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Arcisate – Stabio: chiude la ferrovia all’arsenico

Tempo fa parlammo della costruenda linea ferroviaria Arcisate – Stabio, opera prevista nei rapporti bilaterali tra Italia e Svizzera del 1999 e che doveva rappresentare nelle intenzioni dei politici il raccordo tra Varese e Mendrisio. Lunga 17,7 chilometri, prevedeva la costruzione ex novo di 3,9 chilometri di tracciato e l’ammodernamento di della tratta tra Arcisate ed Induno Olona, pari a 4,8 chilometri, e la realizzazione di una nuova fermata, Gaggiolo, al confine di Stato, In quell’occasione spiegammo che i lavori da parte italiana andavano a rilento per via di problemi legati alle alte percentuali d’arsenico nel terreno. Valori che avevano portato l’impresa appaltatrice, la Ics Salini, a rimettere il mandato a Reti Ferroviare Italiane. Sabato 13 settembre la novità inattesa. La Ics chiude il cantiere.

Arcisate - Stabio, la ferrovia che imbarazza l'Italia

CHIUSURA INATTESA – Sabato la stessa Ics Salini ha diffuso la notizia che molti attendevano con paura. Il cantiere è chiuso. Come spiega La Prealpina conferma la chiusura e riporta la voce del capogruppo del Pd in Regione Alessandro Alfieri, secondo cui «è chiaro che l’assessore Maurizio Del Tenno ci ha raccontato solo delle grandi storie, visto che ancora tre giorni fa ci rassicurava sul riavvio dei lavori». La conferma è arrivata da fonti sindacali che hanno parlato di un cantiere ormai chiuso e del rischio cassa-integrazione a zero ore per gli operai impiegati. E di chi sarebbe la colpa? L’azienda ha puntato il dito contro la politica e la burocrazia lombarda.

COLPA DELL’ARSENICO – Varese News ci propone la nota di Ics Salini che ha imputato il motivo dello stop, confermato a partire dal sedici settembre, «a seguito dell’ultimazione di tutte le attività di messa in sicurezza delle opere e delle aree di lavoro, non essendo pervenute nei termini fissati a livello istituzionale soluzioni alle problematiche relative allo smaltimento delle terre contenenti arsenico naturale provenienti dagli scavi, il cantiere della linea Arcisate – Stabio, per la tratta italiana, ripiegherà con ogni sua struttura logistica e sarà definitivamente chiuso». Tutta colpa dell’arsenico, quindi. Come spiegammo lo scorso cinque giugno venne deciso di stoccare i 200 milioni di metri cubi di materiale di risulta, carico di idrocarburi ed arsenico, alla cava Rainer di Arcisate.

Arcisate - Stabio, la ferrovia che imbarazza l'Italia

I PROBLEMI NELLO STOCCAGGIO – Purtroppo la quantità di materiale fu doppia rispetto a quanto stimato. Inoltre la presenza d’inquinanti nel terreno ha fatto salire i costi dello stoccaggio di circa 20 milioni di euro, con un aumento dei costi del 9,5 per cento e la richiesta, da parte della Salini, di 26,5 milioni aggiuntivi. Si pensò anche di cambiare la cava di stoccaggio, passando alla Femar di Viggiù, parte della quale venne sottoposta a sequestro nel 2011 per 133.000 metri cubi di materiale proveniente dalla Svizzera e stoccato illegalmente. E poco importa che, come ricordato dall’ex assessore regionale ai trasporti Raffaele Cattaneo, l’arsenico in quell’area è naturale e non c’è quindi stata alcuna contaminazione, mentre per l’azienda l’impossibilità di usare le terre all’arsenico venne scoperta dopo l’appalto.

LA FIDUCIA DI MAURIZIO DEL TENNO – La Ics Salini lo scorso 30 aprile presentò al tribunale di Roma la rescissione del contratto con Rfi mentre il 18 maggio il responsabile del personale dell’azienda, Sebastiano Rao, confermò la chiusura del cantiere entro fine mese. I tempi si sono dilungati e siamo arrivati alla sorpresa dello scorso sabato. I sindacati, ripresi da Varese News, si chiedono quale sia la posizione della Regione, visto che «L’assessore regionale Del Tenno, aveva affermato, la scorsa settimana, che la situazione era sotto controllo. Vorremmo capire che cosa intendesse dire visto che il risultato è questo».

IN SVIZZERA LAVORI CONCLUSI – E dire che la Ics è impegnata a realizzare il collegamento in Svizzera e dall’altra parte del confine hanno praticamente finito. Tanto che la stessa azienda ha invitato i sindaci della valle all’Open Day dove sono stati resi pubblici i lavori compiuti tra Stabio e Mendrisio, ovvero il raddoppio della linea. La scelta della data non è stata poi casuale. I sindacati hanno ricordato che «il giorno 11 giugno il tavolo regionale aveva stabilito che l’assessore Del Tenno avrebbe avuto 90 giorni di tempo per risolvere i problemi dei costi. Ma la soluzione non c’è e la ditta ha chiuso. Il nostro timore è che i lavoratori vengano colpiti da licenziamento collettivo per fine cantiere. Se accadrà, la ferrovia rimarrà ferma almeno due anni».

Arcisate - Stabio, la ferrovia che imbarazza l'Italia

«LA VALCERESIO NON SI LASCIA COSÌ » – Quindi la Regione non avrebbe mantenuto gli impegni. A rispondere, ripreso da Varese News, è l’ex assessore ai Trasporti ed ora Presidente del Consiglio Regionale, Raffaele Cattaneo, che ha spiegato come Maurizio Del Tenno abbia già convocato l’azienda e le parti in causa con l’obiettivo di trovare una soluzione, anche perché «nessuno può pensare di lasciare la Valceresio con un cantiere inattivo che la taglia in due. Non deve essere così e non sarà così. Su questa vicenda non calerà il silenzio. Ma non siamo al game over». La situazione è però altamente esplosiva. A dimostrarlo l’intervento in prima battuta del governatore Roberto Maroni palesatosi il 17 settembre insieme al Sindaco di Varese Attilio Fontana alla locale Procura della Repubblica per comprendere meglio la situazione.

IL DECISIONISMO DI MARONI – Il Presidente ha parlato con il Pm Agostino Abate, titolare di un fascicolo su presunti abusi nello smaltimento delle terre di scavo nella tratta tra Arcisate e Gaggiolo, tratta dove è stato realizzato il 45 per cento dei lavori ma dove sono stati segnalati lavaggi di betoniere non conformi alla legge e problemi alle falde acquifere. Maroni ha spiegato che il cantiere è bloccato per un contrasto tra Rfi e società appaltante e che sarà lui a prendere ogni decisione relativa ad una soluzione. Una volta resosi conto del problema, Maroni ha cambiato atteggiamento, passando dalla posizione “ghe pensi mi” ad un atteggiamento molto più prudente:

«Ieri  ho incontrato separatamente i vertici di Rfi e l’impresa Salini, per capire se questo contenzioso, anche giudiziario, tra le due società, l’appaltatore e l’appaltante, impedisca di pensare a una soluzione che possa far proseguire i lavori. Perché se io vado in causa con chi mi ha dato l’appalto o viceversa significa che esprimo una volontà di interrompere la collaborazione e ieri invece ho avuto la conferma da parte di entrambi che è loro interesse proseguire i lavori, seppur a certe condizioni anche impegnative. Intendiamo scendere in campo , come Regione, come ha chiesto anche il Consiglio regionale, per trovare una soluzione, che sarà difficile, perché ho sentito le richieste di tutte le parti in causa ed effettivamente si tratta di una situazione complicata, che si trascina da anni e col tempo si è incancrenita. Difficile sarà dunque trovare una soluzione, ma io sono ottimista e spero di riuscire in tempi rapidi a formulare una proposta da sottoporre alle parti. Poi vedremo cosa risponderanno. Se diranno di sì, i lavori potranno ripartire rapidamente, altrimenti è evidente che ognuno dovrà assumersi le sue responsabilità»

LA MARCIA INDIETRO – La lettura di Roberto Maroni va poi a scontrarsi con le voci dei sindaci dei paesi interessati, spaventati dall’idea di avere a che fare con un mostro incompiuto che deturpa il territorio e rovina le città che amministrano. La Prealpina ha raccolto la voce di Maria Angela Bianchi, sindaco di Induno Olona: «È una brutta notizia ed è anche una qui chiudono e poi ci invitano in Svizzera a visitare la ferrovia elvetica che è quasi ultimata. Forse l’hanno fatto per dimostrare che non hanno colpe, ma nessuno ci ha spiegato davvero come stiano le cose». Un altro a porsi domande è Angelo Pierobon, sindaco di Arcisate: «Quello che sta accadendo è inaccettabile ma non mi stupisce per nulla. Era da tempo che nel cantiere non si lavorava più. Nell’ultima riunione martedì scorso si è ipotizzata una soluzione che però è arrivata troppo tardi. Si parlava di un cambiamento del quadro economico per risolvere il problema dei costi, ma dovrà essere approvato dal Ministero e poi dal Cipe; insomma, tempi lunghi. Questi non sono problemi che si risolvono in pochi giorni».

arcisate stabio

«REGALIAMO LE TERRE CONTAMINATE ALLA SVIZZERA» – Allora vuol dire che la soluzione teoricamente era in mano agli attori coinvolti ma che i tempi sono nemici degli accordi. E c’è chi sospetta che in realtà con l’Open Day la Ics Salini abbia fatto capire che la responsabilità non è la sua per questi ritardi, visto che dall’altra parte del confine tutto va come deve andare. Il sindaco di Induno Olona aveva anche lanciato una proposta, ripresa da In Insubria, ovvero quella di regalare le terre contaminate agli svizzeri, visto che loro possono usarle. In questa maniera si eviterebbero aggravi ulteriori. Ad esempio la Femar di Viggiù per lo stoccaggio del materiale di risulta ha chiesto tra i 5 ed i 6 milioni di euro, cifra ritenuta troppo alta da tutte le parti in causa.