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La triste fine della Biffi S.p.a.

Uno dei problemi grossi dell’economia italiana è rappresentato dai debiti della Pubblica Amministrazione e dai fallimenti conseguentiLe aziende forniscono servizi allo Stato, questo ritarda i pagamenti, le imprese devono chiedere prestiti alle banche e resistono fino a che non sono costrette a chiudere a causa della mancanza di risorse. Ed è quello che è successo alla Biffi di Villa d’Adda, in provincia di Bergamo, società specializzata nella realizzazione di strutture sportive fin dal 1952.

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UN’ECCELLENZA ITALIANA – La società, guidata da quattro fratelli: Pietro, Marino, Giampietro e Guido, nel corso degli anni si è specializzata nella realizzazione di campi da calcio sintetici arrivando a realizzare circa 1000 impianti e siglando accordi con società come Milan ed Atalanta e diventando fornitore ufficiale dello Spezia Calcio, società di serie B che si è rivolta a loro per il rifacimento del manto dello stadio Picco. Una società sana, protagonista in Lombardia ed in Italia, come dimostra l’elenco dei suoi clienti:

A.C. MILAN, per conto della quale Biffi S.p.A. cura ormai da 15 anni la manutenzione completa del Centro Sportivo Milanello. Con la società di via Turati, inoltre, è stato sottoscritto un accordo commerciale e pubblicitario;

– Comune di Napoli, con il quale l’azienda ha collaborato per il rifacimento del campo dello “Stadio S. Paolo”;

– Comune di Bergamo e Atalanta B.C., per la formazione e la manutenzione del campo di calcio dello Stadio comunale “Atleti Azzurri d’Italia”. Con la stessa società Atalanta è in essere un accordo commerciale e pubblicitario per l’utilizzo del marchio;

– Comune di Monza, per la realizzazione del campo di calcio dello “Stadio Brianteo” e del nuovo “Palazzetto dello Sport”;

– I comuni di Bergamo, Brescia, Busto Arsizio, Como, Cremona, Erba, Firenze, Gallarate, Grosseto, Lecco, Lodi, Lucca, Mantova, Meda, Milano, Novara, Pavia, Sesto S. Giovanni, Sondrio, Treviglio, Varese, Verbania, oltre ad altri cento comuni italiani, per la costruzione di un impianto regolamentare di atletica leggera.

Nonostante tale forza, come ci spiega l’Eco di Bergamo, la Biffi ha dovuto chiudere i battenti depositando lo scorso 30 luglio domanda di concordato preventivo in bianco con finalità liquidatoria presso il tribunale della città lombarda, con il piano che dovrà essere concordato entro 120 giorni.

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93 LAVORATORI IN CASSA INTEGRAZIONE – E dire che parliamo di una società con 93 dipendenti e che nella sua storia ha installato 3,5 milioni di metri quadrati di pavimentazione sintetica, coperture di acciaio e legno lamellare, impianti sportivo di vario genere come tribune, spogliatoi e campi da golf. Tutto parte di un passato glorioso a causa del mancato pagamento da parte dei piccoli comuni che con il tempo si sono rivolte all’azienda per creare o ammodernare i propri impianti sportivi. L’azienda ha interrotto le operazioni lo scorso 11 luglio e per i lavoratori è scattata la cassa integrazione straordinaria edile. Gli ultimi cinque lavoratori in attività sono quelli che si stanno occupando del cantiere di Milanello, centro sportivo del Milan, relativo ad alcuni lavori di mantenimento.

Spezia - Grosseto

LA VERSIONE DEI SINDACATI – L’avventura di Pietro Biffi, primo di una famiglia di sedici fratelli, è finita così. Il primo campanello d’allarme si ebbe nel luglio 2012 quando per i dipendenti scattò la cassa-integrazione straordinaria di un anno. L’azienda, come riconosciuto da Giuseppe Mauri della Filca – Cisl, ha cercato fino all’ultimo di tutelare i propri dipendenti facendo lo sforzo di anticipare l’ammortizzatore sociale ai lavoratori. Da dicembre in poi, però, non è più stata in grado di garantire un anticipo. Ora i dipendenti avranno 18 mesi di cassa edile. Mentre l’azienda è destinata a chiudere i battenti. Mauri ricorda come il fallimento sia stato causato dai debiti della pubblica amministrazione, del resto la Biffi al di là dei clienti privati lavora su committenza pubblica, e dalle conseguenze del patto di stabilità.

LE RISORSE PER PAGARE I DEBITI – Mauri ha voluto lanciare un appello alla politica: “Occorrono interventi urgenti da parte della politica per dare ossigeno ad un settore strategico per l’economia bergamasca, tenendo conto anche dell’indotto. Inoltre bisognerebbe rivedere la logica dell’aggiudicazione delle gare d’appalto, per cui il massimo ribasso non deve essere l’unico criterio, perché genera dinamiche negative sia nella gestione delle opere che in tutti gli aspetti contrattuali, senza dimenticare il capitolo sicurezza”. La politica in effetti nel corso di questi ultimi mesi ha agito. Il ministro dello sviluppo economico Flavio Zanonato, come spiega il Secolo XIX, nei giorni scorsi ha sottolineato l’importanza di smaltire il prima possibile l’arretrato dei pagamenti.

Palazzo Chigi - consiglio dei ministri

LA VALANGA DI LIQUIDITA’ DI STEFANO FASSINA – Un emendamento inserito nel decreto Lavoro, che ha ricevuto il primo via libera del Senato prevede lo sblocco, secondo le stime, di altri 20-25 miliardi di euro di debiti della Pa, per i pagamenti di crediti di parte corrente certificati, nei primi mesi del 2014. Stefano Fassina parla della “più rilevante misura anticiclica messa in campo” in quanto questo nuovo stanziamento, che si aggiunge a quello dello scorso aprile di 40 miliardi di euro, permetterà di “portare a rapida conclusione i pagamenti dell’intero stock di arretrati” con l’obiettivo di portare “una valanga di liquidità” per le imprese. Destinata però alle banche, come spiegato più avanti da Gianpietro Biffi.

LE IMPRESE SONO SCETTICHE – Tale emendamento prevede un fondo specifico “per il rilascio della garanzia dello Stato” che acquisti efficacia individuando le risorse da destinare alle aziende. Il credito certificato verrà ceduto ad una banca o ad un intermediario -Cassa depositi e prestiti compresa- con uno sconto non superiore al due per cento”. Sempre il Secolo XIX ci ricorda quanto venne deciso lo scorso sei aprile, quando il governo, allora guidato ancora da Mario Monti, sbloccò 40 miliardi di euro. I Comuni cantarono vittoria mentre Carlo Sangalli, presidente di Rete Imprese Italia, fu molto meno entusiasta: “dopo ripetute, pressanti e precise indicazioni, si ignorano i due elementi fondamentali per rispondere alle emergenze delle imprese: immediato sblocco e disponibilità delle risorse e modalità semplificate di accesso”.

Direzione Nazionale del PD

L’ALLARME DELLA CGIA DI MESTRE – La Cgia di Mestre ha spiegato che nei debiti calcolati dal governo non vengono menzionati quelli spettanti alle piccole e medie imprese. La cifra quindi da colmare sarebbe di 130 miliardi di euro. La Cgia inoltre dopo aver analizzato la Relazione della Banca d’Italia sul tema ha scoperto che i 91 miliardi di euro stimati dall’istituto riguardavano solo le imprese con più di 20 addetti. E le altre? Non pervenute, anche se si tratta, ricorda Bortolussi, del 98 per cento delle imprese presenti nel nostro Paese. Quindi non vengono calcolati i debiti che le piccole e micro imprese vantano nei confronti dello Stato, delle Regioni e dei vari enti locali. Secondo la Cgia per queste persone non viene riconosciuta neanche la dignità statistica, e parliamo di migliaia di commercianti, artigiani ed imprenditori che lavorano per i comuni e non sanno se e quando verranno pagati. Eppure l’operazione doveva rispettare il limite europeo di un deficit inferiore al 3% del reddito nazionale.

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LA VERITA’ DI GIAMPETRO BIFFI – Le perplessità di Sangalli e Bortolussi sono le stesse di Giampietro Biffi che, ripreso dall’Eco di Bergamo il 10 aprile 2013, ha parlato di una beffa e di una goccia nel mare, a conferma che quei 40 miliardi di euro -ed i successivi 25- non servono a molto. Per Biffi questa è la crisi peggiore da 50 anni a questa parte, anche a causa degli effetti del Patto di Stabilità vissuti sulla sua pelle. I pagamenti vengono, o meglio venivano, sostenuti a 180 giorni con una grande difficoltà a reperire risorse dalle banche. Parlando del decreto dei 40 miliardi, Biffi è apparso sconsolato: “In questo periodo società come le nostre, nonostante questa crisi pesantissima, sono in piedi solo perché si tratta di società sane, i cui titolari hanno affrontato la crisi a viso aperto mettendoci tutto quello che avevamo messo da parte. In questa situazione ci sono di mezzo le famiglie, è stato l’orgoglio lombardo che ci ha portato a tenere in piedi le nostre attività”.

Napoli vs Siena

“I SOLDI ANDRANNO ALLE BANCHE” – Ovvero, la volontà di salvare una creatura nata nel 1952 e che ha portato ricchezza non solo alla famiglia ma a tutti i suoi collaboratori ed al territorio. E la notizia per cui il governo aveva sbloccato sette miliardi per pagare i debiti degli enti locali già nel 2013 non ha dato alcun entusiasmo: “La mia è la voce di chi grida nel deserto. Questo decreto non porterà nessun particolare giovamento, anche perché solo una piccola parte sarà resa disponibile ai Comuni. Con le società che non hanno più un euro in tasca non servirà a risollevare le nostre sorti”. Ed ecco la risposta indiretta a Fassina. La valanga di soldi non passerà dalle aziende ma finirà direttamente alle banche come restituzione delle anticipazioni fatte. E questo non è certo l’unico problema: “Le imprese non vedranno neanche questi soldi, perché finiranno alle banche per le anticipazioni fatte. Il vero problema sono loro che, nonostante il lavoro sia calato del 40%, ci chiedono di pagare tassi dal 6 al 9%. Così le imprese bruciano gli utili e si creano debiti. Sono tassi fuori da ogni logica di mercato che penalizzano le imprese, ma la parola d’ordine delle banche è “rientrare”, anche se i problemi nascono dagli interessi passivi che dovrebbero essere a carico dei Comuni e che invece devono pagare le imprese”.

IL PATTO DI STABILITA’ , UNA BRUTTA SCOPERTA – Biffi ne ha anche per il Patto di Stabilità, definito una delle scoperte più brutte in 50 anni di lavoro. “L’ho scoperto nel 2009, avevo già problemi con 5 Comuni che erano impossibilitati a pagare per il Patto. Avevo denunciato subito la cosa, ma solo dopo qualche tempo si è scoperto che era la punta di un iceberg. Ci può stare che il pagamento non avvenga subito, ma la prassi prevede anche pagamenti di 180 giorni. Ci sono casi in cui i Comuni ci hanno chiesto di fare dei decreti ingiuntivi, in modo da essere costretti a pagare”. Comuni che, secondo Biffi, a loro volta sono costretti a subire le decisioni dello Stato: “Sono particolarmente arrabbiato con le banche, ma c’è anche un’ingiustizia di fondo nel rapporto tra pubblico e privato. Perché un cittadino se non paga la multa nei tempi paga il doppio, mentre lo Stato paga quando vuole e non ti dà un centesimo di interesse. Vorremmo che lo Stato si comportasse come noi siamo chiamati a fare”.

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UN RIASSUNTO – Ora invece è tutto finito. I debiti della Biffi da parte della Pubblica Amministrazione verranno presi dalle banche creditrici, con l’azienda che resterà chiusa per sempre. E certo forse la politica dovrebbe dare una risposta a quegli imprenditori che in attesa di soldi da Roma sono costretti a chiedere alle banche prestiti con la consapevolezza che gli eventuali pagamenti verranno girati agli istituti di credito. Non si tratta di una “valanga di liquidità” ma del rattoppo di buchi creatisi con le banche che comunque prevedono interessi dal 6 al 9 per cento. Il tutto senza dimenticare la richiesta dei comuni che invitano le aziende a lanciarsi in decreti ingiuntivi per costringere loro a pagare aggirando il patto di stabilità. Il problema è molto più grave di uno stanziamento di 25 milioni di euro e se anche aziende storiche, radicate nel territorio e sopratutto sane come la Biffi sono costrette ad alzare bandiera bianca, allora vuol dire che il problema, grave, necessita di una soluzione il più possibile immediata. (Photocredit Lapresse / Biffispa.it)