risparmi. Le due strategie praticamente si escludono l’un l’altra e quindi qualcuno deve mettere in conto un bel bagno durante la sua traversata d’Atlantico.

RIFUGIO EUROPA - Il fatto che le azioni americane siano così convenienti, con l’indice Dow Jones sotto i 12000 punti e ben 2500 punti rispetto ai massimi dell’anno scorso, non è di per sé un fatto allettante se nel frattempo la ripresa delle quotazioni non dovesse essere accompagnata dall’apprezzamento del dollaro sull’euro. L’effetto cambio dunque è ben più importante della scelta degli investimenti. Il vero dilemma è: tra un anno l’euro sarà a 1,65 dollari o a 1,35? In questo momento sembra avere più senso la prospettiva americana, sia nel caso lo situazione si trascini come negli ultimi mesi, sia che peggiori. Gli alti tassi d’interesse, l’inflazione e il prezzo dell’energia dovesse continuare a deprimere le economie industrializzate almeno gli americani che investono in Europa potranno contare sul fatto che l’euro appare più solido e meno volatile del biglietto verde, che le aziende hanno rendimenti più alti grazie ai dividendi e che, nello specifico settore del credito, il rischio fallimenti sembra ben più lontano per le banche europee.

EUFORIA - Nel luglio scorso un report di Merrill Lynch intitolato “EUphoric” consigliava di buttarsi anima e portafoglio nel vecchio continente. Da allora il listino londinese ha perso il 16%, Parigi e Francoforte il 15%, Dublino il 30%, solo per parlare delle borse dove sono più presenti gli americani. Nello stesso periodo l’euro si è apprezzato sul dollaro del 14%. Insomma in questo caso guadagni e perdite si sono annullate. EuroMentre per gli europei che nello stesso periodo hanno scommesso su New York, svalutazioni di azioni e moneta si sono sommate. E nel resto del 2008 questa tendenza dovrebbe persino accentuarsi con il differenziale dei tassi d’interesse ormai sul punto di passare a 2,25% a favore dell’Europa con il prossimo rialzo della Bce.

LA FINE DI UN’ERA? - Ma né il passato, né il presente sono un indicazione per il futuro: gli europei che indicano oltreatlantico partono dal presupposto che l’economia più grande e dinamica del mondo non si farà ancora mortificare a lungo. Quando ripartirà il pil può correre anche al 4% all’anno. Ritmi a cui l’Europa non riesce ad arrivare nemmeno nei suoi periodi più floridi. Il “catalyst”, come lo chiamano gli americani, cioè l’evento che scatenerebbe la ripresa è già stato individuato: l’insediamento del prossimo presidente, meglio se sarà uno shock di proporzioni storiche come Barack Obama. Sembra tutto troppo bello, troppo hollywoodiano, per essere vero e il fatto stesso che ci siano gestori negli Usa che consiglino di limitare i danni in Europa, nonostante la moneta unica sia già ai massimi storici, dà più di un argomento agli scettici e agli apocalittici, quelli che già teorizzano la fine dell’egemonia economia a stelle e strisce sul resto del mondo.

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