Non credo più al Paradiso, ho perso definitivamente la speranza che ci sia, da qualche parte, un risarcimento, una ricompensa per tutto questo dolore. Perché nella vita tutto è casuale, non c’è una ragione, una giustizia superiore, tutto avviene così, per normale successione di eventi. E’ bellissimo od orrendo a
prescindere dai miei sforzi. Io non chiedo nemmeno tanto, solo un po’ di normalità, un po’ di serenità in mezzo al dolore; ma non mi è concesso e, sinceramente, ho perso la speranza che la situazione possa cambiare.
Il mio inferno quotidiano comincia quando inizia la gioia degli altri ragazzi: alla fine della scuola, il fine settimana e, mi manca il fiato solo a ricordarlo, nelle vacanze natalizie ed estive.
A scuola sono un bravo ragazzo, senza brutti voti e senza punte altissime, ma nel complesso un buon studente. A casa invece sono solo un fantoccio, uno di quei sacchi che usano i pugili per allenarsi. Come quelli, non posso evitare i colpi; se li scanso è solo per caso, per un errore di chi ha scagliato il pugno, errore che non si ripete al turno successivo.
Il mio inferno quotidiano comincia quando apro la porta di casa, e, ogni santissimo giorno, incontro i suoi occhi spauriti, quell’espressione di chi è stata colta in flagrante, scoperta nel segreto di sempre. Allora mi punta le sue pupille dilatate, insensibili ed inespressive, che navigano in un mare di mezze lacrime, onde di una collera che presto si abbatterà su di me.
Comincia sempre con l’essere troppo affettuosa, dicendo che senza di me la sua vita non varrebbe nulla, che sono la sua gioia e il suo amore. Si scusa di quello che ha fatto il giorno prima, di non essere una buona madre. Ma, subito dopo, comincia a gridare che non ne ha colpa, che lo fa perché è troppo preoccupata per me, che mio padre non l’aiuta per niente, che tutti gli uomini sono schifosamente uguali e lei la farà finita,
un giorno o l’altro. Piange, strilla, si agita come una pazza e, qualche volta, arriva a picchiarmi con quelle mani deboli, patetiche, scoordinate, che si smorzano contro le mie braccia alzate sopra di lei.
Ormai non soffro quando fa così. Semplicemente chiudo i miei sensi, lascio che il silenzio mi avvolga in tutte le forme e divento insensibile, un po’ spazientito, come chi aspetta un treno sempre in ritardo. Così quando il treno del suo sonno arriva e si lascia cadere su una sedia a ronfare, tiro un sospiro di sollievo, raccolgo le sue braccia, la sua gonna alzata, la sua testa che potrebbe vomitare da un momento all’altro e, a volte, guardo quel che resta dei suoi capelli biondi, quelli che mi piaceva tanto carezzare da piccolo.
E finalmente vado via, verso la mia libertà, la mia stanza, unica ricompensa per il dazio quotidiano. Ma è solo un’illusione, la tranquillità muore appena nata. Perché mi assale la paura. No, non che lei la faccia finita davvero, ma che lei viva in eterno così, la sera e il giorno dopo, e poi l’altro ancora, all’infinito.
E mi vedo piccolo, piccolissimo, incapace di qualsiasi decisione. Affrontarla di petto o far finta di niente, per non darle occasione di sfogare la sua aggressività. Parlare con qualcuno o tacere, per non trascinare nel fango l’immagine di mamma abbandonata che le permette di ottenere la pietà se non l’ammirazione del quartiere.
Passo le ore quasi senza parlare, senza la consolazione della musica, che è tutta martellante e falsa, senza vedere amici, futili e banali, senza nessuno per casa che s’imbarazzi, quando lei scende, sguaiata, in camicia da notte.
Mi tengo la testa tra le mani gridando a me stesso che sono stanco di aver paura, che non voglio più quell’inferno quotidiano, ma so che non posso fare niente per fermarlo, niente di niente se non oscillare all’infinito la mia inutile testa.
A volte mi prende una smania più forte che mi fa alzare e camminare avanti e indietro, in circolo, che mi smuove tutti i muscoli. Allora non resisto e mi convinco che posso, che devo concedermi un attimo di pausa.
Prendo la racchetta da tennis e apro lentamente la cerniera del fodero. Mi guardo intorno ed estraggo una bottiglietta.
Solo lei può darmi un po’ di smarrimento, un attimo di pace.
Un piccolo, innocuo, sorso di oblio.


























Commovente. Bravo.
E dall’ultima volta in cui e’ intervenuta la polizia, Anna ce l’ha con tutti, anche con quel figlio abituale compagno delle sue follie. E’ sola. Il vino non basta piu’…nel pianerottolo della sua pazzia. Piu’ che storie della domenica, storie di ordinaria follia meravigliosamente raccontate.
Vero, dolorosamente vero.
Vorrei sapere se è una storia di fantasia ,o vera!!!
Ma ke cavolo!!! Allora se è veramentee dolorosamente vera…qst ragazzo si deve allontanare da qst donna( la madre) riskia di combinare e …anke giustamente!!!dei gesti incontrollati ke rovineranno la sua vita x sempre!!
E’ un pugno nello stomaco.
Grazie
Chi ha conosciuto una persona depressa in preda all’alcol sa che se la prende soprattutto con chi gli sta attorno. Con questo misto di ricerca di affetto e autolesionismo che è micidiale, è spiazzante. Nel racconto (che sia vero o falso non posso dirlo io che non sono mai stato in una situazione simile) il figlio sa che non è cattiva ma questo è peggio molto peggo.
Ma questo racconto vorrebbe anche spiegare perchè si va all’alcol, nel gesto del figlio che vuole fuggire (@mary quanti possono veramente andarsene? @Nuvola rossa, quante volte si sentono i rumori da sopra al pianerottolo ma non si chiama la polizia. Chi chiama la polizia in Italia se non ci scappa il morto?) e che non riesce a trovare la pace (effimera, temporanea, ma pace) se non nella strada che gli ha suggerito la madre.
@tutti, grazie dei complimenti e di leggermi. Io ho ancora tanti racconti da proporvi
Anna, in quel pianerottolo, ancora ci vive tra alcol, depressione e pazzia, incompresa da se stessa e dal mondo. I’ll marito ha l’altra figlia a cui pensare, mentre il figlio comincia a somogliarle parecchio. Eppure un tempo era bellissima, Anna… Oggi e’ soltanto la nostra vicina di casa, abisso imperscrutabile…