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La dipendenza è un business, noi lo combattiamo

“Mi ricordo ancora la strada, Penavo mi stessero portando in un luogo isolato. Attorno a me vedevo solo il verde”. G. ricorda così il suo primo ingresso nella comunità di recupero Mondo Nuovo a Tarquinia. Non gli interessava nulla, viveva da un anno chiuso in casa. Tanta indipendenza ma con amicizie sbagliate. Ora ha finito il suo ciclo, durato qualche anno e lavora in una tipografia vicina gestita dalla comunità. Si preoccupa del giornale delle mura che lo hanno ospitato, inchiostro raccontato dai ragazzi, curato da loro, tra le righe de Il faro. A Tarquinia si fa di tutto per riempire la propria vita, dall’orto alla pasticceria, dall’apicoltura alla pesca. Reinventarsi, imparare un mestiere che mai avresti sognato di fare. Come un signore sulla sessantina, dentro da circa tre anni, che prima non sapeva mettere nulla su un fornello. Ora sforna crostate e pane tutti i giorni. “Insegno ai più piccoli – racconta sorridendo – non avrei mai pensato di diventare fornaio, invece eccomi qui. E mi diverto davvero tanto.

comunità di recupero droga  (17)

COSA SONO – La Comunità Mondo Nuovo è una associazione di Volontariato ONLUS. Opera dal 1979 nel recupero ed il reinserimento sociale di chi si trova in difficoltà: dalla droga all’emarginazione. Qui dentro non si è tossici da curare ma prima di tutto persone. Opera con varie sedi, tra cui anche centri d’ascolto, lungo tutto lo stivale. Ha una sede perfino in Croazia. Tutto nasce nella testa di Alessandro Diottasi, diacono e presidente di Mondo Nuovo. Ha deciso di mettere su la prima comunità dopo aver perso suo cugino per overdose. “C’era il deserto attorno. Parlavo di 34 anni fa. Perciò abbiamo cercato una soluzione, che ora con gli anni è comprovato che funziona. Però sulle tossicodipendenze non si agisce mai come si dovrebbe. Non si vuole perché è un business, fatto di lobby e corruttori. La cosa che sconvolge è che lo Stato alimenta la ludopatia e condizioni di dipendenza, come fa a non occuparsi di chi poi sta peggio? Si continua ancora a non guardare in faccia i ragazzi in difficoltà. Nessuno fa niente”. Il primo edificio di Tarquinia era una casa cantoniera. Senza finestre e senza acqua. “Manco i serpenti potevano entrarci”, ricorda. Piano piano, chiodo dopo chiodo, è diventata una casa a tutti gli effetti. Gli spazi attorno sono stati riempiti da altre stanze e cortili, ora è quasi come una cittadella.

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TURNI E PASSIONI – Ci si alza all’alba e si dedica l’intera giornata a quello che più si ama. Miele da creare, statue di cera da realizzare, legno da intarsiare, pecore da curare. Qualcuno riesce perfino ad andare a pesca, con una barchetta. A due passi dal centro una bancarella vende i loro prodotti ortofrutticoli e qualche pesce. Le attività dei ragazzi sono gran parte del sostentamento di tutta la realtà. Nello spazio comune ci si organizza per le pulizie e le faccende di casa. Su un muro ci sono i comandamenti scritti dai ragazzi. Pensieri da leggere ogni giorno. Qualche volta, il pomeriggio, ci si riunisce in cerchio per parlare di come sta andando il programma. Ad ascoltarli c’è Giovanni Squeglia, che li assiste psicologicamente nel percorso. Si parla a turno. Ci si ferma solo per abbracciare V. . Sorride. E’ appena tornato dalla “settimana di prova”, ovvero qualche giorno a casa per capire se si sta andando nella giusta direzione o meno. Sono giorni abbastanza difficili, si ritorna nel proprio ambiente, le tentazioni sono dietro l’angolo. Se però si superano i sette giorni in modo indenne allora il ciclo sta funzionando. Dentro la comunità si impara a stare in mezzo agli altri, ad interagire, uscire dall’isolamento. Una collaboratrice ricorda quando V., appena entrato, non interagiva con nessuno. “Stava in un angolo, in disparte, con la felpa e il cappuccio. Non pronunciava una sillaba. Guardalo ora, sta là ad abbracciarsi con tutti. E’ davvero una gioia vedere come è cambiato”.

CON MAMMA E PAPA’ – La polvere bianca aiutava G. in tutto. Era diventata la sua stampella, fino a farlo più “camminare”.E’ lui che mi guida tra i meandri del casale, tra la vigna, l’orticello, la falegnameria. “Alla fine ero l’animatore delle serate, non avevo difficoltà con le ragazze. Colmavo così tutte le mie insicurezze. Non mi accorgevo che il modo attorno a me era fatto di amicizie falsate”. Falsate da una riga che univa in serate e divertimenti, poi il tracollo. “Aspettavo le cinque. Da lì in poi sapevo che uscendo avrei preso quello di cui avevo bisogno. Sono stati i miei a portarmi qui. Iniziando questo percorso insieme sono riuscito a riscoprire anche loro. Vedere mio padre fuori dal lavoro, vederlo cenare con mia madre alle cene della comunità. E’ stato lui a far conoscere ad altri genitori che esiste questo posto”. I ragazzi una volta dentro non sono isolati. Ci sono continui contatti con i genitori, con le mogli, con i figli. Tutto ovvio, seguito via colloquio, in un percorso da fare uniti. Per una settimana la famiglia viene invitata a vivere con lui l’esperienza della comunità. Riscoprire i valori che servono da cardine per una nuova vita: la tua. Perfino il caffè diventa un rituale: tre volte a settimana, da prendere tutti insieme.

DARE VIA TUTTO – A Tarquinia non ci sono orologi. Il tempo viene scandito da una campanella. Meglio non vedere le lancette che girano. Forse perché non si può pensare a quando prima “aspettavi il tuo tempo per la dose”, ma sopratutto per una questione di sicurezza: “Capita spesso che molti ragazzi mollino il programma. Appena fuori dalla comunità ogni cosa che hanno possono venderla per ottenere qualcosa. Per questo quando arrivano prendiamo tutto dalle collanine ai soldi, consegnandoli in custodia alle loro famiglie”. Tutto partì con la storia che ha vissuto uno dei ragazzi: “Il nostro attuale responsabile rapporti umani mi raccontò che quando stava in comunità i primi periodi pensava solo a come uscirne. Fissava l’orologio e pensava che non appena sarebbe stato fuori l’avrebbe venduto per potersi fare”.

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TROPPO POCO – La crisi ha toccato anche il mondo della comunità. “Molti Sert – spiega Squeglia – che danno il consenso per l’invio dei ragazzi, dovrebbero erogare una retta. Adesso sono sempre meno, per via dei tagli ai fondi, per questo diciamo che andiamo avanti in via ‘caritatevole'”. Le spese sono tante, da quelle sanitarie a quelle legali. “Si va dal vestiario all’alloggio. Non sempre le famiglie hanno la possibilità di sostenere i propri figli all’interno di una comunità. Indi per cui si deve far carico l’associazione, che è comunque una onlus. Facciamo autosostentamento attraverso una serie di lavoretti”, racconta. Il presidente precisa: “Prendiamo rette per 30 euro al giorno. Non per tutti. Solo per 25 ragazzi su 70. Pensano che funzioniamo come aziende, quando in realtà non lo siamo per nulla”.

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NON SOLO NUMERI – La differenza tra una ora di fila al Sert e due anni in un centro è abissale. Qui, davanti ad un forno o ad un tavolo di lavoro non si è solo “utenti”. Spesso, parte medica e psicologica però non interagiscono in modo felice: “Nei Sert – spiega Squeglia – vengono somministrati litri di metadone, non si insegna alle persone a resistere agli impulsi. Non si possono pattuite piani di scalaggio con persone che non sono in grado di negoziare. E’ come venire a parte con i giocatori d’azzardo. E’ vero anche che nelle comunità spesso gestiamo doppie diagnosi e quindi diventa difficile. Per questo serve integrazione”. Rimanere in contatto dopo il ciclo è basilare. Specie in caso di difficoltà: “Si può guardare la partita da un’altra prospettiva. C’è uno spostamento che comporta una certa maturità e responsabilità. C’è chi preferisce che però i ragazzi non rimangano a fine ciclo. Per il sistema sanitario devi entrare da utente e uscire come tale. A fine ciclo il paziente viene monitorato secondo la fase di follow up. Non si pensa invece al fatto che uscendo da qui sei finalmente una persona, qualcuno che può contribuire con la sua esperienza”. Si inizia dal buio e si esce con un mestiere in mano. Molte persone che escono dalla comunità riescono a trovare un impiego, a rimettersi in gioco anche a 40 anni. A Mondo Nuovo non c’è metadone, ma un libro da aprire: la propria vita. Si sfogliano le pagine, dalla prima fino a quelle più scure. Si cerca di dare una “copertina” ma sopratutto si continua a scrivere. Perché non è ancora il momento di mettere la parola fine.