Vedi Napoli (così com’è) e poi muori. E che volete farci. Tutto muore. Tutto finisce. Finisce l’apartheid in Sud Africa, doveva pur finire una buona volta ma una volta di quelle buone, per una buona causa, Miriam Makeba. Tutto ha una fine. Persino il rimbalzarsi di Roberto Saviano da un tentato domicilio all’altro. Misconosciuto profeta in patria, straniero a sé e i suoi, finito come un conto cifrato di quelli che giustamente non devono lasciare tracce: estero su estero. Ma torniamo a Miram e la sua romanzesca fine. Essì, perché proprio un romanzo ha sancito la sua fine. Pare infatti che porgendole Gomorra, lei che è andata a fare un concerto in favore di Gomorra senza averne letto una sola riga, la nostra abbia iniziato a star male e defungere. Non che il libro porti sfiga, questo no . Oddio, il problema di certe traduzioni quando ti confronti con l’originale esiste però eh.






















I problemi di traduzione comincio ad avvertirli anch’io: a Cagliari hanno fatto una mostra sul potere della parola. Ci sarebbe dovuto essere Saviano, ma per questioni a tutti ormai note non ha potuto partecipare. Però ha inciso un video messaggio per l’inaugurazione. Il punto è: che nesso c’è tra parola, Gomorra ed il fotografo che ha immortalato i defunti pietrificati da Efisio Marini. Beh, tra sapere e non sapere, mi sono fatta scortare da un antisfiga…che non si sa mai.
La battuta più bella su Saviano-Makeba l’hanno scritta su http://www.spinoza.it e fa:
A proposito della morte della cantante, Saviano: “Quel malore era diretto a me”.
Issu e cavolo. E adesso chi lo tocca più Saviano?