Il conflitto tra israeliani e palestinesi va avanti da sessant’anni forse anche perché manca da entrambe le parti la necessaria lucidità per capire cosa succede davvero, per accettare il fatto che i rimedi usati finora sono inefficaci, o dannosi. Eppure i bambini sembrano vederci meglio degli adulti.
“A Gaza c’è ormai un mostro che va abbattuto”. Così definisce Hamas il ministro per i pensionati israeliano Rafi Eitan. Lo segue a ruota Olmert che chiede ai vertici militari di studiare un piano per mettere fine “al regime di Hamas”. Il movimento islamico sembra essere la spina nel fianco di Israele, la causa dell’”islamizzazione strisciante” in Palestina, il pericolo numero uno da eliminare. “Per Hamas l’obiettivo
primario di lungo termine è la liberazione di tutta la Palestina storica, dal mare (Mediterraneo) al fiume (Giordano) e la fondazione di uno Stato indipendente basato sulla sharia, la legge religiosa islamica”, afferma il vice-capo dello Shin Bet (sicurezza interna) su un articolo scritto per un centro studi di Washington. E ancora: “Hamas cerca di dotarsi di un esercito moderno e potente che conduca una lotta armata ad oltranza contro Israele. Un fine che viene acclamato dai nemici di Israele: Iran, Siria, Hezbollah”. Vero. Non c’è dubbio. Ma è Hamas l’unico problema? E’ da tempo che si guarda il conflitto israelo-palestinese da una lente appannata per poi meravigliarsi di vedere il mondo sfocato. E’ da troppo tempo che si mette un cerotto al dito non accorgendosi che la mano è mozzata. E gronda sangue da sessant’anni.
E ALLORA CI RISIAMO - Chi ha rotto la tregua fra Israele e Hamas in vigore dal 19 giugno? Chi ha iniziato? L’uovo o la gallina? L’effetto o la causa? Il problema sembra essere sempre lo stesso. Cercare una risposta è inutile. Due versioni. Due, duecento, duecentomila storie diverse, ognuna raccontata con la bava alla bocca. Con la terra mischiata alla saliva che ritorna a terra attraverso lo sputo. Chi è stato? Militanti di Hamas lanciano razzi sulla colonia ebraica di Eshkol nel deserto del Negev. L’esercito israeliano si ammassa vicino al valico di Erez e uccide cinque palestinesi in due attacchi diversi. “L’aggressione israeliana é una grave violazione della tregua e se questi raid continueranno i combattimenti non resteranno limitati a un’area a est della fascia centrale della Striscia”, afferma il portavoce di Hamas. Ci risiamo.
CHI PAGA IL CONTO? - I Territori Occupati e la Striscia di Gaza dovrebbero diventare lo specchio da cui controllare il livello del grado di rispetto della legalità internazionale. La vita dei palestinesi è una sorta di videogame dell’orrore. Superare muri, recinti, fili spinati, controlli, check point, umiliazioni quotidiane per andare a scuola, a lavoro o da un amico. Una continua e sistematica opera di soffocamento che non fa altro che radicalizzare l’odio verso Israele. Gli israeliani vivono nella nevrosi collettiva di
essere attaccati, privati del diritto ad esistere. Al confine con la Striscia di Gaza ogni giorno arriva qualche bella sorpresina sotto forma di missile. La materializzazione della divisione, il muro, è la barriera che porterebbe alla pace per il governo israeliano ed espressione del più becero razzismo per i palestinesi. C’è un programma televisivo in cui nella sigla finale, sulle note de “Il cielo è sempre più blu” di Rino Gaetano, gli ospiti parlano di relazioni e connessioni. Ecco, io non capisco davvero la relazione (o connessione) fra il modo di vivere dei palestinesi e gli israeliani e la lotta al terrorismo. La creazione del muro. L’autoreclusione. L’espansione delle colonie. Le strade esclusive. I check point. L’embargo di Gaza. L’appropriazione delle terre. Non la capisco.
QUEL MOSTRO GIURIDICO - In quel fantomatico specchio che potrebbe essere il conflitto israelo-palestinese non ci guarda nessuno. O almeno nessuno di importante. Nessuno di quelli che decidono. Non ci guarda il walteriano Obama (!) che ha subito messo i puntini sulle “i” dichiarando Gerusalemme capitale di Israele, non capendo (o non volendo capire) che quell’argomento lì, si proprio quello lì, è proprio delicato, fragile, fondamentale per la stabilità della regione. Non ci guarda la comunità internazionale che si nasconde dietro ad un “non vedo, non sento, non parlo” inquietante e che “normalizza” e “democratizza” un processo sistematico di annessione territoriale illegale sostenendo “l’unica democrazia” in medioriente. Una “democrazia” che si avvale di un mostro giuridico come quello della detenzione amministrativa che viola l’articolo 76 della Quarta Convenzione di Ginevra che recita: ”Gli abitanti di un territorio occupato debbo
no essere detenuti nel paese occupato e, se riconosciuti colpevoli, scontare la pena in tale paese”. E allora ci risiamo. Dove dovremmo guardare per capire come risolvere la questione? Israele nel suo sacrosanto diritto di esistere ha forse esagerato? Esistere deve tramutarsi in “prendere ciò che non è tuo”? Se questo significa esistere allora Israele ha tutto il diritto di fare quello che fa.
MISSIVE DI SPERANZA -
Storie dal muro racconta (o tenta di farlo) l’”esistere” dalle due parti del muro. Di un muro che da qualunque parte lo si guardi è sempre di cemento armato. È sempre una divisione, un’orribile malformazione all’esistenza umana. C’è un libro intitolato “Lettera al di là del muro”, che raccoglie le lettere più belle e toccanti selezionate da educatori palestinesi e italiani nei campi profughi di Shu’fat e Qalandia. Nasce dall’esperienza degli operatori di Vento di Terra Onlus in Palestina, impegnati nel sostegno ai centri educativi dei campi profughi dell’area di Gerusalemme Est. In questo libro Marah, 14 anni, scrive: “La mia colpa è essere palestinese? Essere bambina costretta a vivere in questo posto occupato? O forse la mia colpa è non riuscire a togliermi di dosso questa occupazione?“. Le lettere arrivano ai bambini israeliani e italiani. E allora ci risiamo: o puliamo la lente o riattacchiamo la mano.
Edit: Il blogger italiano Victor Arrigoni è stato arrestato dalle forze di polizia israeliane. Segui qui la vicenda

























ogni volta che leggo Bernardini mi assale il senso di colpa
@ Loska: lo prendo come un complimento. Con quello (il senso di colpa) ci si mandano avanti i treni. Grazie.
Ma è un complimento
….Ma si lo so, lo so!
Ciao Alessandro,
ti leggo sempre con piacere, mi spiace di non intervenire ma proprio non riesco a farmi un’idea obbiettiva sulla questione e quindi preferisco tenermene un po’ fuori.
I tuoi articoli però son sempre fonte di riflessione!!
(domanda sulla questione prigionieri territorio occupato: ma se il territorio occupato non è uno stato vero e proprio come posso affidargli la detenzione di chi penso stia attentando alla mia vita? dovrebbe israele costruire prigioni in quel territorio quindi?)
Ale guarda un po’
http://logicokaos.blogspot.com.....stato.html
Visto, visto. Ora me la studio meglio. Grazie. Volevo rispondere ad Enrico. La questione è che se arresti qualcuno devi dirgli perché e fargli un processo. Accuse, processo, arresto. Infatti i detenuti palestinesi nelle carceri israeliane sono circa 11mila. La detenzione amministrativa invece crea un circolo vizioso. Di fatto è possibile rinnovarla ogni sei mesi senza che ci sia la possibilità di conoscere le imputazioni e di conseguenza confutarle in un giusto processo. Di centri di detenzione israeliani nei territori occupati mi pare ci sia solo quello di Hebron, mentre gli altri sono tutti in territorio israeliano. Ci sono palestinesi che si sono fatti tre anni solo perché sospettati di attentare alla sicurezza di Israele, poi rilasciati senza un processo e rispediti a casa.
Israele usa la detenzione amministrativa come strumento di pressione politica.
ci sono pure italiani rapiti da Hezbollah, che poi purtroppo ci ha ripensato. Maledizione!
Il problema della questione israelo-palestinese è sempre che tutti vedono il “qui e adesso”, senza riflerttre sul “come” si sia arrivati a certe situazioni incancrenite.
A me una visione diffusa del problema del tipo “gli israeliani ogni tanto saltano sù e bloccano le vie di comunicazione con Gaza. Poi madano gli aerei a massacrare un po’ di gente a caso, perchè sono cattivi di natura, anzi sono l’incarnazione del male” sinceramente non mi va giù. Non che sia stato detto sul sito (anche se il titolo su OK NO Notizie spinge verso questa versione).
Tutti sappiamo dei problemi Amas - Al Fatah, tutti dovremmo intuire lo stato d’animo di chi si trova di fronte non alla minaccia di ridimensionamento territoriale, ma di vera e propria cencellazione dalla faccia della terra.
Tutti dovremmo sapere dell’educazione impartita ai bambini palestinesi (non per colpa loro), anche attraverso programmi televisivi con pupazzi che predicano lo sterminio degli ebrei e talk show con piccoli aspiranti kamikaze.
Questo è quello che mi dispiace: se da una parte c’è magari prevaricazione ed eccesso di difesa, dall’altra si predica l’odio, in forme che noi stessi accettiamo ma che non giustificheremmo in nessun altro caso, paese o situazione.
Scusate il lungo intervento, ma finora sono stato un lettore silenzioso ma interessato di Giornalettismo.com e ho approfittato dell’occasione.
Renato
“Il problema della questione israelo-palestinese è sempre che tutti vedono il “qui e adesso”, senza riflerttre sul “come” si sia arrivati a certe situazioni incancrenite”…hai colto nel segno, solo che rigirerei la prospettiva. Concordo sulla cultura dell’odio, ma non sull’eccesso di difesa. Da quel che io ho visto Israele non pecca di eccesso di difesa, ma di attacco.
Grazie delle spiegazioni Alessandro.
“Da quel che io ho visto Israele non pecca di eccesso di difesa, ma di attacco.”
Dici sia un po’ sulla linea di guerra preventiva sullo stile Bush? (brutta cosa dire stile bush, non ci credo nemmeno dicendolo. W. è stato un burattino o poco più degli amici di papà)
“un muro che da qualunque parte lo si guardi è sempre di cemento armato. È sempre una divisione, un’orribile malformazione all’esistenza umana.” quoto, infinitamente quoto.