Hereafter – Vedo la gente affogata
30/12/2010 - Clint Eastwood ritorna nelle sale a stretto giro subito dopo Invictus. Ancora una volta, davanti la sua macchina da presa Matt Damon nel ruolo di un sensitivo. Un remake del Sesto senso o c’è qualcosa di più? In realtà la
Clint Eastwood ritorna nelle sale a stretto giro subito dopo Invictus. Ancora una volta, davanti la sua macchina da presa Matt Damon nel ruolo di un sensitivo. Un remake del Sesto senso o c’è qualcosa di più?
In realtà la domanda che pongo prevede una piuttosto semplice risposta negativa. Basta conoscere la cinematografia di Eastwood anche solo abbastanza superficialmente per capire che non è affatto interessato a creare un
thrillersovrannaturale. Il suo repubblicanesimo illuminato è infatti più vicino a tematiche sociali e morali e in questa chiave vanno lette moltissime delle sue ultime opere, che rappresentano senza orma di dubbio la parte migliore della sua filmografia, da Mystic river in poi. Non serve nemmeno andare così lontano: Gran Torino ed Invictus bastano e avanzano per raffigurare il suo ultimo percorso. Un cinema classico si può dire, vecchio accuseranno altri, ma in grado di portare l’arte cinematografica alla sua essenza, per riuscire a schematizzare un messaggio chiaro, semplice e preciso. Talvolta ce ne rimette la profondità e il realismo di alcune situazioni e personaggi, ma questo è l’uso strumentale del cinema che Eastwood ha in mente: prendere o lasciare.
MORTE – Il film segue le vite di tre persone a loro modo connesse con la morte. Marie è una giornalista di successo francese che si ritrova nel famoso tsunami del Dicembre 2004. Durante la tragedia, finisce a un passo dalla morte e, durante la perdita di sensi, ha visioni che riguardano l’al di là (hereafter, in inglese). George è un operaio di San Francisco, che ha la capacità di parlare con i morti semplicemente toccando le mani dei loro cari, ma questo potere lo opprime e ne cerca liberazione. Marcus è un bambino originario dei più poveri quartieri di Londra che perde il fratello in un incidente mentre entrambi cercano di prendersi cura della madre tossicodipendente. Queste tre vite parallele alla fine si incrociano, per portare sollievo all’oppressiva presenza della morte che tormenta la loro esistenza.
HOW IT SOUNDS – E’ bene ripeterlo chiaramente ancora una volta. Ad Eastwood non interessa affatto la spettacolarizzazione della morte o a rendere intrattenimento di genere il lutto di qualcuno. Qui sta un’importante considerazione riguardante il marketing dietro al trailer (che, preciso, ho solo guardato in originale come il film, dunque non so se questa fondamentale distinzione valga anche per lo snaturamento che il doppiaggio porterà). Il tutto risiede nell’ottimo utilizzo che Clint fa del sonoro. Nel trailer è pieno, in pompa magna, sofferto e riempito di pathos. Nel film è completamente diverso: è una pellicola sussurrata, difficile da intendere se ci si presta solo un’attenzione superficiale. E’ un film fatto di dialoghi complessi da intendere appieno, non di motti e slogan. L’enfasi su alcune frasi cardine (“It’s not a gift, it’s a curse”) è totalmente assente ed esse sono inserite in un ambiente dialettico in cui acquistano un senso reale. La regia tratta dunque il comparto audio alla perfezione, in grado di stabilire il giusto contatto empatico con vicende e personaggi. D’altronde anche l’escamotage tecnico con cui realizzare le visioni è apertamente trascurato e trasandato, ed occupa una porzione di minutaggio del tutto insignificante. Fossi stato in Eastwood l’avrei probabilmente tagliato del tutto, ma non si può chiedere troppo.
UNO E TRINO – Dunque: se non siamo di fronte a un thriller soprannaturale ma a un film di contenuto, quale è questo contenuto? Difficile condensarlo in un paragrafo. C’è la disperata voglia di capire e avere prove e certezze di cosa ci aspetta dopo la morte in quanto ci è caduto davanti il velo di superficialità e meschinità del successo odierno. C’è il sentirsi ingranaggio della voglia di sapere degli altri, disposti a pagare chissà quanto per sentirsi sollevati da un peso, ma che non ci pensano due volte ad abbandonare in perfetta solitudine lo strumento che ci ha dato soddisfazione. Ovvero: di tutto l’egoismo che gira di fronte al trapasso. C’è anche chi perde qualcuno talmente caro da essere un pezzo di sé stesso al punto da averne le stesse fattezze. Che cerca nelle risposte classiche, la religione; in quelle facili, i sensitivi; nella tecnologia, Youtube; il senso di ciò che accade. C’è moltissima ciccia che vi darà da pensare durante la visione di Hereafter. E il talento di Eastwood è egregio nel saper essere capace di veicolare il proprio messaggio con stile lungo la maggior parte della pellicola.

L’OMBRA – Sfortunatamente ci sono anche parecchie ombre. La parte che riguarda l’ottimo Matt Damon è di sicuro la più interessante e originale, liberata per la maggior parte dalle banalità. Il dono non voluto è un topos tipico di tanta letteratura, ma privandolo completamente di enfasi e pathos, Eastwood lo rende digeribile e capace di essere interpretato per quello che è. Protagonista della parte sensitiva, infatti, non è affatto Matt Damon ma la gente che lo usa e lo butta via come una spugna usata: l’usa e getta spirituale del consumismo. Viceversa, la parte inglese è notevole, anche per il sapiente cambio di fotografia. Ma se conserva l’originalità nella ricerca nello smascheramento dei falsi idoli (ciarlatani freelance o religiosi che siano), porta delle terribili cadute di stile come nella sequenza riguardante gli attentati dinamitardi della metropolitana di Londra nel Luglio 2005. Da buona ultima, è irritante vedere come si conclude la parte francese, una delle più promettenti assieme a quella americana. Ridurre il tutto allo scioglimento scelto da Eastwood sembra quasi negare all’insegna dell’inutile buonismo quanto di buono quell’intera parte aveva creato fino a quel momento (in realtà è proprio tutto la seconda metà della visita alla clinica a fare acqua da tutte le parti, mi si perdoni la battuta sullo tsunami). Siamo, insomma, sullo stesso livello della chiusura di Gran Torino. Probabilmente tali difetti sono da ascrivere alla figura di produttore esecutivo occupata da Spielberg. Ma di certo questa non è una scusante per aver rovinato una buona metà di film, la più importante.













Sono d’accordo sul fatto che non sia il soprannaturale ad interessare il buon Clint.
Il film però rimane una piccola delusione, visto al Torino Film Festival e recensito qui: http://www.soloparolesparse.com/2010/12/hereafter-il-paradiso-secondo-clint-eastwood/
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ciao, vorrei segnalare una recensione su: http://totanisognanti.blogspot.com/2011/01/hereafter-di-clint-eastwood-la-morte-e.html
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A me il film è piaciuto parecchio e sono contenta che Eastwood abbia avuto il coraggio di parlare di una
tematica del genere. Almeno per suscitare riflessioni e qualche dubbio su
un razionalismo/scetticismo/ateismo dilaganti
Ho apprezzato molto il film e sono contenta che Eastwood abbia avuto il coraggio di affrontare una
tematica del genere. Fa sempre bene mettere in dubbio dogmi razional/scettici che diamo per
scontato che siano la verità assoluta.