|

Storia di un paese fallito in partenza

Il governo di Salva Kiir non sembra riprendersi e ancora meno sembra in grado di assicurare gli standard minimi per quella che si vorrebbe una democrazia in Sud Sudan. Gli abitanti del  paese più giovane del mondo sembrano caduti dalla padella nella brace.

Sudan_South Sudan

L’INDIPENDENZA DOVUTA – Al di là delle facili battute, i Sud sudanesi avevano e hanno ogni ragione per la secessione dal Sudan, il paese più vasto d’Africa, un accrocchio merito delle potenze coloniali, segnatamente la gran Bretagna, le stesse che poi si sono spese per concretizzare la secessione da Karthum. Il Sud è diverso dal Nord morfologicamente e anche etnicamente e il dominio nordista ha consegnato l’area, vasta quanto la Francia e abitata da appena otto milioni d’abitanti all’abbandono, l’unico sviluppo che s’è visto è stato quello dei pozzi petroliferi che valgono il 75 della produzione sudanese, consegnati insieme all’indipendenza al Sud.

RIPARTE IL PETROLIO – Sembrava un buona entrata sulla quale costruire i piani di sviluppo di un paese che è rimasto congelato a quasi trent’anni fa, quando lo scoppio della guerra civile rese impraticabile il meridione ai funzionari governativi, ma il presidente Kiir ha preferito esibirsi in un braccio di ferro con Karthum durato due anni e conclusosi solo ora, un confronto che ha bloccato l’esportazione petrolifera che passa dagli oleodotti del Nord perché riteneva troppo esose le tariffe per il trasporto del suo greggio.

ALTRI PROBLEMI – Il flusso era ripreso da un giorno ed ecco che è stata la volta di al-Bashir legarne il proseguimento alla cessazione di ogni assistenza ai ribelli del Jonglei, regione che ora si trova nel Sud del Sudan e che invece ambiva a finire nel Nord del Sud Sudan. Il vice-presidente Riek Machar è così volato nella capitale sudanese per un incontro al vertice con l’omologo Ali Osman Taha, al termine del quale si sono spese buone parole e non si è parlato degli oleodotti, che comunque rappresentano una robusta fonte di reddito anche per il regime di al-Bashir, che sta anche affrontando la locale versione della primavera araba e che sente i morsi della crisi economica.

LEGGI ANCHE: L’accordo della speranza per il Sud Sudan

 

LA SFORTUNATA CONGIUNTURA – La ripresa delle esportazioni ha purtroppo coinciso con un calo della domanda per lo stesso tipo di greggio estratto in Sudan, la Cina non tira più la domanda come un tempo e il Giappone del dopo-Fukushima ha preferito spostarsi sul carbone, più economico, riducendo drasticamente l’import di questa fonte energetica, se c’è una cosa che non manca ai sudanesi, al Sud come al Nord, come all’Est in Darfur, è la puntualità inesorabile delle peggiori sfortune, che prontamente accumulano una disgrazia dietro l’altra a ritmi inaffrontabili per i governi nazionali e locali.

GLI EX GUERRIGLIERI – Il problema per il Sud è che il governo formato da ex esponenti dell’esercito di liberazione che ha combattuto per l’indipendenza, si è rivelato inetto a dir poco. E se non bastasse si è anche dimostrato da un lato capace di brutalità nei confronti di media e giornalisti critici e dall’altra incapace di disciplinare quei comandanti tra i suoi che al loro ritorno a casa hanno aperto vere e proprie guerre etniche contro i vicini inermi, provocando centinaia di vittime e la fuga di migliaia di profughi dalle zone e dai villaggi attaccati. Conflitti che scoppiano fondamentalmente per il controllo di pascoli o i furti di bestiame.

POCHI AFFARI PROSPERANO – La situazione della sicurezza è talmente traballante che uno dei pochi business di successo è quello della Warrior Security (South Sudan), una Compagnia Militare Privata che cerca disperatamente manodopera e non trova, segno che le necessità dei suoi clienti non trovano corrispondenza in quelle dei locali. “Abbiamo più di 1000 posizioni in diversi siti, che abbiamo bisogno di coprire entro l’anno, ha spiegato il suo CEO,  Tony Sugden, rivolgendosi agli ex impiegati della missione ONU nel paese, l’ UNMISS,  che però non hanno raccolto l’invito ad unirsi agli altri 4.000 dipendenti dell’azienda nel paese.